Stati uniti. No Kings, milioni in piazza dall’Alaska a Porto Rico

Stati uniti. No Kings, milioni in piazza dall’Alaska a Porto Rico

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Più di 3500 manifestazioni in tutti i 50 Stati, milioni di persone: una delle più grandi giornate di protesta coordinate della storia recente americana. Non solo contro Trump ma contro un sistema che concentra ricchezza e potere

NEW YORK. Non una piazza simbolica, ma un Paese intero attraversato da una parola d’ordine semplice e radicale: “No Kings”, nessun re. Gli Stati Uniti sono tornati a manifestare con una mobilitazione diffusa e capillare. Più di 3500 manifestazioni in tutti i 50 Stati, dall’Alaska a Porto Rico milioni di persone: una delle più grandi giornate di protesta coordinate della storia recente americana.

Da Manhattan al Midwest, dalle grandi città democratiche alle contee rurali a tendenza repubblicana, la protesta ha assunto la forma di una geografia politica diversa: non più solo roccaforti liberal, ma anche periferie e territori conservatori attraversati da un dissenso che cresce.

A New York, il corteo ha riempito Time Square; a Washington, Chicago, Boston, Los Angeles le piazze sono tornate a essere luoghi di convergenza, e lo stesso è accaduto in piccoli centri della Florida o del Texas, due Stati roccaforte del tycoon.

In Minnesota la mobilitazione ha trovato il suo cuore politico ed emotivo. Al Campidoglio statale si è tenuto il raduno principale: oltre duecentomila persone, secondo gli organizzatori, in quella che è stata la manifestazione simbolo dell’intera giornata.

Sul palco si sono alternati leader politici e figure culturali, in una saldatura ormai tipica dei movimenti americani contemporanei. Bernie Sanders ha parlato alla folla riportando il conflitto sul terreno della democrazia materiale: non solo contro Trump ma contro un sistema che concentra ricchezza e potere, legando la protesta alle battaglie su lavoro, sanità e diritti civili.

Accanto a lui, il governatore del Minnesota Tim Walz ha rivendicato il ruolo dello Stato come “linea del fronte” contro le politiche federali. Nel suo discorso ha rovesciato l’accusa di radicalismo rivolta ai manifestanti: “Siamo radicalizzati dalla compassione, dalla democrazia, dal rispetto delle regole – ha detto, definendo la mobilitazione – il cuore e l’anima di ciò che resta dell’America democratica”, e invitando il “clown arancione” a non scambiare la gentilezza del Minnesota per debolezza.

Ma è stato l’intervento di Bruce Springsteen a segnare il momento più denso. Introdotto dallo stesso Walz come la voce di un’America senza re, Springsteen ha trasformato il palco in una scena di lutto e accusa politica. Ha suonato “Streets of Minneapolis”, brano scritto dopo le uccisioni di Renée Good e Alex Pretti legate alle operazioni federali, e diventato in poche settimane un inno del movimento.

La canzone — che parla di “stivali d’occupazione” e di una città attraversata dalla violenza dello stato, è stata cantata dalla folla, mentre dagli slogan emergeva una richiesta precisa: “ICE out now”.

Il bersaglio della mobilitazione era esplicito: la presidenza di Donald Trump è sgradita per via di quella che i manifestanti definiscono una deriva autoritaria. Lo slogan “No Kings” non è solo un richiamo retorico alla tradizione anti monarchica americana, ma un’accusa politica diretta contro l’espansione del potere esecutivo, le politiche migratorie aggressive e ora anche la guerra in corso con l’Iran.

Nei cartelli le rivendicazioni si intrecciano: diritti civili, giustizia razziale, opposizione alla guerra, difesa della sanità pubblica, critica alle disuguaglianze economiche. È una protesta plurale, senza un’unica piattaforma, ma con un denominatore comune: la difesa della democrazia contro quello che viene percepito come un salto di qualità nell’uso del potere federale.

La mobilitazione del 28 marzo è stata la terza ondata di un ciclo iniziato nel 2025 e cresciuto in pochi mesi fino a numeri record. Se le precedenti giornate avevano già portato in strada milioni di persone, questa volta il movimento sembra aver consolidato una struttura organizzativa più ampia, sostenuta da sindacati, gruppi per i diritti civili oltre alle reti come Indivisible e 50501.

Il dato politico, però, è un altro: la protesta si proietta già oltre la giornata di ieri.

In un contesto segnato da un calo di consenso per Trump e dall’avvicinarsi delle elezioni di midterm, “No Kings” si propone come infrastruttura permanente di opposizione sociale, capace di trasformare la piazza in organizzazione.

“C’è molto lavoro da fare – dice Sandra, 37 anni, avvocatessa e attivista di 50501 – Ha ragione Robert De Niro che oggi, durante la conferenza stampa, ha detto che sono solo i cittadini americani a poter fermare Trump. Le elezioni di midterm saranno brutali. Lui sa che se si svolgeranno legalmente perderà il controllo del Congresso e questo lo terrorizza. Ci sarà bisogno di tutti noi per arginarlo e metterlo in riga”.

La terza manifestazione No Kings ha mostrato qualcosa di più rispetto alle precedenti: la capacità di unire linguaggi diversi – politico, sindacale, culturale – in un’unica narrazione di resistenza. Ed è da qui che la protesta prova a fare un salto: da evento nazionale a infrastruttura politica stabile.

* Fonte/autore: Marina Catucci, il manifesto



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