l ’incubo della guerra cieca
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Se ogni guerra è sbagliata a modo suo, il conflitto che infiamma il Golfo con una virulenza senza precedenti ha le sue particolarità: non conviene a nessuno e non ha un punto di caduta comprensibile
Se ogni guerra è sbagliata a modo suo, il conflitto che infiamma il Golfo con una virulenza senza precedenti ha le sue particolarità: non conviene a nessuno e non ha un punto di caduta comprensibile. Non conviene a chi muore, a chi perde la casa, a chi deve nascondersi nei rifugi (se ci sono), ovviamente. Ma le guerre, tanto più in luoghi così decisivi per il destino globale, non si fermano ai confini violati e bombardati. Si espandono come una macchia di petrolio. Richiuderle nel barattolo è impresa impossibile.
L’aggressione degli Stati uniti e Israele all’Iran sta trascinando interi popoli sul baratro. Lo sanno le monarchie del Golfo che, al momento, hanno optato per una reazione difensiva ai missili iraniani. Non durerà a lungo se il fuoco proseguirà intenso. Negli anni passati, pur partendo da posizioni e reti di alleanze opposte, i paesi sunniti hanno lavorato a una normalizzazione più concreta con Teheran, consapevoli che una destabilizzazione grave avrebbe messo a rischio la tenuta delle loro società ed economie: la presenza di comunità sciite tradizionalmente marginalizzate (il che ha condotto in più di un’occasione a proteste interne e successiva repressione), la necessità di salvaguardare l’immagine di isole stabili e «moderne» in una regione conflittuale, la dipendenza dall’economia globale hanno spinto i regnanti sunniti a una posizione «moderata» verso Teheran e, da mesi, a premere su Washington perché non cedesse al canto delle sirene israeliane.
Non conviene al popolo iraniano, sfibrato da 47 anni di Repubblica islamica ma che sa che i conflitti incattiviscono i regimi, ingigantiscono la paranoia, la sorveglianza e la repressione. Non è un caso che, dieci anni fa, sbocciò la speranza di un reale riformismo interno grazie all’apertura al mondo promessa dall’accordo sul nucleare siglato tra Teheran e l’Occidente. Dopo la rottura voluta da Trump, l’Iran è tornato alla nota modalità regressiva, dominato da falchi oltranzisti.
E infine non conviene agli Stati uniti, palesemente privi di una strategia. L’unico interesse che sembra servire è permettere a Israele di farsi forza egemone in Asia occidentale, secondo una visione messianica radicata dall’ultradestra del premier Netanyahu e sposata dall’amministrazione Usa non tanto per effettiva convenienza interna quanto per vicinanza ideologica – il nazionalismo suprematista e isolazionista che vive dell’allargamento dei propri confini, fisici e politici. Se Netanyahu vuole fare bingo – il regime change in Iran -, Trump ricorre a una strategia nota: l’uso della forza per costringere gli avversari in ginocchio e farne vassalli economici e politici. Non a caso non ha quasi mai nominato Reza Pahlavi come potenziale leader: ieri lo ha scacciato come una mosca fastidiosa per poi aggiungere di aver eliminato «molte persone» che aveva in mente per la successione. Nel caos senza strategia, a guidare la guerra è l’idea folle di avere abbastanza forza per richiudere il barattolo.
* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto
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