Peter Thiel a Roma, il ruolo di Palantir nella guerra in Iran
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Intervista a Alessandro Mulieri, autore di «Tecno Monarchi»: «Si parla di apocalisse invece che di Palantir, usato in Iran e dall’Ice»
“Inseguito” per le vie del centro da chi cerca di raccontare le sue “lezioni” e avere un’idea di chi vi partecipa, Peter Thiel sembra seguire nella capitale una strategia pubblicitaria tutta incentrata sul mistero. Ma la lista dei partecipanti alla sua prima lezione – domenica a Palazzo Taverna – è assai poco impressionante. Nessun grande nome della curia né della politica, anche se inquieta la presenza di diversi studenti dell’Angelicum. Della sua visita a Roma abbiamo parlato con Alessandro Mulieri, directeur de recherche al Cnrs in Francia, docente di filosofia politica a Sciences Po e autore di Tecno monarchi – Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia (Donzelli editore).
Che idea si è fatto della visita di Thiel a Roma sinora?
Che con questo tour europeo stia cercando di accreditarsi come “intellettuale” della Silicon Valley, che poi è l’immagine di sé che ha da subito provato a creare. Questo gli permette, purtroppo in maniera fino a ora abbastanza efficace, di non parlare dei temi veri di cui si occupa: a partire dal ruolo di Palantir nella guerra in Iran, o nelle deportazioni dell’Ice. Mi indigna che Thiel venga invitato a parlare di questi argomenti – anticristo, apocalisse -: che lo accolgano associazioni, accademici, gruppi di pseudo intellettuali e non solo – è stato all’Académie de France, dove ci sono dei veri cattedratici francesi. A parlare di temi di cui ha una conoscenza dubbia, superficiale. Invece di quelli di cui ha vera expertise, perché ha contribuito a crearli. L’idea di Palantir per esempio – anche se ancora non aveva questo nome – la annuncia già dal saggio del 2007 Il momento straussiano, come l’unica vera alternativa per l’intelligence dopo l’11 settembre. Sin dal principio la sua strategia è stata giocare su due registri. Quello colto, che dovrebbe proiettare le sue idee nel mondo in qualità di pseudo intellettuale della Silicon Valley. E quello vero, da imprenditore tech e venture capitalist, che sfrutta il registro colto per creare una narrativa.
Una strategia che sembra supportata anche dall’operazione pubblicitaria degli inviti segreti, i depistaggi, le lezioni misteriose.
È una grande operazione di marketing. E negli anni Thiel è riuscito a circondare anche il marketing di una veste filosofica. Uno degli eroi del suo Pantheon è Leo Strauss. Da cui riprende l’idea dei segreti, cioè del fatto che ci sono delle forme del sapere che possono essere rese accessibili soltanto da una cerchia ristretta di iniziati. Idea che in Strauss è estremamente complessa, con uno spessore filosofico, e che Thiel riprende in superficie, semplificandola e trasformandola in una strategia di marketing politico in cui si presenta come l’intellettuale che giunge a disvelare delle verità filosofiche, creando dei circoli di iniziati che sono sempre pronti ad ascoltarlo. E giocando sull’ambiguità tra il circolo di iniziati- intellettuali o supposti tali, affascinati dalla teologia politica dell’apocalisse -, e quello delle start up.
Nel suo libro spiega come Thiel e altre figure della Silicon Valley come Curtis Yarvin postulino un ritorno a categorie politiche e scientifiche premoderne, elemento che si ritrova nel comunicato dell’associazione Gioberti che co-organizza la visita del Ceo di Palantir. Cosa ne pensa?
Da un lato il connubio tra nostalgia del premoderno e la celebrazione dell’iper moderno è utile per interpretare quel che sta accadendo, le idee della nuova destra. Le implicazioni che l’accelerazione tecnologica – che inizia nella Silicon Valley – può avere per una politica che la modernità ha dimenticato: ritorno alla gerarchia “naturale”, dittatura del quoziente intellettivo, l’idea che esistano dei grandi padroni, il razzismo scientifico. A un convegno a cui ho partecipato di recente, un esperto di intelligenza artificiale raccontava alcuni aspetti di questa tecnologia utilizzando le categorie della teologia. Per esempio la scomparsa dell’autorialità individuale – che con l’Ia è un misto di essere umano e macchina – temi che si ritrovano nella teologia scolastica e medievale. Quindi da un lato questo connubio aiuta a dare un senso a quanto sta accadendo. Ma il ritorno al premoderno delle nuove destre è in realtà una lettura condizionata da ben altri motivi – una lettura selettiva di tutto ciò che c’era prima della modernità politica usata per difendere un’idea molto semplice: la democrazia non ha più senso, è finita, è stata un errore politico e quindi dobbiamo tornare a una struttura gerarchica, autoritaria e antidemocratica del potere. La nostalgia del pre-moderno è semplicemente un pretesto per non nominare il fatto che si sta portando avanti una nuova forma di fascismo – ipertecnologico.
Tra queste categorie, scrive in «Tecno monarchi» – c’è anche quella aristotelica di schiavitù naturale.
Curtis Yarvin sostiene che si tratti di un’“idea interessante” fin dai suoi primi blog degli anni 2000. La continuità tra la schiavitù naturale di Aristotele e il razzismo moderno sta nel fatto che si prendono delle differenze artificiali tra esseri umani e le si presentano come essenziali, naturali. Blindando, legittimando la diseguaglianza. Prima si utilizzava la metafisica e l’ontologia. Oggi cambia il vestito, ma la storia rimane sostanzialmente uguale.
Un pilastro contro intuitivo del “pensiero” di Thiel, al centro anche delle sue lezioni, è che viviamo in un’epoca di stagnazione tecnologica. Questo “rivela” il reale scopo delle sue dissertazioni pseudo filosofiche?
Se si leggono le poche cose che ha scritto – perché alla fin fine la Thiel-sofia si basa più che altro su interviste – sull’idea dell’accelerazione tecnologica e dello stallo, Thiel dice tutto il contrario di tutto. In un caso ha ammesso che Ia e internet sembrano suggerire che in realtà non siamo così tanto “bloccati”. Ma il problema sarebbe che non siamo ai livelli di accelerazione della rivoluzione industriale, da cui deriva l’idea di stagnazione. Che non credo vada vista come un concetto teologico o filosofico, ma meramente come un’idea di business funzionale a Palantir e alle sue attività di imprenditore tech. La “preoccupazione” per lo stallo serve a sostenere che lo Stato non deve mettere nessun tipo di freno. È ideologia nel senso marxista del termine – un’inversione della realtà per portare avanti una certa filosofia del business, delle sue imprese, delle sue attività.
* Fonte/autore: Giovanna Branca, il manifesto
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