I crimini passati di schiavismo e colonialismo e i tentativi di rimozione
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La tratta transatlantica degli africani ridotti in schiavitù è «il più grave crimine contro l’umanità». L’Onu approva con il no di Usa, Israele e Argentina e astensioni significative
Con 123 voti a favore, 3 contrari e 52 astensioni, il 25 marzo l’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli africani ridotti in schiavitù come «il più grave crimine contro l’umanità».
La proposta, promossa dal Ghana di John Dramani Mahama con un lessico deliberatamente conciliante – «non per attribuire colpa collettiva», ma per tracciare un nesso tra le piantagioni del XVIII secolo e le disuguaglianze strutturali del XXI – ha aperto una delle fratture più profonde dell’ordine internazionale contemporaneo. I soli tre voti contrari – Stati Uniti, Israele, Argentina – si comprendono meglio attraverso il filtro di due categorie della storiografia postcoloniale: colonialismo interno e settler colonialism. Nessuno dei tre ha un passato coloniale in senso classico, ma ciascuno porta nodi storici irrisolti che in realtà pesano più degli argomenti giuridici avanzati formalmente.
Gli Usa sono stati società schiavista per quasi due secoli, e dopo l’abolizione formale praticarono il colonialismo interno, nel senso esposto da Robert Blauner: le comunità nere americane non furono assimilate come i gruppi immigrati europei, ma incorporate attraverso meccanismi di controllo politico-legale, sfruttamento economico e soppressione culturale. Del resto, la conquista del continente era stata settler colonialism nella forma più compiuta – espropriazione, deportazioni, stermini delle popolazioni native come presupposto dell’insediamento bianco. Un voto favorevole avrebbe potuto aprire fronti domestici che Trump ha già chiuso, smantellando le politiche di Diversity, Equity, Inclusion, seppellendo anche solo la proposta di una commissione di studio sulle riparazioni.
La posizione anti-riparazioni è bipartisan da decenni, ma il Maga la radicalizza.
Israele ha invocato il rischio di introdurre una «gerarchia dei crimini» che relativizzi la Shoah. Argomento non peregrino, radicato nell’Historikerstreit degli anni Ottanta (la controversia sulla comparabilità dei crimini nazisti con gli altri crimini del Novecento): ma che schiva il precedente che una tale dottrina creerebbe rispetto al conflitto con i palestinesi: una lunga, violenta storia di insediamento, espropriazione, controllo demografico del territorio.
Il caso Argentina non può essere ricondotto alla sola brama di Milei di distinguersi nello scegliersi la compagnia. Non c’è solo il nodo dei crimini della dittatura militare, ma anche quello della struttura profonda della nazione: la campaña del desierto di fine Ottocento sterminò o espulse le popolazioni indigene della Patagonia e del Chaco; l’identità nazionale fu costruita consapevolmente come bianca ed europea, cancellando qualsiasi componente indigena, africana, meticcia attraverso una immigrazione di sostituzione. Milei si inserisce coerentemente in questa genealogia, rifiutando qualsiasi lettura della storia come fonte di obblighi presenti.
Tra le 52 astensioni, la Russia preserva una norma generale: contraria a qualsiasi sguardo retrospettivo che generi responsabilità collettive, tanto più ora che i crimini storici vengono mobilitati in chiave anti-russa. Putin ha fatto del rifiuto del wokism, al pari del femminism, del movimento Blm, della critica postcoloniale una bandiera del discorso della destra sovranista, rappresentando la critica alle gerarchie ereditate come strumenti con cui le élite globaliste occidentali destabilizzano le società tradizionali e le nazioni.
Ma votare contro avrebbe alienato l’Africa subsahariana, dove Mosca compete per influenza. Il Brasile, con metà della popolazione afrodiscendente e politiche di Lula (le quote) che riconoscono apertamente il debito storico, si è astenuto per il timore opposto: che un voto favorevole apra una partita finanziaria ingestibile. L’Italia ha seguito il blocco delle ex potenze coloniali e dell’Ue, ma con una specificità: le riparazioni previste dal Trattato di Parigi del 1947 per Etiopia, Eritrea e Somalia non sono mai state attuate. E il Piano Mattei ripropone in fondo lo schema del trattato Berlusconi-Gheddafi del 2008 – relazioni con l’Africa come interesse strategico, senza elaborazione del passato.
Il caso Haiti mostra la posta concreta. Nel 1825, assediata da navi da guerra francesi, la repubblica nata dalla rivoluzione degli schiavi fu costretta a pagare 150 milioni di franchi oro come «indennizzo» ai proprietari di piantagioni – risarcendo i propri ex padroni per la propria liberazione. Il debito fu estinto solo nel 1947-, con la mediazione della National City Bank che durante l’occupazione americana (1915-1934) aveva rilevato la banca nazionale haitiana. Quando nel 2003 il Presidente Aristide chiese la restituzione equivalente di 21 miliardi di dollari, Francia e Usa collaborarono alla sua rimozione. Oggi le bande controllano gran parte della capitale. Il nesso causale tra quel «riscatto dell’indipendenza» e il collasso strutturale dello stato è esattamente ciò che la risoluzione Onu intende consolidare come norma internazionale.
La risoluzione Onu è non vincolante, ma mira a costruire per via incrementale una dottrina sulla responsabilità storica: prima il riconoscimento simbolico, poi la pressione diplomatica, poi le rivendicazioni legali – la logica del norm entrepreneurship. È esattamente questa traiettoria che spaventa gli astenuti. Il voto di mercoledì ha aperto un fronte: resta da vedere se chi lo ha promosso attraverserà fino in fondo la complessità che comporta, inclusa la partecipazione delle élite africane alla tratta e il silenzio su quella arabo-islamica, che pure coinvolse tra i dieci e i diciotto milioni di persone.
* Fonte/autore: Francesco Strazzari, il manifesto
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