La grande fuga dal sud del Libano invaso da Israele

La grande fuga dal sud del Libano invaso da Israele

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La conta dei morti nel Paese sale a 217, 798 i feriti. Si combatte al confine, Israele: non esiste una data per la fine dalla guerra con Hezbollah

BEIRUT. L’offensiva israeliana sul Libano si intensifica di ora in ora. Dopo gli undici violenti bombardamenti sulla Dahiyeh, la periferia sud di Beirut, cominciati giovedì a tarda ora, l’esercito israeliano ha lanciato bombe durante tutta la giornata di ieri su quella che generalmente viene descritta come la roccaforte di Hezbollah. In realtà la Dahiyeh è molto di più del centro strategico di Hezbollah nella capitale. Si tratta di un’area a sud di Beirut composta da quattro grandi municipalità che ospita oltre mezzo milione di persone ed è l’area più densamente popolata della capitale e del Libano. Una zona popolare, mista, ad alta concentrazione sciita, ma che ospita molti cristiani, sunniti, tantissimi lavoratori stranieri provenienti in larga parte da paesi africani come l’Etiopia, Egitto e Sudan, o dall’Asia, in particolare dallo Sri Lanka, dal Bangladesh e dalle Filippine, che trovano case a prezzi molto più economici rispetto ai carissimi quartieri centrali della città.

TUTTI SFOLLATI, dopo che l’esercito israeliano ha emanato un ordine di evacuazione giovedì alle due di pomeriggio, creando il panico e congestionando tutte le vie di fuga. Stesso discorso per gli abitanti del sud del Libano: Tel Aviv ha ordinato l’evacuazione di tutta la zona sotto il fiume Litani, costringendo la popolazione ad abbandonare le sue case, quello che ne restava dopo oltre due anni di bombardamenti, oppure i rifugi di fortuna dai quali aspettavano che la guerra finisse per poter mettere mano alla ricostruzione. «Siamo di Kfarkela, questa era la nostra casa e questi i nostri ulivi» racconta la signora Mariam chiedendo alla figlia di mostrare le immagini che guarda come se tutto fosse ancora in piedi. E lei ci mostra la casa, i campi, e poi quello che resta: cumuli di macerie di una città rasa completamente al suolo. «Durante la prima fase hanno bombardato tutto e ci siamo spostati a una decina di chilometri. Hanno bombardato i nostri ulivi, alberi centenari.

Com’è possibile bombardare gli alberi?». È la più anziana di una famiglia di una decina di persone, tre generazioni sedute su dei materassi messi a terra, sulla corniche, l’ampio lungomare di Beirut che accoglie adesso centinaia di famiglie, quelle che non sanno ancora dove andare, o che non hanno trovato posto nei rifugi.

«VOGLIAMO UNA CASA, ma non ce ne sono libere. Nei rifugi non c’è intimità. Abbiamo chiesto per qualche albergo, ma ci hanno chiesto oltre 500 dollari a notte. Com’è possibile approfittarsi delle disgrazie della gente?». Ci offrono il caffè: anche nel dramma più totale mantengono il senso innato dell’ospitalità.

Un coordinamento di stato centrale, ong locali e internazionali hanno tempestivamente risposto all’emergenza sfollati, grazie a una macchina organizzativa mai smantellata dall’inizio della guerra nel 2023. Oltre 500 i centri di accoglienza allestiti. Si stima che circa un milione di persone si sia spostata dalle proprie abitazioni e nei prossimi giorni ci saranno dati più precisi. 50mila i siriani che sono rientrati in Siria, secondo le Nazioni unite.

IERI SERA una postazione Unifil a Qauzah (Bint Jbeil) è stata colpita e alcuni soldati ghanesi sono rimasti feriti. Non è la prima volta che la missione Onu di interposizione nata nel 1978 viene presa di mira da Israele. Netanyahu ha fortemente spinto perché la missione non fosse rinnovata e infatti alla fine del 2026 i 10mila caschi blu dovranno lasciare il Libano. Verrà allora a mancare una forza che, se non è riuscita a evitare guerre e scontri vari tra le parti, ha comunque rappresentato un argine e un occhio attento sul terreno, registrando e riportando le violazioni da un lato e dall’altro.

Si moltiplicano i bombardamenti a sud. La città di Tiro è sotto assedio. Colpito anche l’ippodromo romano, importantissimo sito archeologico del II secolo d.C. e patrimonio dell’umanità.

SI COMBATTE sul campo lungo la frontiera e in modo particolare a Khiam, teatro in queste ore e nei giorni passati di pesanti scontri a fuoco. Otto soldati israeliani feriti. Una settantina i missili, secondo l’esercito israeliano, che Hezbollah ha lanciato sul nord di Israele. Forti bombardamenti ed evacuazioni anche a Baalbek e nella valle delle Bakaa, ad est del Libano. Avichai Adraee, portavoce arabofono dell’esercito israeliano, ha pubblicato un post su X in cui ha scritto che sono 500 le postazioni colpite inel Paese dal 2 marzo, tra cui «un sito utilizzato dall’aviazione dei Guardiani della rivoluzione in Libano, un sito dell’unità navale, un sito del consiglio esecutivo e un sito dell’unità finanziaria di Hezbollah».

La conta ufficiale dei morti del ministero della salute libanese di ieri è salita a 217, per la maggior parte civili. I feriti sono 798. Il luogotenente colonnello Nadav Shoshani, porta voce internazionale dell’esercito israeliano, ha dichiarato che i combattenti di Hezbollah uccisi dal 2 marzo ad oggi sono 70.

IL CAPO DI STATO maggiore dell’esercito israeliano Eyal Zamir ha confermato che non esiste al momento una data per la fine della guerra contro Hezbollah. Gli sforzi diplomatici e gli appelli per un cessate il fuoco si sono rivelati finora inutili. Il presidente francese Macron si è intrattenuto in una lunga telefonata con il presidente libanese Joseph Aoun, che ha già chiesto alla comunità internazionale, e al presidente Trump in particolare, di intervenire per fermare Israele. Fino ad ora nessuna risposta.

* Fonte/autore: Pasquale Porciello, il manifesto



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