Golfo. Una guerra senza precedenti: aumentano gli obiettivi, calano le difese

Golfo. Una guerra senza precedenti: aumentano gli obiettivi, calano le difese

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Il conflitto può espandersi su domini relativamente inediti, dai mari dell’Oceano indiano agli impianti di potabilizzazione dell’acqua fino ai data center di Amazon. Nessuno appare in pieno controllo della catena di uccisioni che ha costruito

È un grave errore pensare che questa guerra sia un’operazione delimitata da obiettivi, modalità ed esiti definiti. Nella prima settimana, il presidente Usa ha fornito quattro versioni circa l’obiettivo strategico. Nonostante lo stesso Trump, Marco Rubio e gli alti gradi militari Usa abbiano più volte parlato di guerra, Washington rifiuta di formalizzarla come tale. L’aver affondato, senza alcun soccorso all’equipaggio, una nave iraniana all’ancora nello Sri Lanka, a 3mila km di distanza, dice che ci troviamo in uno scenario bellico nuovo.

Uno scenario in cui, ovunque, qualunque nave diventa un obiettivo. Già oggi, l’estensione geografica degli attacchi di risposta iraniani ci ha proiettato nella guerra mediorientale più ampia dal 1945. La strategia iraniana contro la preponderanza militare Usa-Israele punta a massimizzare l’attrito: logorare il nemico aumentando e ridistribuendo i costi del conflitto in modo politicamente divisivo. L’obiettivo è conseguire successi politici nonostante gli inevitabili rovesci militari. In questa luce vanno letti i criteri selettivi annunciati per consentire il passaggio da Hormuz e le scuse del presidente Pezeshkian ai vicini.

Andata in fumo la loro reputazione di piazza sicura per i grandi affari, i paesi del Golfo si sono affrettati a dichiarare di avere scorte sufficienti di tutto, missili intercettori inclusi. Teheran, per contro, fa leva sui maggiori oneri associati a guerra e intercettazioni missilistiche, sul lievitare dei costi assicurativi ed economici. Alcuni missili riescono a evitare last second l’impatto con le difese missilistiche. Droni iraniani da 30mila dollari costringono a immolare intercettori da 15 milioni. Mentre Usa e Israele hanno dispiegato sistemi di AI in grado di comprimere giorni di acquisizione dati e di elaborazione degli obiettivi in poche ore, l’Iran si affida a una AI di base che, agganciata alla navigazione satellitare cinese BeiDou, costa meno del missile che la distrugge.

La base aerea Usa più pesantemente difesa del Medio Oriente, Al Udeid, sede del Centcom, ha perso il suo radar di allerta precoce primario (ANFP/132, costo 1,1 miliardi di dollari), in grado di rilevare i lanci di missili balistici a distanze superiori a 5mila chilometri e di fornire i dati di tracciamento iniziali che consentono ai sistemi Patriot, THAAD e Aegis di calcolare le soluzioni di intercettazione. Come anche il radar fratello AN/TPS-59 in Bahrain è stato colpito da un singolo missile iraniano che ha bucato le difese. Per sostituirlo serviranno decine di chili di gallio, minerale critico di cui la Cina ha il monopolio.

Dopo giorni di bombardamenti senza precedenti (4mila obiettivi in quattro giorni) la difesa missilistica iraniana è stata significativamente degradata: secondo Israele risulta neutralizzato l’80% delle difese e il 60% dei lanciatori. Gli Usa sono passati rapidamente dagli invisibili stealth B2 ai B1, per poi mettere in azione i grossi e lenti B52, capaci di scaricare molto più esplosivo.

Aiutata dai dati di intelligence forniti da cinesi e russi, Teheran dimostra comunque capacità di lanciare con continuità e precisione. La sua struttura di comando centrale è probabilmente decapitata, ma le sopravvive un mosaico di comandi militari ancora capaci di operare in modo indipendente nei lanci. E i B52 non servono contro postazioni mobili, mine o imbarcazioni su cui gli iraniani dissimulano il lancio di un drone. Per ogni dollaro che l’Iran spende per costruirne un drone Shahed, gli Emirati ne spendono più di venti per abbatterlo. Mano a mano che queste dinamiche procedono, si presenteranno dilemmi circa chi e cosa va difeso. Già ora, nella regione, serpeggia l’idea che gli Usa e Israele, attaccando, abbiano sovraesposto i Paesi colpiti, preoccupandosi soprattutto di difendere se medesimi.

Nel rivendicare di aver voluto colpire per primo, Donald Trump ha così parlato della possibilità di scortare militarmente petroliere e gasiere attraverso Hormuz: un’operazione altamente rischiosa che segnala come gli Usa siano consapevoli dell’impatto economico globale della guerra. La domanda è: se non riescono a proteggere il proprio radar più importante, in che misura possono garantire la sicurezza delle navi?

Ma la guerra può espandersi anche su domini relativamente inediti. Fra gli obiettivi soft, altamente vulnerabili, ci sono gli impianti di potabilizzazione dell’acqua marina, da cui dipendono i paesi della regione. Tre data center di Amazon Web Services – due negli Emirati e uno in Bahrain – sono stati danneggiati da attacchi con droni: la prima volta che i data center di big tech globale vengono colpiti in una guerra. Osserviamo schierate in tempo reale distinte catene di uccisione AI, ciascuna modellata da vincoli e contraddizioni (si veda il caso Claude-Pentagono). Nessuno appare in pieno controllo della catena che ha costruito, sacrificando il criterio di proporzionalità – come del resto già aveva mostrato l’AI israeliana Lavender impiegata per i bombardamenti a Gaza. Un esempio è il massacro delle 165 bambine a Minab, per il quale nessuno accetta la responsabilità sull’algoritmo che ha designato l’obiettivo.

Questa guerra, come già quella siriana, coinvolge in modo sempre più diretto paesi e potenze regionali e globali. La condivisione di dati, le esitazioni diplomatiche, la logistica militare e le catene di approvvigionamento ci parlano di un’estensione e di un rischio di perdita di controllo sui quali c’è abbondanza di letteratura scientifica.

In questo contesto di guerra che avanza e si allarga, quanto possono garantire Donald Trump e la sua corte? E soprattutto, tra i tanti che pensano di guadagnarci nel compiacerlo, quanti gli credono?

* Fonte/autore: Francesco Strazzari, il manifesto



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