Warfare. Il prezzo dei riarmo europeo: lavoratori svenduti

Warfare. Il prezzo dei riarmo europeo: lavoratori svenduti

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BusinessEurope, la «Confindustria europea», pressa Bruxelles sui diritti sociali e del lavoro: aumentare l’orario, senza far scattare i costi degli straordinari, o i riposi obbligatori, in nome della «competività» I sindacati europei (Ces): «Le tutele non sono un pensiero dell’ultimo minuto»

Il dibattito sulla «competitività» dell’Europa è anche uno scontro ideologico sul futuro incerto del Welfare. Lo si evince dalla lettura del documento diffuso lo scorso 18 febbraio da BusinessEurope, l’organizzazione che rappresenta le imprese dell’Ue (la «Confindustria europea»), intitolato «Rafforzare gli sforzi di semplificazione nel campo degli affari sociali». Per «semplificazione» l’associazione intende un cambio di paradigma basato sulla «sussidiarietà» che però rischia di tradursi in una significativa riduzione dei diritti sociali.

IL TEMPISMO non è casuale. Il documento di BusinessEurope serve a pressare la Commissione Europea che, stando al calendario oggi noto, presenterà il «Labour Market Omnibus», un pacchetto concepito per emendare le direttive sociali in nome del taglio dei costi amministrativi. È in corso una battaglia affinché le istanze dei «padroni» vengano recepite nel testo finale del pacchetto prima della sua pubblicazione il 26 febbraio. Questo passaggio è il pilastro tecnico indispensabile per i vertici di marzo: senza questi testi, il nuovo «Deal per la Competitività» resterebbe una scatola vuota. In questo quadro, la «Confindustria europea» vuole un aumento dell’orario di lavoro. Stiamo parlando di una richiesta che ricalca l’agenda del motore industriale, non proprio scoppiettante, dell’Europa. In Germania, il presidente della Federazione delle Industrie Tedesche (BDI) Siegfried Russwurm ha già dettato la linea invocando un ritorno alle 40 ore di lavoro a settimana. Questa idea potrebbe essere l’apripista per una trasformazione generale in altri paesi europei.

LA «SEMPLIFICAZIONE», di cui si parla ovunque in Europa, rischia così di diventare una moneta di scambio: concedere alle imprese meno vincoli (orario flessibile, riduzione dei controlli) per permettere di assorbire i costi del riarmo e dell’accresciuta competizione globale. In assenza di un nuovo debito comune, a cui si oppone sempre la Germania, per assicurare i profitti si potrebbero abbattere le tutele, scaricando i costi delle tensioni internazionali sulle condizioni di chi lavora.

BUSINESSEUROPE ha chiesto il rinvio di due anni della «Direttiva sulla Trasparenza Retributiva» rispetto alla scadenza del prossimo giugno. Si tratta di un tentativo di neutralizzare la parità salariale prima ancora che diventi operativa. Si vuole cioè svuotare l’obbligo di rendicontazione dei divari salariali e invertire l’onere della prova a danno del lavoratore. A tal fine, si propone di introdurre una «presunzione di conformità» per le aziende con contratti collettivi.

QUESTA SITUAZIONE va analizzata in particolare rispetto al rapporto di Enrico Letta, seguito dalla Commissione Europea per delineare un continente «che non è solo un mercato», ma che rischia seriamente di restarlo. L’ex presidente del consiglio ha avvertito il rischio di una deriva mercantilistica che potrebbe nuocere al Welfare e divorare i diritti sociali. Il rapporto di Letta sta ispirando in queste settimane il progetto del cosiddetto «28esimo regime» unico per i 27 paesi dell’Ue. Si tratterebbe di creare un quadro giuridico unico opzionale per le imprese, come confermato dalla presidente Ursula von der Leyen. Per Esther Lynch, segretaria della Confederazione Europea dei Sindacati (Ces), questo regime rischia di essere una «scorciatoia per la deregulation», trasformando i posti di lavoro di qualità in un «pensiero dell’ultimo minuto» rispetto al dogma della «competitività».

IL RAPPORTO DI MARIO DRAGHI, l’altra fonte di ispirazione dell’Ue, parla di un «cambiamento radicale» per «difendere» il «modello sociale europeo», espressione che in realtà maschera una realtà di crescente precarietà e impoverimento. Il paradosso è che, per preservare un sistema sociale in crisi, si scelga una deregolamentazione (pardon, «semplificazione») che rischia di colpire proprio quel tessuto che si dichiara di proteggere. E poi si concentri il discorso sul rilancio dell’industria tramite il riarmo. Senza gli «800 miliardi» e più ritenuti necessari da Draghi. Ogni anno.

RESTA DA CAPIRE se l’Ue saprà integrare i mercati senza disintegrare il Welfare, o quello che rimane, oppure se la necessità di armarsi contro le minacce «esterne» sarà l’alibi per erodere ancora di più le tutele sociali e le garanzie collettive, dopo mezzo secolo di neoliberalismo. In questa direzione va anche il documento di BusinessEurope. Il caos politico sui dazi di Trump, dopo la bocciatura della Corte Suprema degli Stati Uniti, aumenterà le incognite e rafforzerà l’intenzione di derogare. Lo stesso avverrà dopo la minaccia di Trump sulla clausola dell’acquisto di armi e componenti europee nel piano di riarmo (il «Buy European»). L’Europa che si vorrebbe un «porcospino d’acciaio» può sacrificare ancora di più il potere negoziale dei lavoratori. Forte all’esterno, pronta a farli a pezzi all’interno.

* Fonte/autore: Roberto Ciccarelli, il manifesto



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