Dopo il referendum. Legge elettorale, il primo test di «tenuta» per il governo Meloni
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La bocciatura del referendum sui magistrati è la pietra tombale su premierato e autonomia differenziata
Gli oltre 14 milioni di No di ieri alla riforma della magistratura hanno probabilmente decretato anche la fine del premierato, «la madre di tutte le riforme» cara a Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio e il suo partito, Fdi, sono tuttavia determinati a portare avanti la riforma elettorale, che oggi alle 13,30 avrà un primo passaggio parlamentare, seppur puramente procedurale. La sconfitta referendaria aprirà delle frizioni tra i partiti della maggioranza su una serie di dossier tra cui proprio quello della legge elettorale, finora subita dalla Lega. In fondo al proprio cuore, in ogni caso, Meloni spera sempre di poter convincere Elly Schlein ad appoggiare la legge pensata in via della Scrofa, allettandola con l’idea che ciò la aiuterebbe ad essere indicata formalmente come candidata premier del centrosinistra.
Come ha ricordato ieri Meloni, dopo l’esito delle urne, la riforma di magistratura e Csm «era scritta nel programma di governo» e per questo portata avanti. Si trattava di uno dei tre pilastri del patto tra Fdi, Fi e Lega, a ciascuno dei quali era intestata una riforma: magistratura a Fi, premierato a Fdi e autonomia differenziata a Lega. Come il nostro giornale spiegò a suo tempo, nel 2025 Meloni aveva deciso di accelerare sulla riforma della magistratura perché i sondaggi assicuravano un successo nel referendum, che invece dava risultati incerti sul premierato. Quest’ultimo è stato approvato dal Senato il 18 giugno 2024 e dal luglio successivo è parcheggiato in commissione Affari costituzionali della Camera: e lì è destinato a rimanere. Visto l’imponente successo del No ieri nelle regioni del Sud, avrà vita non facile anche il ddl Calderoli sulla definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), i cui emendamenti devono essere votati dalla commissione Affari costituzionali della Camera. I senatori meridionali del centrodestra non saranno insensibili a questo dato delle urne.
Non ci sarà invece una frenata sulla legge elettorale. Il capogruppo di Fdi a Montecitorio, Galeazzo Bignami, ieri ha dichiarato che su questo «la nostra agenda parlamentare non cambia». E anche Maurizio Lupi ha indicato questa riforma addirittura tra «le sfide più urgenti per la vita delle famiglie e delle imprese». La distribuzione geografica del voto al referendum ha corroborato le motivazioni che spingono Fdi a modificare il Rosatellum: infatti ha confermato che tutti i collegi uninominali a Sud della “linea gotica” andrebbero al Centrosinistra, determinando una sua ampia affermazione in termini di seggi. Con un proporzionale con premio di maggioranza, le cose potrebbero cambiare. Un invito a «togliere di mezzo una pessima e antidemocratica legge elettorale» è giunto da Riccardo Magi, segretario di +Europa, che pure era favorevole alla separazione delle carriere; analogo auspicio è arrivato dal dem Silvio Lai, per il quale «ora Meloni non potrà modificare la legge elettorale per i propri interessi e dovrà rinunciare anche all’autonomia differenziata».
A impensierire Meloni, tuttavia, non è la contrarietà delle opposizioni alla sua riforma elettorale, bensì le già manifestate riserve della Lega, a partire dal capogruppo alla Camera Riccardo Molinari. I parlamentari leghisti eletti nelle regioni del Nord sanno che, a parità di risultati, verrebbero confermati nel proprio seggio in maggior numero con il Rosatellum che non con la legge partorita in via della Scrofa. Di qui le lamentele ai propri capigruppo di Senato e Camera, e i movimenti attorno a Giancarlo Giorgetti.
In ogni caso oggi alle 13,30 ci sarà un primo passaggio parlamentare. Si riunirà infatti l’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali e il presidente Nazario Pagano (Fi) proporrà un calendario d’esame della riforma elettorale. Sarà interessante osservare chi sarà il relatore, che gioca un ruolo di mediazione. Sulla legge di Bilancio e ora sul decreto Pnrr i quattro partiti di maggioranza, non fidandosi reciprocamente, hanno preteso la nomina di quattro relatori.
* Fonte/autore: Giovanni Innamorati, il manifesto
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