Conflict and Environment Observatory: «Il Golfo rischia un nuovo disastro ambientale»

Conflict and Environment Observatory: «Il Golfo rischia un nuovo disastro ambientale»

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Aria tossica, petrolio nei mari, attacchi alle strutture energetiche: l’Osservatorio su conflitti e ambiente lancia l’allarme

Trentacinque anni fa, nel 1991, la foto del cormorano impregnato di petrolio divenne il simbolo del disastro ambientale provocato dalla prima guerra del Golfo. Si scoprirà poi che era un falso, fabbricato ad arte da un fotogiornalista statunitense, ma la perdita di greggio nelle acque del Kuwait era reale. Nel 2026 un’altra guerra, quella scatenata da Stati uniti e Israele contro l’Iran, rischia di produrre una nuova crisi ecologica nella stessa area.

I PRIMI DATI li fornisce il centro studi britannico Conflict and Environment Observatory (Ceobs). Secondo la loro analisi preliminare, nei primi tre giorni di guerra si sono registrati novantadue incidenti a rischio in termini ambientali. Gli attacchi che colpiscono le basi militari, scrivono i ricercatori, sono i più numerosi. A preoccupare sono soprattutto quelli rivolti verso obiettivi vicini ai centri abitati, per ragioni sanitarie, e quelli che danneggiano le postazioni di lancio dei missili iraniani. I danni a centri di questo tipo si sono infatti già rivelati particolarmente tossici in altri contesti di guerra.

POI C’È IL TEMA dell’inquinamento marino. Nei primi giorni dell’offensiva aerea sono state colpite cinque diverse petroliere tra Oman, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti. A queste vanno di sicuro aggiunte la fregata iraniana affondata al largo dello Sri Lanka e un’altra petroliera, questa volta statunitense, colpita ieri di fronte al Kuwait. Ancora non è chiaro quanto petrolio sia stato rilasciato in mare. Fanno paura anche gli attacchi alle infrastrutture energetiche, portati avanti soprattutto dall’Iran nel tentativo di danneggiare i Paesi arabi che stanno dando supporto logistico a Usa ed Israele. I droni che hanno colpito la raffineria di Ras Tanurah in Arabia Saudita o la centrale di Ras Laffan in Qatar hanno provocato il rilascio di gas serra, dannosi per il clima, e fumi tossici, dannosi per chi vive e lavora nell’area. Infine, il Ceobs affronta il tema degli attacchi al programma nucleare iraniano. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, il centro di arricchimento di Natanz, in Iran, ha riportato danni minori il 2 marzo. Non si registrano fuoriuscite di materiale radioattivo – ma con la guerra, scrivono i ricercatori, è difficile esserne sicuri.

«DAL MONITORAGGIO effettuato finora, abbiamo identificato serie minacce per le persone e gli ecosistemi» spiega al manifesto Doug Weir, direttore del Conflict and Environment Observatory. Il punto di partenza del lavoro di Weir e i suoi è l’esperienza dei conflitti del passato. Durante la prima guerra del Golfo, tra 1990 e 1991, l’Iraq di Saddam Hussein incendiò oltre seicento pozzi nel Kuwait occupato, rilasciando sessanta milioni di barili di petrolio e inquinando quaranta milioni di tonnellate di terreno. Fu in quel contesto che si produsse lo sversamento di greggio in mare che la famosa foto del cormorano voleva illustrare. A seguito della seconda guerra del Golfo, nel 2003, il tasso di tumori in Iraq aumentò notevolmente. Tra le cause probabili, l’uso di uranio impoverito da parte della coalizione a guida statunitense. Ora il rischio è quello di tornare a quei numeri, in un’escalation militare che coinvolge petro-Stati affacciati sullo stesso lembo di mare.

«PIÙ A LUNGO DURA il conflitto, più vedremo entrare in gioco minacce ambientali indirette. Queste includono gli effetti a catena dell’indebolimento della governance ambientale nei Paesi colpiti, che può minare le prestazioni ambientali delle nazioni e quindi avere un impatto sull’ambiente ben oltre il luogo dei combattimenti» spiega ancora Weir. Oltre ai danni nei Paesi coinvolti dalla guerra, ci sono le conseguenze globali. Innanzitutto, le emissioni climalteranti non badano ai confini e contribuiscono a cambiare in peggio il clima in tutto il Pianeta. Non abbiamo ancora stime relative a questa guerra, ma gli ultimi studi parlano di almeno 31 milioni di tonnellate di CO2 equivalente rilasciate nel genocidio a Gaza e 311 milioni di tonnellate nei quattro anni d’invasione dell’Ucraina. Rispettivamente, quanto l’Estonia e quanto la Francia in un anno. Poi c’è la questione della governance. Un mondo in guerra è anche un mondo che spende in armi – per definizione ad alto impatto ambientale -, che disinveste sulla transizione e che abbandona la diplomazia per il clima. «Il denaro speso per armi e militarismo è denaro non speso per lo sviluppo sostenibile, comprese le urgenti transizioni sociali di cui abbiamo bisogno in risposta alle crisi climatiche e della biodiversità» conclude Weir.

* Fonte/autore: Lorenzo Tecleme, il manifesto



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