Trump e l’Iran: una guerra improvvisata tra dubbi e contraddizioni
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Nelle campagne elettorali l’attuale inquilino alla Casa Bianca si era presentato come il presidente isolazionista, che si preoccupa degli Usa e non di scatenare guerre come i suoi predecessori. La sua condotta bellicosa ha ovviamente deluso i più ferventi del gruppo MAGA
“Il presidente dice che abbiamo dovuto attaccare prima perché un attacco iraniano era imminente……alcuni hanno detto che la ragione fosse per le armi nucleari ma sei mesi fa ci avevano assicurato che il loro programma nucleare era stato decimato”. Con queste parole il parlamentare repubblicano del Kentucky Thomas Massie metteva dubbi sulla guerra in Iran cercando di convincere i suoi colleghi a votare per fermarla mediante il War Powers Resolution. La legge del 1973 limita i poteri presidenziali nella facoltà unilaterale di scatenare conflitti armati. La mozione è stata però bocciata (219-212) come era avvenuto anche in precedenza al Senato. Ciononostante le domande di Massie sono rilevanti perché Donald Trump non ha chiarito il perché della guerra. Il presidente, infatti, ha usato argomenti improvvisati, cambiando le motivazioni quasi giornalmente.
Al di là delle argomentazioni di Massie, Trump ha parlato anche di cambio di regime, aggiungendo che in tal caso lui vuole essere determinante su chi guiderà l’Iran. Ovviamente pensava al caso del Venezuela, dove dopo il sequestro di Nicolás Maduro, la sua vice Delcy Rodríguez ha preso il potere. Nonostante alcune dichiarazioni belliche iniziali, la Rodríguez ha cambiato tono e ha acconsentito a essere guidata da Washington. Questa sarebbe la strategia preferita di Trump anche con l’Iran, una guerra di “mordi e fuggi” ma i due casi sono ovviamente molto diversi.
Se in Venezuela non ci sono state perdite di vite americane nel caso dell’Iran già 7 americani sono morti. Inoltre più di 1.000 iraniani hanno perso la vita, 175 dei quali alunni in una scuola elementare. Il New York Times informa che un missile Tomahawk americano ne sarebbe stato responsabile. Trump ha smentito, ma Pete Hegseth, il ministro della Difesa ha affermato che si sta indagando. L’altra grande differenza riguarda la posizione dell’Iran e l’ampiezza del conflitto che è divenuta una guerra regionale, coinvolgendo in un modo o nell’altro una dozzina di Paesi. L’uccisione del Leader Supremo Ali Khamenei ha determinato la scelta del figlio Mojtaba Khamenei quale successore alla guida del Paese, un individuo diametralmente opposto al caso di Rodríguez in Venezuela.
Tutto fa ritenere che il cambio di regime auspicato da Trump non sia avvenuto. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha già minacciato che chiunque sia il nuovo leader dell’Iran sarà anche lui ucciso. La bellicosità di Israele tenderebbe a confermare che a scatenare la guerra sia stato proprio il primo ministro, come aveva detto anche Marco Rubio. Secondo il segretario di Stato americano Israele era pronto ad attaccare e avrebbe forzato la mano agli Usa. Un giorno dopo, però, Rubio ha cambiato versione affermando che la decisione era stata del presidente Trump, aggiungendo ulteriore nebbia e confusione alle giustificazioni per la guerra da parte della Casa Bianca.
La mancata chiarezza dell’amministrazione Trump spiegherebbe almeno in parte l’impopolarità della guerra con gli americani. Secondo un sondaggio della PBS/NPR/Marist il 66% degli americani è contrario alla guerra. Inoltre solo il 36% approva la condotta di Trump con l’Iran. In effetti gli americani non capiscono perché il presidente ha iniziato questa guerra non vedendo i loro interessi tutelati stanti le perdite umane ma anche quelle economiche. Preoccupano ovviamente gli aumenti dei costi dell’energia con la benzina che è aumentata del 17% la settimana scorsa. Il prezzo medio della benzina in Usa è di 3,45 dollari al gallone ma si prevedono aumenti. In California la media è di 5 dollari ma in alcuni casi nella zona di Los Angeles è già arrivato a 8 dollari al gallone. Queste preoccupazioni sul costo della benzina si aggiungono a quelle già esistenti sull’economia in generale che la guerra ha aggravato. La disoccupazione è arrivata al 4,4% e nel mese di febbraio 92 mila posti di lavoro sono svaniti.
Trump però ha anche confuso la sua base MAGA poiché ha “tradito” le promesse fatte ai suoi più fedeli sostenitori. Nelle campagne elettorali l’attuale inquilino alla Casa Bianca si era presentato come il presidente isolazionista, che si preoccupa degli Usa e non di scatenare guerre come i suoi predecessori. La sua condotta bellicosa ha ovviamente deluso i più ferventi del gruppo MAGA. Tucker Carlson, ex conduttore alla Fox News, ha definito gli attacchi all’Iran come “assolutamente disgustosi e malefici”. Anche l’ex parlamentare della Georgia Marjorie Taylor Greene, che ha rotto con Trump negli ultimi mesi, ha mostrato la sue delusione asserendo che aveva votato “Per America first e zero guerre”, aggiungendo che la guerra non “ridurrà l’inflazione e non ridurrà il carovita”.
Trump, infine, ha dichiarato che la guerra potrebbe durare parecchie settimane ma forse anche più a lungo e che non accetterà alcun esito eccetto “una resa incondizionata”. Trump preferisce i risultati rapidi e con ogni probabilità anelerebbe poter cantare vittoria e andare a casa. Gli iraniani, però, fino adesso hanno dichiarato che resisteranno. Alcuni giorni fa il ministro degli affari Esteri iraniano Abbas Araghchi ha detto alla Nbc News che la guerra l’hanno voluta gli Stati Uniti e che loro non “chiedono un cessate il fuoco e non vedono alcuna ragione per negoziare”. Ha aggiunto che gli iraniani hanno negoziato due volte con gli Usa e in entrambi i casi sono stati attaccati durante le trattative. Nonostante tutto i negoziati dovranno iniziare anche se nessuno dei tre principali partecipanti – Israele, Usa e Iran – sembra essere interessato. Si spera che qualche Stato possa farsi avanti come mediatore per porre fine al conflitto che potrebbe allargarsi, causando più morti e destabilizzando non solo il già fragile Medio Oriente ma anche altri Paesi. Al momento di scrivere c’è però poco da essere ottimisti.
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* Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications
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