Bilancio NATO: il governo Meloni trasforma la spesa sociale in proiettili e bombe
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Il rapporto NATO certifica il balzo della spesa militare italiana al 2,01% del Pil. Mentre i consumi frenano, il governo accelera sul riarmo spinto dai diktat dell’amministrazione Trump. E’ l’unico risultato economico raggiunto in tre anni e mezzo
Un obiettivo di politica economica è stato raggiunto dal governo Meloni: spostare sempre più soldi dalla spesa sociale alla produzione di proiettili e armi e gonfiare i bilanci delle imprese che li fabbricano. Dodici miliardi di euro in più per il settore della «difesa» in un solo anno.
Lo ha attestato il rapporto annuale della Nato presentato ieri dal segretario generale Mark Rutte. L’Italia è passata dall’1,52% al 2,01% del Pil: circa 45 miliardi nel 2025, con un aumento di 12 miliardi rispetto al 2024. Esattamente come la Spagna di Sanchez. E l’Albania, il Belgio, il Canada o il Portogallo. Gli Stati Uniti hanno speso il 3,19%, mentre la Polonia in proporzione ha speso di più: il 4,3% del Pil. L’accelerazione, già folle, dovrà raggiungere 100 miliardi di euro all’anno per armi, lobby e militari entro il 2035. Questo è una delle condizioni imposte alla Nato, e accettate dal governo Meloni, al contrario di Sanchez che dice di volersi fermare al 2%.
Meloni lascerà in eredità invece la promessa di arrivare al 5% del Pil entro nove anni. Tutto questo, ha confermato Rutte, «non sarebbe stato possibile senza l’amministrazione Trump». Stiamo parlando di un incremento che vale circa 574 miliardi di dollari aggiuntivi. Tuttavia non bastano ancora per realizzare la transizione verso l’economia di guerra in cui è coinvolta anche la Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen (Il piano «RiarmUe» ribattezzato «Prontezza 2030»). Sebbene la produzione di munizioni «sia aumentata di sei volte rispetto a qualche anno fa» sono necessari «ulteriori sforzi» ha detto Rutte. L’attuale base industriale della difesa negli Stati Uniti, in Canada e in Europa «non produce abbastanza».
Per il Financial Times Rutte «ha irritato» alcune capitali europee con il suo sostegno alla guerra Trump, mentre il continente è alle prese con lo shock energetico provocato da un conflitto scatenato da Trump con Netanyahu senza coordinamento con gli alleati. Trump si è incarognito perché gli «alleati» della Nato non stanno partecipando alla sua guerra illegale. Rutte ha difeso il suo datore di lavoro sostenendo che Trump «sta indebolendo i programmi nucleari e missilistici iraniani». E ha aggiunto: «Gli attacchi dell’Iran alla base Diego Garcia, lontana oltre 4mila chilometri» dimostrano che «la minaccia può arrivare in Europa». Ma la guerra di Trump non era servita a «indebolirla»?
* Fonte/autore: Roberto Ciccarelli, il manifesto
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