Al centro del mosaico Iran in guerra, la rivincita dei Guardiani

Al centro del mosaico Iran in guerra, la rivincita dei Guardiani

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Fino a 10 punti di pil in meno, inflazione al 55%, povertà al 36%… Ma il nemico adesso è la guerra

La guerra è fatta di bombe, distruzione, suoni devastanti che irrompono nel cuore della notte. È fatta di sangue, dolore, urla che lacerano vite in carne e ossa. Comunicati, parole, minacce, bugie, inganni, negoziati e strategie ciniche non appartengono alla gente comune, che subisce gli effetti del conflitto.

«Per una vita normale, per la libertà», aveva cantato una voce iraniana durante il movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022. Eppure, per moltissimi iraniani sembra non essere cambiato molto: continuano a inseguire disperatamente una vita normale. All’inizio di gennaio esplodevano le grandi manifestazioni per la crisi economica, partite proprio dai bazar, contro la teocrazia. Ma oggi la vita degli iraniani è stata travolta da una guerra che, in soli quaranta giorni, ha devastato ciò che richiederà anni per essere ricostruito. E il “colpevole” non è più solo il sistema, ma l’aggressione di Stati uniti e Israele.

«PER UN ATTIMO mi sono resa conto di aver passato venti minuti a lamentarmi di un bambino di sette anni che non aveva fatto nulla di male, se non la chiusura della sua scuola», racconta Mahsa. La madre trentanovenne che oltre alle mille incombenze quotidiane si è ritrova a fare anche da insegnante ai propri figli.

Non è solo il sistema scolastico iraniano a trovarsi in una situazione emergenziale. L’attacco militare di Israele e degli Stati Uniti ha inflitto all’economia iraniana danni ben più gravi di quelli diretti del conflitto.

Si prevede una contrazione del Pil reale tra 8,8 e 10,4 punti percentuali rispetto a uno scenario senza guerra, a causa dei danni alle infrastrutture energetiche e alle rotte commerciali marittime. L’inflazione è prevista al 55% nel 2026, riducendo ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie. Il tasso di disoccupazione resta critico, con un’occupazione generale ferma al 38% e solo al 12% per le donne. La povertà interessa già il 36% della popolazione, la soglia è pari a circa 8,30 dollari al giorno in parità di potere d’acquisto. Anche se la guerra cessasse domani, la ripresa sarebbe lunga e fragile. Se il Paese non riuscisse ad accedere ai finanziamenti internazionali, con un debito pubblico al 14% del Pil, non avrebbe margini per politiche espansive.

IL CONFLITTO ha lasciato ferite profonde non solo sul territorio, ma anche nell’aria, nell’acqua e negli ecosistemi del Paese. L’attacco a tre grandi depositi di petrolio vicino a Teheran ha rilasciato oltre un milione di tonnellate di CO2 e quattromila tonnellate di composti cancerogeni, contaminando suolo, falde e catena alimentare, con il rischio di una futura impennata dei costi sanitari.

Sono state colpite 13 aree protette in 7 province, con vittime tra la fauna, fughe di specie dovute al trauma acustico e la perdita di campioni genetici irrecuperabili.

NEL GOLFO PERSICO e nel Mar d’Oman, porti e isole strategiche sono stati bombardati, minacciando la sopravvivenza di pescatori e mammiferi marini rari, con il rischio di maree rosse e morie di pesci. Laghi come Zaribar e zone umide come Hamun rischiano il collasso ecologico, favorendo tempeste di polvere tossica nella regione di Sistan. Sono state distrutte dieci sedi provinciali dell’agenzia ambientale e i sistemi di rilevamento dell’inquinamento, rendendo impossibile avvisare le popolazioni più fragili. Le tossine nei terreni agricoli minacciano la produzione alimentare, mentre i residui di esplosivi chimici aumentano il rischio di malattie polmonari croniche e anomalie genetiche per le generazioni future.

Considerando l’enorme difficoltà finanziaria del Paese, diventa chiaro il piano dell’amministrazione americana di un blocco navale che danneggerebbe enormemente il commercio di petrolio iraniano, principale fonte di entrate del Paese. Sembra che l’amministrazione americana miri proprio a danneggiarne irreparabilmente le risorse naturali.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent, forse la figura più attendibile dell’entourage di Trump, ha annunciato che il blocco navale americano porterà, nel giro di pochi giorni, al riempimento completo dei depositi di petrolio sull’isola di Kharg, costringendo così alla chiusura dei fragili pozzi petroliferi iraniani, potenzialmente in modo irreversibile.

CIÒ IN PARTE spiega perché gli iraniani insistono sulla revoca del blocco navale prima di sedersi al tavolo dei negoziati. Tuttavia Abdollah Babakhani, analista energetico indipendente iraniano, ridimensiona l’allarme sul rischio di danni irreversibili ai pozzi e sottolinea che Kharg non è l’unico sito di stoccaggio del Paese e che una riduzione o sospensione della produzione non equivale automaticamente alla distruzione dei pozzi o alla perdita della capacità estrattiva, anche se esiste comunque un rischio tangibile.

Gli Stati Uniti, per indurre Teheran a una resa incondizionata, tendono a spingere anche sulle divisioni tra le fazioni pragmatiche e quelle più radicali del potere. L’attacco americano, soprattutto durante i negoziati in corso, ha sicuramente rafforzato l’area intransigente del potere, che oggi arriva a sostenere la prosecuzione del conflitto.

TUTTAVIA è emerso un sistema di governo “a mosaico” che rende il Paese più resiliente agli attacchi. Ufficialmente il nuovo leader è Mojtaba Khamenei, ma la sua assenza dalla scena pubblica e la limitata esperienza fanno ipotizzare che il vero potere sia esercitato da un gruppo collettivo di alti funzionari e comandanti militari, con un ruolo svolto dal Corpo dei Guardiani della Rivoluzione che prima della guerra non era politicamente così centrale.

Le divisioni, per il momento evidenti, non sono comunque paragonabili alle divergenze tra Chamberlain e Churchill.

* Fonte/autore: Francesca Luci,  il manifesto



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