L’ultimatum di Trump: «Resa incondizionata», si profila l’invasione di terra dell’Iran

L’ultimatum di Trump: «Resa incondizionata», si profila l’invasione di terra dell’Iran

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Trump: «Poi, sceglieremo noi la leadership». Monta l’ipotesi dell’arrivo nel Golfo dei parà statunitensi

L’altra notte, per cinque ore di fila le forze statunitensi e israeliane hanno bombardato l’area metropolitana di Teheran. Gli armamenti pesanti e bombardieri strategici B-2 hanno distrutto i centri nevralgici dello Stato. Il rumore di continue esplosioni si è sentito da tutte le parti della capitale di 14 milioni di abitanti.

Il comando centrale statunitense Centcom ha confermato il bombardamento della residenza di Ali Khamenei, già colpito mortalmente nei giorni scorsi, con l’impiego di 50 jet per assicurarsi la distruzione del complesso noto come Bait-e Rahbari, «la casa di comando». Le vibrazioni causate dalle bombe a penetrazione da 900 kg hanno provocato interruzioni elettriche a macchia d’olio.

Secondo l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, oltre 30 navi iraniane nelle ultime 72 ore sono state affondate e la capacità offensiva di Teheran è stata drasticamente ridotta: gli attacchi missilistici sarebbero scesi del 90% e quelli dei droni dell’83% rispetto all’inizio delle operazioni.

IL PRESIDENTE statunitense Donald Trump lancia un ultimatum diretto alle forze armate iraniane, chiedendo ai membri delle Guardie della Rivoluzione e dell’esercito di deporre le armi in cambio della garanzia di incolumità. «L’unica cosa che otterranno altrimenti è la morte», ha detto Trump, ventilando la possibilità di un intervento nel processo di selezione della futura leadership iraniana. «Non ci sarà accordo con l’Iran eccetto RESA INCONDIZIONATA», ha scritto su Truth Social, resa a cui seguirà «la selezione di un GRANDE E ACCETTABILE leader».

L’ESERCITO AMERICANO intanto ha annullato l’esercitazione dell’82ª Divisione Aviotrasportata (Fort Bragg), alimentando ipotesi su un possibile dispiegamento di truppe di terra in Iran. Tra le ipotesi strategiche, spicca la possibile conquista dell’isola iraniana di Kharg, nel Golfo Persico, che controlla circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. La notizia può anche rientrare in una strategia di pressione psicologica sull’Iran, un classico strumento della diplomazia coercitiva americana. Quella che era iniziata come una serie di raid mirati si è trasformata in una campagna di bombardamenti massicci che colpisce il cuore politico e civile del Paese e che potrebbe concludersi con lo sbarco di soldati americani sul suolo iraniano, con esiti potenzialmente devastanti.

Le bombe e le esternazioni del presidente Usa suscitano sentimenti molto avversi tra la gente comune. «La nostra generazione è nata sfigata: da una parte ci bastonano per portarci a tutti i costi in paradiso, dall’altra parte quegli altri ci buttano bombe per salvarci. Ora chiedono la resa del Paese. Che pensano, che non abbiamo un minimo di dignità? A me piacciono Prince e Bruce Springsteen ma, my friend, non sono un infame che tradisce la sua terra». Pegah, giovane universitaria a Teheran, fa una sintesi dei suoi sentimenti in una chat room improvvisata da un giornalista che ha una delle poche sim con accesso a internet per mettere in contatto iraniani all’estero e i loro familiari. «Non dovevano salvarci? Ora, oltre a ucciderci, vogliono umiliare il paese», dice Farid, un piccolo commerciante colpito marginalmente da una bomba che ha distrutto la vicina stazione di polizia.

IL GOVERNO IRANIANO mantiene una posizione di sfida. Il ministro degli esteri Abbas Araghchi smentisce ogni voce di richieste di cessate il fuoco o negoziati con gli Stati Uniti. E avverte che le truppe iraniane sono pronte a un eventuale scontro di terra, promettendo «un disastro» per i soldati americani in caso di invasione. Il presidente iraniano Pezeshkian risponde ad alcuni Paesi che hanno avviato iniziative di mediazione: «Sia chiaro: siamo impegnati per una pace duratura nella regione, ma non esitiamo a difendere la dignità e la sovranità della nostra nazione. La mediazione dovrebbe rivolgersi a coloro che hanno sottovalutato il popolo iraniano e innescato questo conflitto».

Le bombe non hanno risparmiato le aree urbane densamente popolate. Oltre ai siti prettamente militari, come l’Accademia Militare e l’Università della Guerra, sono stati colpiti il Polo dell’Università di Teheran, Piazza Pasteur e Piazza Hur e interi quartieri civili portando il conflitto direttamente nelle case dei cittadini.

L’ORGANIZZAZIONE mondiale della Sanità ha confermato che almeno 13 centri medici in Iran sono stati colpiti. Tra questi, spicca l’Ospedale Gandhi di Teheran, che ha subito danni così gravi da rendere necessario il trasferimento d’urgenza di tutti i pazienti. La capitale rimane in uno stato di semiparalisi. L’ufficio del governatore della provincia ha imposto drastiche limitazioni: a partire dall’8 marzo, uffici governativi e banche opereranno con appena il 20% del personale, mentre tutte le dipendenti donne lavoreranno da remoto con la connessione della rete locale. La crisi economica interna è aggravata da un blackout digitale che ha ridotto la connettività internet all’1%, paralizzando il commercio online e l’attività economica.

IL CONFLITTO SCUOTE l’economia mondiale. Con lo Stretto di Hormuz quasi completamente bloccato, i prezzi di petrolio e benzina hanno subito un’impennata. I future sul greggio Brent hanno raggiunto i 90 dollari al barile per la prima volta in quasi due anni. Il benchmark globale ha guadagnato fino al 7,6%, il West Texas Intermediate ha superato gli 85 dollari per la prima volta da aprile 2024. Compagnie di trasporto marittime come Maersk hanno sospeso il servizio che collega Estremo Oriente e Medio Oriente all’Europa, mentre i costi assicurativi per attraversare la zona del conflitto sono diventati proibitivi.
Trump ha ipotizzato l’intervento della US International Development Finance Corporation per fornire coperture a prezzi accessibili, ma gli esperti dubitano che l’agenzia disponga del capitale necessario per gestire rischi di tale entità: fornire copertura contro i rischi politici potrebbe costare oltre 300 miliardi di dollari.

* Fonte/autore: Francesca Luci,  il manifesto



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