Per Trump un assalto tira l’altro: «Dopo toccherà a Cuba, sono i suoi ultimi momenti»
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America latina. Il tycoon riunisce a Miami leader e amici latino-americani
Dopo l’Iran «cadrà anche Cuba», ha dichiarato Trump a Politico, già pregustando il momento – «la ciliegina sulla torta» – in cui potrà usare anche nei confronti dell’isola le parole impiegate nella stessa intervista per descrivere l’«ottimo rapporto» con il nuovo governo venezuelano: sotto la sua tutela, «il Venezuela sta andando alla grande» e «Delcy Rodríguez sta facendo un lavoro fantastico» e per di più riconoscente.
Il presidente americano lo ha ripetuto anche ieri davanti ai capi di stato “amici” dell’America Latina che ha riunito nel suo golf resort di Miami per l’iniziativa Shield of The Americas, il misterioso gruppo di appoggio anche militare “per la sicurezza dell’emisfero occidentale” (ma più che altro contro le penetrazioni economiche della Cina) alla cui guida sarebbe destinata l’appena licenziata boss della sicurezza interna Kristi Noem: «Cuba è arrivata agli ultimi momenti di vita», ha detto Trump ai vari Milei, Bukele, Noboa, Klast e un’altra decina di leader di destra del subcontinente.
Che il destino dell’Avana sarà lo stesso di quello di Caracas – dopo aver «tagliato tutto il petrolio, tutto il denaro, tutto ciò che arrivava dal Venezuela, che era l’unica fonte» – Trump ne è sicuro: «Hanno bisogno di aiuto. Vogliono un accordo». Sarebbe stato proprio questo, secondo quanto riferito da una nota dell’ambasciata statunitense, il tema di una riunione con i vertici della chiesa cattolica sostenuta venerdì dal coordinatore per gli Affari cubani del Dipartimento di Stato Rob Allison e dal capo della missione diplomatica Usa a L’Avana Mike Hammer: nel corso del colloquio, si legge nella nota, «si è discusso degli aiuti umanitari dell’amministrazione Trump che la Caritas continua a distribuire nelle province orientali e della necessità che si produca un cambiamento che migliori la situazione di Cuba».
Un cambiamento richiesto anche nelle proteste registrate venerdì notte in varie zone dell’isola, compresa L’Avana, in mezzo ai prolungati blackout che colpiscono gran parte del paese.
È all’opera, tuttavia, anche la giustizia. Dopo il procedimento penale avviato nei confronti di Nicolás Maduro, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, secondo quanto rivelato dal Washington Post, avrebbe costituito un gruppo di lavoro incaricato proprio di esaminare possibili accuse federali contro funzionari del governo cubano: un altro passo verso il tanto agognato “regime change”.
E se il coinvolgimento del Dipartimento del Tesoro nel nuovo gruppo di lavoro potrebbe addirittura indicare l’arrivo di ulteriori sanzioni, lo strangolamento economico ed energetico dell’isola prosegue speditamente. Sotto le pressioni statunitensi, infatti, dopo la Guyana, le Bahamas, Antigua y Barbuda, il Guatemala e l’Honduras, anche la Giamaica ha comunicato mercoledì scorso la decisione di rescindere l’accordo di cooperazione sanitaria in vigore da decenni con Cuba, rispedendo a casa loro 277 professionisti della salute cubani che operavano nel paese.
Una decisione che segue di poco l’appello alla solidarietà espresso dal primo ministro della Giamaica Andrew Holness durante la riunione della Caricom, la Comunità dei Caraibi, lo scorso febbraio a Georgetown, quando aveva esortato ad affrontare «la situazione a Cuba con chiarezza e coraggio», ricordando come «i suoi medici e i suoi insegnanti» abbiano «prestato servizio in tutta la regione».
I frutti di tale servizio hanno lasciato un segno profondo sul sistema sanitario della Giamaica: negli ultimi 30 anni, come ha ricordato in un comunicato il ministero degli esteri di Cuba, i medici cubani avrebbero assistito più di 8 milioni di pazienti, effettuato quasi 75mila interventi chirurgici, assistito oltre 7mila parti e aiutato circa 25mila persone a recuperare o migliorare la vista, rimanendo al loro posto, dopo il passaggio dell’uragano Melissa nell’ottobre del 2025, anche per più di 72 ore consecutive in attività di assistenza medica.
* Fonte/autore: Claudia Fanti, il manifesto
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