Gli animali vittime fantasma delle guerre
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Vittime «collaterali». Animali selvatici, da reddito, da lavoro e da compagnia: sono vittime «collaterali» delle guerre. Dalla storia all’attualità. Danni e distruzioni degli ecosistemi
«Figuriamoci poi se c’è chi pensa che ci siete anche voi bestie, che guardate uomini e cose con codesti occhi silenziosi, e chi sa come li vedete, e che ne pensate»: applicare questa citazione di Luigi Pirandello alle guerre passate e presenti può offrire ulteriori elementi di lettura dell’orrore bellico. Lo ha fatto fra gli altri il regista Myroslav Slaboshpytskyi con il suo film War through the eyes of animals (La guerra attraverso gli occhi degli animali).
ANIMALI SELVATICI, da reddito, da lavoro, da compagnia: queste vittime «collaterali» – che accompagnano le vittime umane, i danni agli ecosistemi, la distruzione delle infrastrutture, la paralisi delle attività essenziali – sono da alcuni anni oggetto di studi multidisciplinari, richiamati in un recente convegno della Statale di Milano dal titolo Animali in guerra. Soldati inconsapevoli, eroi dimenticati, vittime sconosciute (registrazione sul canale Youtube dell’università). Ha spiegato il docente e pro-rettore Mauro Di Giancamillo, organizzatore dell’evento: «Evidenziare la vulnerabilità degli animali nel contesto bellico contribuisce a mettere in luce l’assurdità della violenza». Del resto, l’invisibilità dei non umani e la de-umanizzazione degli umani in guerra sono due facce della stessa medaglia.
STORIA MILITARE: fin dall’antichità diverse specie animali di terra, aria e acqua sono state massicciamente «arruolate». Libri, film, fotografie si sono soffermati in particolare sulla prima guerra mondiale: muli, cavalli, asini, cani, colombi viaggiatori, a milioni ridotti a strumenti bellici, mandati a soffrire e morire per la patria accanto ai fanti umani. Decenni dopo, ecco la ritirata di Russia: il racconto La strada di Vasilji Grossman è dedicato alle fatiche e sofferenze indicibili del mulo Giù, fra i tanti. E They had no choice (Non avevano scelta): è la chiara dedica scolpita sul monumento londinese dedicato agli animali che «servirono» e morirono nelle guerre britanniche.
NEGLI ULTIMI CONFLITTI, il lavoro animale è stato riconvertito. I cani sono diventati aiuto-sminatori, soprattutto nei paesi più infestati dagli ordigni; molto utili anche nei soccorsi alle vittime. Anche i delfini sono stati impiegati per scovare le mine (nelle acque del Golfo persico). Quanto agli equidi, nei paesi poveri e in conflitto asini e cavalli sono spesso gli unici mezzi di trasporto e soccorso, per chi rimane e per chi fugge. A Gaza sono ridotti allo stremo dalla mancanza di cure, foraggio, acqua; molti sono morti o feriti. L’organizzazione Safe Haven for Donkeys interviene come può in soccorso, con veterinari e operatori locali.
GLI ANIMALI D’ALLEVAMENTO, nell’emergenza di Gaza, secondo stime della Fao sono quasi scomparsi: annientati dalla mancanza di cibo e acqua; altri macellati per la sopravvivenza umana. Decimati anzitutto i polli e i vitelli, mentre rimangono meno della metà di capre e pecore. In genere, negli scenari di guerra, si pensi anche al Sudan, gli sfollati sono sovente costretti ad abbandonare a se stessi e all’inedia il bestiame e gli animali da cortile. Quanto alla terza guerra del Golfo in corso, con i problemi per il transito marittimo, ha suscitato allarme anche il trasporto di animali vivi.
