Israele fa strage anche in Libano: due missili sulle ambulanze, un altro sui giornalisti
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Solo ieri uccisi 47 libanesi, mentre l’esercito israeliano avanza nel sud del paese
Si chiamavano Fatima Ftuni, Mohammad Ftuni, sorella e fratello, e Ali Shuaib i due giornalisti e l’operatore libanesi uccisi dall’esercito israeliano ieri a Jezzine mentre erano in servizio per al-Mayadeen e al-Manar, emittenti nazionali vicine a Hezbollah. Quattro missili di precisione hanno colpito la loro vettura su cui era evidente la scritta press, stampa. Bombardati anche i soccorritori arrivati sul posto con l’ormai usuale tecnica del double-tap, doppio colpo, un secondo raid a distanza ravvicinata che ha come obiettivo chi soccorre.
«Rigettiamo la normalizzazione dell’uccisione di giornalisti», ha dichiarato a caldo il ministro libanese dell’informazione Paul Morcos. Dal 2 marzo Israele ha ucciso altri due giornalisti: Mohammad Sherri, capo dei programmi politici di al-Manar, e Hussain Hamood, collaboratore freelance dello stesso media. Il 3 marzo il quartier generale di al-Manar è stato bombardato.
In Libano, la dottrina Gaza è applicata alla lettera. Sono almeno 270 i giornalisti palestinesi uccisi dall’esercito israeliano dal 7 ottobre 2023 al 10 ottobre 2025 a Gaza; in Libano 22 i giornalisti e gli operatori uccisi nella prima fase della guerra (tra ottobre ’23 e novembre ’24). Il presidente libanese Joseph Aoun ha sottolineato che Israele ha nuovamente violato «le più elementari regole della legge internazionale» e, citando la convenzione di Ginevra del 1949 e la risoluzione Onu 1738, ha definito l’episodio «un crimine palese che viola tutte le norme e i trattati con cui ai giornalisti è assicurata protezione internazionale durante i conflitti armati». Il governo prepara un reclamo da presentare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite.
Nel pomeriggio una manifestazione spontanea è stata organizzata in piazza dei Martiri a Beirut: sul posto una cinquantina dei giornalisti e degli operatori che ogni giorno rischiano la vita lavorando, esattamente come i soccorritori. Sale a 51 il numero di medici e paramedici uccisi dal 2 marzo a oggi; oltre un centinaio i feriti. Gli attacchi contro i soccorritori registrati dal ministro della salute libanese Rakan Nasreddine, in una conferenza stampa tenutasi ieri, sono 75. Nove gli attacchi agli ospedali. Ieri mattina l’esercito israeliano ha colpito un ambulanza del Comitato sanitario islamico uccidendo due operatori a Kfar Tebnit, nel sud del paese. Altri cinque i morti nel bombardamento di un’altra ambulanza nelle vicinanze, a Zaoutar el-Sharqieh.
Sono questi giorni di violentissimi attacchi da parte dell’esercito israeliano contro il sud del Libano – la più alta densità di bombardamenti dal 2 marzo scorso – e sulla valle della Beqa’a, a est. A sud Israele – che ha invaso via terra – bombarda, rade al suolo e avanza. Una prima linea di villaggi lungo tutto il confine sud/sud-est, da Naqora, sul Mediterraneo, a Khiam, nell’entroterra, è stata conquistata e ora si procede con la seconda linea. Hezbollah ha rivendicato ieri attacchi contro le truppe israeliane che avanzano a sud nel tentativo di arginarle e lanci di missili sul nord di Israele.
Bassissimi e assordanti i droni su Beirut durante tutta la giornata di ieri. Nella notte tra venerdì e sabato è stata colpita ancora la Dahiyeh, la periferia sud della capitale. In mattinata Israele ha lanciato il secondo missile – questo, inesploso – nel giro di 24 ore a Jnah, in appartamenti nei pressi dell’ambasciata iraniana a Beirut.
Un bilancio gravosissimo quello che ha dato ieri il ministero della salute: 47 persone uccise, 112 feriti solo nella giornata di ieri (fino alle sette di sera). Il numero delle vittime sale così a 1.189 e quello dei feriti a 3.427, in meno di un mese. Secondo i dati del ministero a essere uccisi dall’esercito israeliano sono stati 124 bambini, 86 donne, 51 soccorritori, cinque giornalisti.
È gravissima anche l’emergenza sfollati: sono oltre un milione le persone costrette a lasciare le proprie abitazioni e a trovare alloggio negli oltre 600 rifugi gestiti dal governo e dalle ong locali e internazionali. Moltissime le tendopoli nella capitale e in altre città, mentre si registrano le prime tensioni tra le comunità ospitanti e gli sfollati. Israele sta infatti colpendo indiscriminatamente qualunque quartiere in cui ritiene ci sia qualcuno legato a Hezbollah, Hamas o alle Guardie della Rivoluzione iraniana, creando un clima di insofferenza, paura e tensione.
* Fonte/autore: Pasquale Porciello, il manifesto
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