Le studentesse iraniane uccise dalle bombe di Trump e quei maschi sanguinari che conosciamo già

Le studentesse iraniane uccise dalle bombe di Trump e quei maschi sanguinari che conosciamo già

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È tardi perché le sinistre europee si esprimano in maniera netta sulle richieste americane, è tardi per non temere le minacce dei miserabili? Sì. Ma è l’unica cosa da fare

Avrei voluto iniziare questo pezzo dicendo partiamo dalle parole, ma sarebbe stato finto, controllato: partiamo dalle lacrime, non voglio sfuggirvi. Ho pianto ascoltando il breve intervento che Pedro Sánchez ha tenuto nel suo pacato e fermissimo no alla guerra, ha detto cose sensate e di sinistra, ha detto cose da uomo di stato, e la pacatezza fa parte del modo di pensare. Però non erano cose difficili né strane, sono le idee su cui fondiamo la nostra Europa dal giorno in cui riuscì a rialzare la testa dalle ceneri della seconda guerra mondiale. E anche quando dico ceneri non dico una parola usata, perché i miei genitori c’erano, in quella Napoli del dopoguerra, e i miei suoceri, ed era proprio cenere quella che raccontano.

Veniamo da lì, Sánchez non dice nulla di nuovo, solo che ce lo ricorda, e ce lo ricorda nel momento in cui molti stati sono già in guerra da anni, alcuni, da mesi, altri, da giorni altri, assediati, altri e sempre altri sempre altri, per cui lo dice mentre sta per accadere, o forse no, ma non ci siamo più così lontani, è una questione fisica, proprio fisica, non geografica: se le puoi vedere, le schegge delle antiaeree, che intercettano i droni su Cipro, allora ci sei dentro.

E dunque perché Sánchez fa piangere? Perché ci ricorda la lezione che fu dei miei genitori e dei miei suoceri, ci ricorda da dove veniamo e quanto velocemente ci si torna. È un momento.

Alla mostra milanese sulla Metafisica, curata da Vincenzo Trione, nella sezione di palazzo reale, c’è un bel filmato che racconta come il regime fascista si impossessò dell’avanguardia artistica. Nel filmato si vedono tutti maschi. Maschi felici sventolanti fazzoletti, maschi infelici che toccano il gladio o un frustino, maschietti piccolissimi con un fez e i calzoni corti che sfilano, maschio il dittatore con i pugni sui fianchi e tutto quello che sappiamo. Non c’è una donna, in quel filmato. Ci sono piazze, strade, piene di maschi che schiumano guerra. Sta lì a palazzo reale, si può andare a vedere in questi giorni, parla d’altro, parla di architettura, ma è l’altro filmato che mi ha fatto piangere. Quindi entrambi, il filmato e Sánchez parlano di lacrime.

Qualche giorno fa in una trasmissione condotta da Corrado Augias il bravo Paolo Giordano diceva che era miope guardare alla guerra incombente (o già deflagrata) additando ai leader sanguinari, al dittatore pazzo, diceva, spero di non aver frainteso, che siamo nel 2026 e questa è un’ottica del secolo scorso, le guerre sono cambiate, gli equilibri non corrispondono.

E io lo ascolto, perché non sono una storica né un’analista ma, se sbagliamo, sbagliamo per un motivo: perché abbiamo visto la trilogia di Sokurov su Hirohito, Hitler e Stalin e ora additare Netanyahu, Trump e Putin come i sanguinari artefici di questa guerra non sembra tanto sbagliato, tanto illogico. Noi da là veniamo, su questi parametri abbiamo innalzato le nostre costituzioni come edifici bellissimi, le nostre scuole, la nostra società, il benessere, le sperequazioni, i ricordi, e quello che non ci piace del presente; e il futuro, se ne saremo all’altezza: da quella storia là.

Tre sanguinari incendiano il mondo, le persone comuni muoiono, lo dice Sánchez, sempre le stesse, “i soliti” fanno la guerra, dice con il dovuto disprezzo, e dopo restano cenere e sopravvissuti. Intanto si muore di fame, di stenti, di freddo senza elettricità nell’inverno ucraino, e senza medicine nella striscia su cui Kushner vuole costruire resort. Perché i sanguinari sono così, non ci tengono neppure a passare alla storia chiedendosi in che modo ci passi.

Lunedì ero all’istituto d’arte Venturi di Modena e alcune studenti mi mostravano dei lavori, erano concentrate, una l’ho fotografata, illuminata dal monitor del computer, con le trecce, un poco di eye liner, tutta presa dal suo studio e io dovevo ascoltarla.

E mi sono chiesta come erano le trecce e le mani e l’intelligenza e la concentrazione delle centocinquanta studenti uccise da Trump nel bombardamento su Minab. In un precedente incontro parlavamo di Giovanna d’Arco con quelle studenti e avevamo avuto una discussione molto accesa sulla polizia morale in Iran e l’Inquisizione. Ci chiedevamo delle streghe e dei capelli sciolti. Eravamo scese in piazza a sostegno del popolo iraniano contro gli ayatollah, loro, i loro docenti, i loro compagni, noi altri per nostro conto. Tutti sapevamo di cosa stavamo parlando.

Eppure. Quando dopo quindici giorni ci siamo rivisti e io ho riveduto la studente con le trecce nella luce del computer erano state appena uccise centocinquanta ragazze tra di noi, dico noi perché poi una docente di lettere, Nicoletta, mi ha detto «pensa che io adesso devo tornare in classe e parlare dell’agenda 2030, quella che al punto 16 ha pace, giustizia e istituzioni solide». Ai sanguinari non importa di passare alla storia come quelli del massacro delle bambine a scuola.

Quando ho visto quel filmato sul regime fascista, quando ho ascoltato Sánchez ho pianto perché dicono che è possibile e vicino, che lo conosciamo, che a pagarne le spese saranno sempre i soliti, che piangeremo le bambine e i bambini e che questo non è il momento del servilismo ma di Gramsci.

È tardi? Sì lo è. È tardi perché le sinistre europee si esprimano in maniera netta sull’accettare o meno le richieste americane, è tardi per non temere gli embarghi cioè le minacce dei miserabili? Sì.

Ma è l’unica cosa da fare.

L’unica cosa da fare è dire che noi in quel filmato di quelle piazze di maschi schiumanti non ci vogliamo tornare perché li conosciamo già, anche se c’è stato il giro di un millennio, che non ci faremo avvolgere dai totalitarismi, dai frustini, dalla voce grossa, dalla paura, dalla violenza delle destre, che non ci faremo indicare da nessuno il nostro nemico, che non andremo né per viltà né per desiderio di grandeur dove decide chi non ha come motore immobile davanti a sé, come principio assoluto fondante l’uguaglianza degli individui, l’inviolabilità dei popoli, il ripudio della guerra.

* Fonte/autore: Valeria Parrella, il manifesto



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