Iran. Trump invia duemila paracadutisti nel Golfo

Iran. Trump invia duemila paracadutisti nel Golfo

Loading

 Boots on the ground in Medio oriente. Mike Johnson: «Il dispiegamento manda un segnale al Paese asiatico: meglio che si dia una mossa»

Duemila soldati, due battaglioni della Airborne Division (paracadutisti), sono in partenza dagli Stati uniti verso il Medio oriente. Lo rivelano al New York Times due fonti del Pentagono, che parlano di un possibile invio ulteriore di soldati nei prossimi giorni, e spiegano al quotidiano che servono a dare a Donald Trump «opzioni militari aggiuntive, anche se sta valutando una nuova iniziativa diplomatica con l’Iran». I duemila paracadutisti, oltretutto, vanno aggiunti a 4.500 marine già in viaggio verso la Repubblica islamica.

«IN CHE MODO non si tratterebbe di boots on the ground?» chiede un giornalista allo Speaker trumpista della Camera, Mike Johnson. E in che modo non si tratterebbe dell’escalation di una guerra che Johnson ancora si rifiuta di chiamare guerra? Il dispiegamento, risponde lo Speaker, «manda un segnale all’Iran: è meglio che si dia una mossa». Ed è ancora convinto del fatto che gli Stati uniti non siano in guerra? «Credo che stiamo concludendo l’operazione Epic Fury, e credo che verrà fatto entro breve», è la evasiva risposta di Johnson, in aperta contraddizione con il fatto che i boots – che da promessa elettorale di Trump non si sarebbero mai più trovati su un ground straniero – sono in rotta, ancora una volta, verso il Medio oriente.

A dare ulteriore prova della mancanza di preparazione, obiettivi e capacità di gestione del conflitto dell’amministrazione è arrivato ieri un retroscena di Nbc News. Fonti interne alla Casa bianca hanno raccontato alla testata che dall’inizio della guerra il briefing di Trump è rappresentato da video di circa due minuti che gli vengono sottoposti ogni mattina: prevalentemente di «cose che esplodono». Edifici polverizzati, incendi, «target» colpiti. Insieme a qualche «resoconto verbale». Ma è noto dalla sua prima amministrazione che Trump non ha la pazienza, né l’attenzione, né l’intenzione di ascoltare resoconti su argomenti complessi, né tanto meno che gettino ombre sulle sue manie di grandezza. Il fatto che le sue informazioni sulla guerra derivino da video sadici e trionfali lo rende ancora più «furioso», secondo la ricostruzione, con la stampa che racconta una storia diversa da quella che il presidente ha in mente: a partire dalle oltre 1.500 vittime accertate in Iran, oltre ai 14 caduti statunitensi.

EMERGE dalle cronache solo un obiettivo chiaro e ben delineato, gestito con competenza da questa amministrazione: la corruzione. O qualcosa di più, come osserva il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, che parla di «manipolazione dei mercati» e di possibile «alto tradimento». Krugman si riferisce alla notizia resa pubblica martedì da Cnbc, a proposito dell’improvviso voltafaccia di Trump sulla minaccia di colpire le infrastrutture energetiche iraniane, a meno che Teheran non renda di nuovo navigabile lo Stretto di Hormuz.

LUNEDÌ, CIOÈ, le borse hanno registrato un picco improvviso (Krugman lo chiama «momento magico») nei mercati petroliferi e in quello dei futures – «specialmente bizzarro perché non c’erano notizie pubblicamente disponibili che potessero trainare simili improvvise e grandi transazioni di mercato». La domanda è conseguente: chi all’interno dell’amministrazione sta comunicando ai trader informazioni riservate, o sta venendo pagato per farlo? «Le decisioni su guerra e pace – si chiede Krugman – stanno in parte servendo la causa della manipolazione dei mercati, piuttosto che l’interesse nazionale? Se lo ritenete impensabile, vuol dire che non state prestando attenzione».

NELLA SERATA di ieri, dalla Casa bianca sono arrivate sulla guerra le solite comunicazioni trionfali. La portavoce Karoline Leavitt, al punto stampa con i reporter, ha affermato a proposito di un altro tabù “elettorale” – il regime change – «Non è forse già avvenuto ?La loro intera leadership è stata uccisa». A Leavitt è stato chiesto anche della strana assenza del vicepresidente JD Vance dalla ribalta quando si parla di guerra all’Iran. Vance infatti, notano in tanti, è il punto di riferimento dei post-Maga che si sono allontanati dal presidente dopo questa guerra (a partire da Tucker Carlson). «Il vicepresidente è stato al fianco del presidente in ogni momento, qualunque notizia contraria è completamente falsa», ha detto la portavoce.

INTANTO, l’uomo che ha davvero affiancato il presidente in ogni tappa del conflitto, amplificandone la retorica, è già il prossimo capro espiatorio. «Pete – ha detto Trump a proposito del segretario della Difesa Pete Hegseth a un evento di lunedì scorso – sei stato tu il primo a parlare. A dire “facciamolo”».

* Fonte/autore: Giovanna Branca, il manifesto



Related Articles

Clegg furioso con Cameron il no alla Ue fa tremare il governo

Loading

Ma il 62% dei britannici è con il premier.  L’alleanza tra Tories e lib-dem è a rischio Il vicepremier: “Per la nostra economia una decisione sbagliata” 

Le indignate tornano in piazza per celebrare il venerdì dell’onore

Loading

Le donne in piazza: «L’esercito non ha più credibilità  ai nostri occhi – dicono le manifestanti egiziane – colpire così una ragazza è peggio che versare il sangue dei martiri»

L’armata Bundesbank

Loading

Là  dove 70 anni fa la possente Wehrmacht aveva fallito è riuscita oggi la discreta Bundesbank. Un tempo i principati si conquistavano con le armate, oggi bastano gli ultimatum dei creditori. I banchieri tedeschi impongono la loro dura legge con la stessa prussiana sicumera degli Junker guglielmini, i von Moltke e gli Hindenburg. Gli invisibili gnomi di Francoforte hanno piegato nazioni dove le divisioni tedesche non erano mai arrivate, come Irlanda e Portogallo. In altre, come la Grecia, hanno risvegliato duri ricordi.

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment