Dopo il voto. Comincia la nuova Ungheria di Magyar, tra qualche luce e molte ombre

Dopo il voto. Comincia la nuova Ungheria di Magyar, tra qualche luce e molte ombre

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Nella prima conferenza stampa da vincitore promette il limite dei due mandati e attacca il presidente della Repubblica

Nella sua prima uscita pubblica da vincitore, Péter Magyar ha lanciato un attacco frontale agli equilibri che hanno retto l’Ungheria durante sedici anni di orbanismo. Promettendo la nascita di un Ufficio anticorruzione e la revisione della Costituzione per imporre il limite di due mandati governativi, il leader di Tisza si è scagliato violentemente contro il presidente della Repubblica, Tamás Sulyok. «Chiunque abbia permesso che il proprio Paese venisse derubato, chiunque non abbia detto nulla quando migliaia di bambini sono stati rovinati da mostri pedofili, per me non è un presidente. E spero che lo capisca. Lo ripeto: dovrebbe lasciare l’incarico», ha affermato nel corso della conferenza stampa di ieri.

IL MESSAGGIO, che sembrerebbe aprire una crisi istituzionale senza precedenti, nasconde in realtà la consapevolezza del pericolo che le principali istituzioni nazionali, ancora in mano a Fidesz, potrebbero rappresentare per Tisza. Non a caso, poco dopo, il futuro premier ungherese ha promesso la rimozione dei vertici della polizia e dell’agenzia delle entrate nominati per motivi politici dal precedente governo.

Pur proponendo una visione dell’Ungheria per certi versi diversa da quella illiberale di Orbán, il presidente di Tisza non ha però dimenticato di ricordare la propria provenienza dalla destra conservatrice. E non potrebbe essere altrimenti. Per vent’anni, Magyar ha fatto parte di Fidesz ed è stato nel cerchio magico di Orbán. La “redenzione” è avvenuta nel 2024, durante le contestazioni che hanno portato alle dimissioni di Katalin Novák, allora presidente della Repubblica. L’accusa per Novák era gravissima: aver concesso la grazia a una persona condannata per aver insabbiato casi di pedofilia. In mezzo a questo scandalo, Magyar ha assunto la guida di Tisza, riuscendo nel giro di due anni a stravolgere la politica ungherese.

LE ORIGINI di Magyar sono emerse ulteriormente quando ha toccato il tema della migrazione. «Ci sono paesi europei che sono riusciti a risolvere il problema di conformarsi al diritto comunitario e allo stesso tempo impedire l’ingresso di migranti illegali. La Slovacchia e la Polonia ne sono un esempio: è possibile, basta volerlo» ha affermato, ricordando il proprio impegno a rafforzare il tristemente noto muro al confine con la Serbia. Non solo: la presenza di guardie di frontiera verrà aumentata considerevolmente proprio per sfavorire la migrazione illegale, in una inquietante continuità con le politiche di Orbán. Una decisione in linea con l’appoggio garantito da Tisza al nuovo regolamento rimpatri approvato dal Parlamento europeo, dove Magyar non ha avuto alcun problema a votare con Fidesz e i neo-fascisti di Mi Hazánk.

ANCHE IN POLITICA ESTERA, pur promettendo un rinnovato impegno europeo e al fianco della Nato, Magyar potrebbe deludere le aspettative di molti. Durante il suo incontro con i giornalisti, il futuro premier ha parlato dei rapporti tra Ungheria, Russia e Ucraina. Nei confronti di Mosca, nonostante una campagna elettorale sotto lo slogan del 1956 «Ruszkik, haza!» (Russi, a casa!), il leader di Tisza sembra aver cambiato in parte opinione. Pur impostando le future relazioni in modo più pragmatico, ossia più indipendente, Magyar ha ricordato come «non possiamo cambiare la geografia. La Russia resterà qui, l’Ungheria resterà qui. Faremo tutto il possibile per diversificare, ma questo non significa che ci separeremo. Ci procureremo sempre il petrolio nel modo più economico e sicuro». Diversificazione delle fonti energetiche, quindi, ma non troppo.

ANCHE I FUTURI RAPPORTI con Kiev potrebbero essere tutt’altro che lineari. Affermando la solidarietà di fronte all’aggressione russa, Magyar ha ricordato il proprio accordo con la decisione di Orbán di bloccare il prestito europeo da 90 miliardi così come ha ribadito l’opposizione all’ingresso facilitato dell’Ucraina nell’Ue. Più incerti, invece, i rapporti con Israele. «La relazione tra i due Paesi è speciale per via della folta comunità ebraica ungherese», ha ricordato Magyar, ma il nuovo governo non potrà assicurare di continuare a bloccare le critiche europee alle politiche di Netanyahu, aprendo di fatto uno scenario fino a ora impensabile a Budapest.

E se Magyar sembrava aver smussato certe posizioni conservatrici sul tema Lgbt, affermando che nella sua Ungheria «chiunque potrà riunirsi liberamente e amare chi vuole», il tema delle leggi omofobe inserite in costituzione da Orbán non è stato toccato direttamente. Al contrario, il futuro premier ha lodato Giorgia Meloni: «Gli italiani pensano che stia facendo un buon lavoro e vorrei incontrarla». Ma garantisce: «Non chiamerò Putin e Trump».

I FESTEGGIAMENTI causati dalla sconfitta epocale di Orbán, sembrano quindi offuscati dal rischio di saltare dalla brace di Fidesz alla padella di Tisza. E se, ufficialmente, Magyar ha promesso di liberare l’Ungheria dalla «mafia di Orbán», la scelta di candidare in posizioni chiave István Kapitány, ex vicepresidente di Shell, e Anita Orbán, a lungo manager nel settore del Gnl statunitense, con frequentazioni nella Heritage Foundation trumpiana, rischia di consegnare il Paese nelle mani di una nuova oligarchia. Il pericolo è quello di perpetuare il sistema con volti nuovi, un vero e proprio “Fidesz dal volto umano”.

Nell’assenza, per ora totale, di un fronte progressista.

* Fonte/autore: Davide Galluzzi, il manifesto



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