Crisi energetica e guerra: distributori a secco in Asia e Australia, la Slovenia comincia i razionamenti

Crisi energetica e guerra: distributori a secco in Asia e Australia, la Slovenia comincia i razionamenti

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Trump ha parlato di nuovo. Lo schema è il solito: mercati ancora aperti, indiscrezioni su una rapida chiusura della guerra contro l’Iran, petrolio giù, borse su. Poi, a contrattazioni chiuse, arriva il discorso alla nazione: «Nei prossimi giorni colpiremo duramente l’Iran, lo riporteremo all’età della pietra»

Trump ha parlato di nuovo. Lo schema è il solito: mercati ancora aperti, indiscrezioni su una rapida chiusura della guerra contro l’Iran, petrolio giù, borse su. Poi, a contrattazioni chiuse, arriva il discorso alla nazione: «Nei prossimi giorni colpiremo duramente l’Iran, lo riporteremo all’età della pietra». Così, alla riapertura, il prezzo del greggio riparte e i listini crollano.

Nell’oscillazione dei prezzi c’è chi guadagna e chi perde. Tra i primi, quelli che hanno fiuto o che sanno prima degli altri.

Nel frattempo, mentre il biscazziere della Casa bianca «gioca» con i mercati, lo choc energetico prende una piega sempre più pericolosa. Finora la scarsità di petrolio (e gas) è stata in gran parte artificiale, alimentata dalla speculazione. Ora, però, rischia di diventare reale. E riguarda soprattutto Europa e Asia, le aree più esposte alla rotta del Golfo. Gli Stati uniti hanno margini maggiori grazie allo shale oil, ma non sono immuni: un gallone di benzina costa già cinque dollari, con punte di 6,5 in California.

PAUL KRUGMAN, premio Nobel per l’economia, lo dice chiaramente: «Questo aumento dei prezzi è stato speculativo», guidato dall’aspettativa di carenze future. Ma il passaggio decisivo è imminente: «Il periodo di grazia sta per finire. Le consegne ai mercati asiatici termineranno questa settimana; quelle all’Europa la prossima». A quel punto, avverte, «il tempo delle chiacchiere sarà finito».

E i segnali, già oggi, sono eloquenti. Come racconta il Financial Times, nelle Filippine lo stato di emergenza energetica ha ridotto consumi e attività: ristoranti vuoti, lavoro a rischio, telelavoro. In Bangladesh si spengono luci e condizionatori negli uffici pubblici e la distribuzione di carburante subisce interruzioni. In Pakistan, addirittura, il campionato nazionale di cricket si gioca in stadi vuoti, perché molti cercano di risparmiare carburante.

In prospettiva, i rischi sono enormi. Clemence Landers, economista del Center for Global Development di Washington, disegna uno scenario cupo: «Quando si assiste a settimane lavorative più brevi o a aziende che riducono l’orario, si tratta di una distruzione della domanda», con effetti immediati su produzione e redditi.

L’Asia appare come il primo anello debole. Con lo Stretto di Hormuz bloccato, la maggioranza dei flussi energetici è inibita. Le economie emergenti, più energivore e con meno spazio fiscale, sono le prime a cedere: giù consumi e produzione, su l’inflazione. Una spirale che porta dritto verso la stagflazione, almeno per ora.

MA I SEGNALI si moltiplicano anche altrove. In Australia, ben 470 stazioni di servizio sono rimaste senza carburante negli ultimi giorni. In Europa la direzione è la stessa. Se in Italia sono già molte le segnalazioni di pompe col cartello «carburante esaurito», la Slovenia ha introdotto un razionamento severo: 50 litri al giorno per i privati, 200 per le imprese.

Anche l’Ue lancia l’allarme. Il Commissario per l’energia Dan Jørgensen invita gli Stati membri a «prendere in considerazione misure volontarie di riduzione della domanda», soprattutto nei trasporti, e a «prepararsi per tempo» a un’interruzione prolungata delle forniture. Il rischio è passare «dal caro prezzi a una crisi totale di approvvigionamento energetico». Per l’economia europea il pericolo è doppio. Da un lato, l’aumento dei costi comprime consumi e investimenti. Dall’altro, una possibile carenza fisica rischia di bloccare interi settori: trasporti, logistica, industria. Il nodo più critico è il diesel, da cui dipende la distribuzione delle merci. E quando si ferma quella, l’effetto si propaga rapidamente a tutta l’economia.

Infine, gli scenari più pessimisti parlano di una perdita di produzione globale tra il 10 e il 15%. L’Ocse stima un calo del Pil globale dello 0,5%, più marcato in Europa (per l’Italia crescita dimezzata allo 0,4%, secondo S&P), dove la Bce per il secondo trimestre 2026 prevede anche un rialzo dell’inflazione al 3,1%. Numeri che non tengono ancora conto degli effetti su occupazione e finanza pubblica. Un disastro annunciato.

* Fonte/autore: Luigi Pandolfi, il manifesto



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