Sfratto a mano armata: i palestinesi cacciati, le loro case ai coloni

Sfratto a mano armata: i palestinesi cacciati, le loro case ai coloni

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Con in mano qualche avere, 13 famiglie espulse da Silwan, a Gerusalemme. Pochi minuti dopo, issata la bandiera israeliana. «Fummo espulsi nel 1948. Ho costruito questa casa pietra su pietra. Ora ci sfrattano di nuovo»

Gerusalemme. Lo scorso dicembre bastarono solo 238 parole al giudice della Corte Suprema israeliana Alex Stein per decidere il destino di centinaia di abitanti di Baten al-Hawa e al-Bustan, a Silwan, ai piedi della Città Vecchia di Gerusalemme, e respingere i ricorsi presentati contro le espulsioni da 13 famiglie palestinesi, Basbous e Rajabi. Il giudice scrisse nelle motivazioni della sentenza che le case e gli altri edifici palestinesi a rischio di sfratto appartenevano, prima del 1948, quando lo Stato di Israele non esisteva, a una fondazione ebraica che li aveva destinati a famiglie di ebrei yemeniti. La legge israeliana parla chiaro, aggiunse: sono case «da restituire ai proprietari ebrei», che nel frattempo sono «casualmente» diventati i coloni di Ateret Cohanim, organizzazione di estrema destra impegnata nella «riconquista» della Gerusalemme araba.

A nulla sono servite le carte presentate dai palestinesi che in quelle case vivono da decenni, dopo averle acquistate negli anni ’60 con l’approvazione legale delle autorità giordane, che a quel tempo controllavano la parte orientale della città.

Ieri quelle 13 famiglie palestinesi – nei quattro appartamenti di Yousef Basbous (21 persone) e negli 11 di Yaakov Rajabi (44 persone) – hanno perduto il tetto sotto il quale vivevano; altre due erano state sfrattate domenica. Sotto lo sguardo duro di decine di poliziotti in assetto antisommossa, armati di mitra, bambini, uomini e donne di ogni età sono usciti dagli appartamenti di Yousef Basbous con in mano poche cose. Un giovane stringeva una cassetta degli attrezzi, i bambini tenevano al petto qualche giocattolo, le donne si muovevano a piccoli passi; una ragazza non è riuscita a trattenere le lacrime. Si sono allontanati subito a causa della pioggia e temendo reazioni della polizia.

Poco dopo, nella casa è entrato, assieme a un paio di agenti, un rappresentante dei «nuovi proprietari» per controllare che fosse effettivamente vuota. Poi sono arrivati i coloni, che hanno scaraventato all’esterno quanto avevano lasciato i palestinesi e issato sull’edificio una bandiera israeliana, simbolo della nuova conquista. Lo stesso, ci raccontavano, è avvenuto nell’edificio della famiglia Rajabi, anch’esso svuotato dei palestinesi.

Parlando ai giornalisti, Yousef Basbous ha raccontato con amarezza che la sua famiglia «fu espulsa nel 1948 durante la Nakba e dispersa nei campi profughi in Cisgiordania. Sono arrivato a Silwan con i miei genitori più di 60 anni fa, ho costruito questa casa pietra su pietra, mattone su mattone, chiodo su chiodo. Oggi vengono da noi e ci sfrattano di nuovo. Affermano che il terreno apparteneva a un’associazione yemenita e che il suo custode lo ha venduto ai coloni. La polizia dice di star applicando le decisioni del tribunale, secondo la legge. Ma che razza di legge è questa che può sfrattare me, che vivo qui da più di 60 anni?».

Colme di rabbia e preoccupazione anche le dichiarazioni dei Rajabi. «I miei parenti cacciati via oggi vivevano da sempre in questa casa: l’avevano comprata i nonni nel 1963, figli e nipoti ci sono nati e cresciuti», ci ha detto un giovane, Ragheb, a Baten al-Hawa. «La mia casa non è coinvolta (nella sentenza di dicembre), però sono preoccupato: viviamo tutti nell’attesa di vedere apparire alla porta di casa i poliziotti israeliani. Ci prendono le abitazioni o le demoliscono sostenendo che sono illegali. Siamo indifesi, nessuno vede e sente la nostra richiesta di aiuto».

Quel giorno di dicembre in cui si riunì la Corte Suprema israeliana per comunicare la sua sentenza non ha solo gettato nell’ansia un totale di 2.200 persone a Silwan – 150 famiglie nel rione di al-Bustan e 90 a Baten al-Hawa – che temono di essere cacciate via da un momento all’altro dalle case in cui vivono da generazioni. Ha di fatto autorizzato i militanti di Ateret Cohanim e di altre organizzazioni di coloni a non attendere più nemmeno pochi giorni prima di prendere il posto dei palestinesi espulsi, come facevano un tempo.

La sostituzione ora è immediata, grazie alla protezione garantita da decine di poliziotti. E i riflettori puntati sulla guerra di Usa e Israele contro l’Iran offrono alla polizia israeliana, diretta dal ministro ultranazionalista Itamar Ben Gvir, l’occasione per eseguire gli ordini di sfratto senza la presenza dei media internazionali. Quelli israeliani, con poche eccezioni, non riferiscono degli abusi subiti dai palestinesi di Silwan e altrove.

Dal 28 febbraio, 15 famiglie palestinesi, tra cui anziani e bambini, sono state buttate fuori dalle loro case, subito occupate da Ateret Cohanim. Negli ultimi due anni i coloni hanno preso le abitazioni delle famiglie Shehade, Abu Nab, Jith, Odeh e Shweiki e, più di recente, quelle delle famiglie Basbous e Rajabi. E molte altre ne occuperanno se non verranno fermati i procedimenti di confisca a vantaggio dei coloni.

Nelle stesse ore in cui decine di persone venivano espulse dalle loro case, a breve distanza, nel sobborgo di Jabal al-Mukabber, un ventunenne palestinese, Qassem Shaqirat, veniva ucciso dalla polizia, giunta per arrestarlo. Secondo la versione delle autorità israeliane, avrebbe cercato di impadronirsi dell’arma di un agente. Nella zona di Masafer Yatta, Yusri Qubaita è rimasto ucciso quando l’esercito ha aperto il fuoco contro due auto palestinesi.

A Gaza, un bambino di 13 anni, Khaled Arada, è stato ucciso dal fuoco israeliano mentre si trovava nella sua tenda nella zona di al-Mawasi.

* Fonte/autore: Michele Giorgio, il manifesto



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