I colloqui di pace per l’Iran in Pakistan, luogo che brucia di violenza
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Con oltre mille vittime di attentati nel 2025 è stato il Paese più colpito dal terrorismo
Il governo pachistano gonfia il petto. I colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran si aprono oggi a Islamabad, che si presenta all’opinione pubblica internazionale come luogo di mediazione e pace. Ma il Pakistan brucia di violenza politica e terrorismo. Lo testimoniano le straordinarie misure di sicurezza adottate nella “zona rossa” di Islamabad, segnali della preoccupazione del feldmaresciallo Asim Munir, l’uomo che ha conquistato la simpatia di Trump e governa il Paese a scapito del governo civile guidato da Shebhaz Sharif, primo ministro dal 2024 e, ancor prima, dal 2022.
DALLA DESTITUZIONE di Imran Khan, l’ex giocatore di cricket che aveva alzato troppo la cresta con i militari e provato perfino a scendere a patti con i jihadisti del Tehreek-e-Taliban Pakistan (Ttp), i Talebani pachistani che, secondo Islamabad, verrebbero aiutati dal governo dei Talebani afghani, l’Emirato islamico. Così, se oggi Islamabad fa da mediatore, nei giorni scorsi era, come parte in causa, a un altro tavolo negoziale, offuscato dai venti di guerra nel Golfo e alle porte di casa, in Iran, Paese con cui condivide un lungo confine e rapporti cordiali che Islamabad ci tiene a mantenere, a dispetto del patto di mutua difesa siglato con l’Arabia saudita nel settembre 2025.
Si è chiusa infatti il 7 aprile a Urumqi, Xinjiang cinese, una settimana di incontri bilaterali e trilaterali. Oltre ai cinesi, “padroni di casa” sebbene gli uiguri del Xinjiang-Turkestan contestino le politiche di assimilazione forzata da parte dell’etnia cinese-han, c’erano appunto rappresentanti del governo pachistano e afghano. Secondo la portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning, le tre delegazioni «hanno avuto discussioni franche e pragmatiche in un clima positivo». E sarebbero pronte a trovare un accordo vero e proprio, in futuro. Rispetto a Turchia, Arabia saudita e Qatar, i tre Paesi che hanno già provato a fermare gli scontri militari tra Afghanistan e Pakistan, intensi da febbraio, ma iniziati ben prima e con bombardamenti su Kabul e Kandahar, Pechino ha carte migliori, leve di condizionamento più efficaci. Ma di un accordo di pace vero e proprio, che risolva i nodi di fondo – il confine non riconosciuto da Kabul, il sostegno dei Talebani afghani ai cugini del Ttp, l’avvicinamento dell’Emirato a New Delhi – non c’è traccia. E potrebbe rivelarsi una strada perfino più ostica di quella che conduce al difficile accordo tra Usa e Iran.
QUEL DI CUI INVECE C’È TRACCIA è il terrorismo che insanguina il Pakistan. Secondo il Global Terrorism Index 2026 dell’Institute for Economics & Peace reso pubblico pochi giorni fa, nel 2025 il Pakistan ha registrato un drammatico primato: è il Paese più colpito dal terrorismo al mondo. Le vittime del terrorismo hanno toccato il livello più alto dal 2013: 1.139 i morti, 1.045 gli incidenti. E andrebbero ricondotte anche al ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan, nel 2021. I due gruppi a cui si attribuiscono maggiori responsabilità sono da una parte il Ttp, dall’altra l’Esercito di Liberazione del Belucistan, la provincia ricca di risorse ma povera di mezzi e diritti che rimane cruciale anche per gli interessi cinesi: sfocia proprio nel Belucistan pachistano, nel porto di Gwadar, il corridoio energetico e commerciale cinese che parte dal Xinjiang, dove si sono tenuti i colloqui informali di pace.
LA SICUREZZA che il Pakistan sventaglia al mondo oggi nella capitale Islamabad, dentro quella zona rossa più militarizzata del solito, non vale certo altrove. Anche in queste ore, si susseguono gli attentati contro le forze di sicurezza nel Belucistan, dove in passato sono stati presi di mira anche cittadini cinesi. E continuano nel Khyber Pakhtunkhwa, la provincia al confine con l’Afghanistan. Sebbene sporadici, scontri militari tra esercito afghano e pachistano si sono registrati perfino nei giorni dei colloqui di Urumqi. Mentre a Kabul i famigliari delle vittime dell’attacco aereo del 16 marzo su un centro di disintossicazione aspettano giustizia: secondo fonti dell’Onu citate in una recente inchiesta del New York Times, i morti accertati sono almeno 269, 122 i feriti.
* Fonte/autore: Giuliano Battiston, il manifesto
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