Fascismo high-tech. Palantir e l’incubo della Repubblica tecnologica

Fascismo high-tech. Palantir e l’incubo della Repubblica tecnologica

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Il Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti (Usda) e Palantir hanno stipulato un contratto da 300 milioni di dollari per sostenere il National farm security action plan e per modernizzare i servizi che il dipartimento fornisce agli agricoltori statunitensi

La notizie è di ieri: il Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti (Usda) e Palantir hanno stipulato un contratto da 300 milioni di dollari per sostenere il National farm security action plan e per modernizzare i servizi che il dipartimento fornisce agli agricoltori statunitensi.

In un altro momento la cosa non avrebbe attirato attenzione. Certo, 300 milioni di dollari non sono pochi, ma si tratta pur sempre di sicurezza alimentare, una cosa importante. Tuttavia, sono sufficienti pochi minuti sul sito della Usda e ci si rende conto che le apparenze ingannano. «Putting american farmers first» è lo slogan che domina la pagina di accesso, dove ci sono i rinvii a sigle tra le quali spicca «Maha» (Make america healthy again). Qui incontriamo iniziative che vedono, tra l’altro, il coinvolgimento del segretario alla salute Kennedy e illustrano le idee che egli propone per migliorare la nutrizione dei bambini. La cosa comincia a assumere un carattere sinistro.

Non ci vuole molto per capire che il National farm security action plan è un’iniziativa ispirata più al protezionismo che alla sicurezza alimentare, ma è il coinvolgimento di Palantir che nelle scorse ore ha attirato l’attenzione su questa notizia apparentemente secondaria. Già, perché questo non è che uno dei contratti milionari che questa azienda ha concluso di recente con il governo degli Stati uniti e con quello del Regno unito per fornire servizi tecnologici avanzati, che però comportano l’accesso da parte di Palantir a immensi giacimenti di dati, alcuni anche personali e sensibili (come nel caso del contratto concluso con il servizio sanitario pubblico britannico). La cosa sarebbe già preoccupante così, ma diventa terrificante non appena si considera il carattere peculiare che Palantir ha assunto, che non è unicamente di “neutro” fornitore di servizi.

A destare allarme non sono soltanto le opinioni politiche reazionarie di Peter Thiel, il fondatore di Palantir, e di Alex Karp, che della stessa azienda è il Ceo. Preoccupa che proprio mentre la notizia di questo nuovo lucrativo contratto veniva diffusa, gli account social dell’azienda lanciavano un testo che si presenta come un manifesto politico in 22 punti (che in realtà sono ripresi da un libro di Karp pubblicato l’anno scorso). In questo documento si prospetta una sorta di «merger and acquisition» (come ha scritto John Ganz) all’esito del quale Palantir e il governo degli Stati uniti diventerebbero una struttura di potere integrata di tipo nuovo, per il perseguimento di una politica neo-imperiale all’esterno e per il controllo dell’ordine all’interno.

Nella “fusione” la parte pubblica mette la forza, e quella privata le tecnologie per impiegarla in modo sempre più efficace (già sperimentate in Palestina e nei rastrellamenti di Ice). L’obiettivo è una «repubblica tecnologica» che non ha più una forma di governo democratica, ma è retta da una oligarchia composta in larga misura dai vertici delle più importanti aziende high-tech e dai loro interlocutori politici. Non è chiaro chi avrà acquisito chi alla fine, ma il risultato è stato descritto da molti in queste ore come «tecnofascismo».

Nel novembre del 1929, il giurista tedesco Carl Schmitt, un autore caro ai reazionari che hanno assunto il controllo della politica statunitense, tenne una conferenza a Barcellona nel corso della quale affermò: «Rappresentare l’epoca contemporanea, in senso spirituale, come l’epoca tecnica può essere solo un fatto provvisorio. Il significato finale si ricava soltanto quando appare chiaro quale tipo di politica è abbastanza forte da impadronirsi della nuova tecnica e quali sono i reali raggruppamenti amico-nemico che crescono su questo terreno». Parole che qualcuno potrebbe intendere come una profezia in procinto di avverarsi, e altri come una prognosi politica. In ogni caso, esse spazzano via le illusioni di quei liberali che hanno visto in una società che si affida ciecamente alla tecnica la sostituzione di un metodo «serenamente concreto» alle ideologie e ai conflitti del passato.

La neutralità della tecnica, diceva Schmitt quasi cento anni fa, è solo apparente: «Essa è sempre soltanto strumento e arma e proprio per il fatto che serve a tutti non è neutrale». Per gli oligarchi della destra high-tech di oggi, la lezione di Schmitt è che la strada per il dominio passa dalla fusione tra tecnica e forza, e l’ascesa di Trump e del movimento che lo sostiene li ha convinti che essa è a portata di mano.

* Fonte/autore: Mario Ricciardi, il manifesto



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