Invece in Ucraina nel 2025 un attacco ha colpito un grande allevamento di suini nella regione di Kharkiv: migliaia di animali morti bruciati. Con riguardo soprattutto alle specie allevate a scopi alimentari o comunque economici, e alle specie selvatiche cacciate, forse la nozione di guerra va applicata a tutto ciò che gli esseri umani fanno quotidianamente agli animali, come ha fatto osservare all’incontro milanese il docente di filosofia morale Simone Pollo.
E NON SI SALVANO I SELVATICI. La sorte tragica di quelli rinchiusi negli zoo sotto le bombe e morti di stenti è talvolta entrata nella cronaca bellica recente, così come i casi di salvataggio. Pressoché invisibili invece, in tante situazioni di guerra, gli animali decimati dalla distruzione dei loro habitat o vittime dirette del bracconaggio o del caos. Qualche anno fa, lo studio Warfare and wildlife declines in Africa’s protected areas (pubblicato su Nature) dimostrava che le traiettorie di diverse popolazioni animali africane, stabili in tempo di pace, scendevano significativamente al di sotto della sostituzione con solo lievi aumenti nella frequenza dei conflitti, ed erano quasi invariabilmente negative nei siti ad alto conflitto.
Inoltre, in Ucraina come in Siria, le attività belliche e l’incuria hanno favorito enormi incendi, mortali per la fauna selvatica. Gli ordigni inesplosi, poi, provocano vittime umane e animali anche dopo la fine di un conflitto. Invece sott’acqua, nel mar Nero, si stima che siano morti delfini a migliaia a causa dell’uso dei sonar militari che li disorientano. Anche il crollo della diga di Kakhovka nel 2023 è stata una ecatombe per animali acquatici e costieri.
NON TUTTI GLI ANIMALI sono uguali. Vale anche in guerra. Quelli da compagnia, cani e gatti, ottengono più attenzione rispetto agli allevati, ai selvatici e ai lavoratori, anche se la macchina umanitaria in tempi di emergenza non ha spazio per loro. Anni fa in Ucraina le immagini dei tanti cittadini che lasciavano il paese portando con sé cani e gatti (grazie anche all’assistenza di alcune organizzazioni) hanno fatto il giro del mondo. Ma naturalmente nel paese è aumentato anche il numero di randagi, oltretutto con il rischio concreto di zoonosi. Oggi in Libano, con un milione di sfollati per la nuova guerra, diverse associazioni lanciano appelli a non abbandonare i pet e si preoccupano di trovare rifugio a cani e gatti rimasti soli (ma ad attirare la curiosità internazionale sono stati quelli abbandonati a Dubai dagli stranieri in fuga dal Golfo).
IL DIRITTO INTERNAZIONALE UMANITARIO rimane antropocentrico, rilevano diversi studi e un documento della International Review of the Red Cross, Animals in war: At the vanishing point of international humanitarian law. La giurista Marita Giménez-Candela, ricercatrice del Max Planck Institute, intervenendo al convegno alla Statale ha ricordato che le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i Protocolli aggiuntivi del 1977 nacquero per porre limiti alla barbarie anche in tempi di guerra. Il silenzio di queste norme riguardo agli animali è diventato anacronistico: inadeguato all’etica, alla mentalità e alla consapevolezza scientifica del XXI secolo. Ormai, in tempo di pace le leggi, pur insufficienti, riconoscono gli animali come esseri senzienti; e in caso di catastrofi naturali, l’Italia e altri paesi prevedono protocolli per il loro soccorso.
UNA RIFORMA DEL DIRITTO internazionale umanitario dovrebbe prevedere: la protezione degli animali come esseri senzienti sia nei conflitti internazionali che in quelli interni; la considerazione degli animali da compagnia e da lavoro nei piani di evacuazione dei civili; il riconoscimento del danno alla biodiversità come categoria giuridica indipendente; l’adozione del principio di precauzione anche rispetto alla fauna; l’assunzione del paradigma One Health che lega salute umana, animale e ambientale come principio guida di risposta alle situazioni di emergenza.
* Fonte/autore: Marinella Correggia, il manifesto
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