Gli affari della guerra. Polymarket e la famiglia Trump
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La prima incriminazione per insider trading connesso ad operazioni militari sancisce l’era della guerra come business – e grande gioco di lucro
LOS ANGELES. Gannon Ken Van Dyke, un sergente delle forze speciali USA di stanza a Fort Bragg in North Carolina, è diventato il primo imputato per aver scommesso sulla piattaforma Polymarket. A gennaio Van Dyke usando uno pseudonimo online aveva realizzato vincite per 400.000 dollari puntando sul fatto che il presidente venezuelano Nicolás Maduro sarebbe stato rimosso dal potere prima della fine del mese.
Secondo l’accusa il soldato aveva piazzato la scommessa in base ad informazioni a cui il suo ruolo gli dava accesso privilegiato essendo a conoscenza dei dettagli del rapimento progetto dalle forze statunitensi.
In molti all’epoca avevano notato l’insolita attività sulla piattaforma di previsioni accostandola a probabile insider trading. Oltre che illegale l’attività si profila come infrazione del segreto militare visto che si è basata su operazioni militari attive.
Da allora, e con la guerra di aggressione all’Iran, il sospetto di manipolazione dei “futures” in ambito specificamente geopolitico si è solo consolidato in per via della proliferazione di puntate su criptomercati come Polymarket e Kalshi relative eventi nel teatro di operazioni. Altri ingenti vincite, ad esempio, sono state realizzate sull’uccisone di Khamenei a marzo, e sugli sviluppi delle trattative e sulle conseguenti fluttuazioni del prezzo del petrolio.
In quest’ultimo ambito le movimentazioni dei nuovi mercati si sovrappongono a quelli dell’originale piazza speculativa, Wall Street, e gli altri mercati finanziari. In entrambi i casi si tratta di “mercati” che beneficiano della volatilità causata dalla imprevedibilità dell’amministrazione Trump. Le fluttuazioni economiche legate ai dazi, ad esempio, o le variazioni del prezzo del petrolio in base a dichiarazioni sull’andamento dei negoziati. A queste sono stati plausibilmente ricondotti proficui investimenti di individui nella cerchia oligarchica di Mar a Lago.
Il foro alternativo e più opaco delle nuove piattaforme estende l’ambito direttamente alle semplici dichiarazioni del presidente o altre personalità pubbliche – fino all’utilizzo o la frequenza di certe parole in un dato discorso (mercati di menzione).
La “commodification” di ogni cosa nell’ambito dell’azzardo si profila come fase terminale tardo capitalista. In questo contesto il sergente Van Dyke avrebbe semplicemente applicato quella logica all’operazione “absolute resolve” per arrotondare lo stipendio.
Non sorprende come tutto questo apra ad evidenti opportunità di manipolazioni compreso in ambito politico e geopolitico. Il giorno prima della formalizzazione delle accuse a Van Dyke, Kalshi aveva sospeso gli account di tre candidati che avevano puntato su variabili legate alle proprie campagne elettorali.
Né è possibile ignorare come tutto il dispositivo abbia intimi legami alla cupola della “first family” dell’attuale inquilino della Casa bianca (che di recente va ripetendo «non avere fretta» sull’Iran ma di essere disposto ad «aspettare per concludere l’affare migliore»).
Il figlio maggiore del presidente, Don Jr., è consigliere sia di Kalshi che di Polymarket (nella quale è anche investitore). Truth Social, il social media di proprietà di Trump ha registrato una consociata, Truth Predict, allo scopo di entrare anch’esso nel mercato predittivo.
L’estate scorsa l’amministrazione Trump ha chiuso un’indagine giudiziaria sulle scommesse gestite da Polymarket sulle elezioni del 2024 che era stata aperta dal ministero di giustizia di Biden.
Il conflitto di interesse della dinastia Trump è dunque particolarmente lampante, specie per come coinvolge la rinnovata enfasi sulla supremazia militare americana nel mondo.
Mentre il padre declina il nuovo dominio militare mondiale, i figli, Eric e Don Jr., sono investiti nel settore dei droni (in particolare attraverso e partecipazioni nei costruttori Powerus e l’israeliana XTEND). Lo scorso giugno loro padre aveva firmato il decreto «promuovere il dominio americani dei droni», una sinergia di intenti e finanziamenti che si estende a tutto il settore militare-industriale potenziato da un bilancio che sotto Trump sta per passare da 700 miliardi di dollari a 1500 miliardi annui.
In sostanza la stessa famiglia controlla l’impiego delle attrezzature militari (ad esempio l’enorme arsenale esaurito in Iran e che ora necessita di integrale rifornimento) e la loro fornitura, pagata con fondi pubblici.
Una conduzione ”famigliare” che si estende a stretti collaboratori, il genero Jared Kushner e i figli dell’inviato diplomatico Witkoff ad esempio (soci dei Trump nella cripto holding World Liberty Financial). O i figli del ministro del tesoro Howard Lutnick (gestori dei rimborsi dei dazi). Nel portfolio famigliare rientrano anche ingenti investimenti data center per la AI ormai parte integrante delle operazioni militari.
Proprio questa settimana Eric Trump ha annunciato un nuovo appalto di 24 milioni di dollari alla sua Foundation Futures Industry, fornitrice di robotica militare. Una notizia che la senatrice dal Massachusetts Elizabeth Warren ha commentato chiedendosi se il Pentagono a questo punto fosse «principalmente un bancomat di famiglia?»
Nell’insieme una compenetrazione di politica e complesso militare industriale che nemmeno Eisenhower, che per primo aveva messo in guardai su questo rischio, avrebbe potuto immaginare.
In questo quadro le piattaforme di previsione ricoprono il comparto più smaccatamente speculativo del settore. L’incriminazione del sergente Van Dyke potrebbe indicare una stretta almeno sulle manifestazioni più spudorate. Ma il presidente autore de L’arte di fare affari non sembra particolarmente incline a scrupoli etici.
Interpellato sul caso Van Dyke, ha detto che in fondo aveva scommesso sulla «nostra squadra, mica i nemici». E a Washington circolano già illazioni su una grazia che potrebbe concedere al sergente.
* Fonte/autore: Luca Celada, il manifesto
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