Ice Out. Philadelphia alza una barricata: fuorilegge la «migra» di Trump

Ice Out. Philadelphia alza una barricata: fuorilegge la «migra» di Trump

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PHILADELPHIA.  Il comune dà il primo via libera al pacchetto che lega le mani all’agenzia anti-migranti

Non è solo un voto: è una barricata di carta e diritti quella che il City Council di Philadelphia ha iniziato a erigere tra i corridoi solenni del comune. Sotto la spinta di una coalizione di attivisti e del lavoro delle consigliere Kendra Brooks e Rue Landau, la città ha dato il primo via libera a un pacchetto legislativo che punta a colpire direttamente l’operato dell’Immigration and Customs Enforcement, Ice.

Con 15 voti a favore su 17, il Consiglio ha blindato il provvedimento con una maggioranza a prova di veto, neutralizzando fin da subito le esitazioni della sindaca Cherelle Parker, che aveva sollevato dubbi sulla «tenuta legale» di alcune misure.

«ICE OUT» È un pacchetto di sette proposte di legge introdotto nel gennaio 2026 per interrompere la cooperazione tra agenzie locali e l’Ice. Vieta all’agenzia federale l’uso di spazi pubblici cittadini, impedisce alla polizia locale di fungere da braccio operativo delle deportazioni e proibisce agli agenti in borghese di agire nell’ombra. Agli agenti dell’Ice vieta di coprirsi il volto durante le operazioni, usare veicoli senza targhe o nascondere il proprio numero identificativo.

Le agenzie cittadine non potranno più raccogliere informazioni sullo status migratorio dei residenti né condividere dati personali con le autorità federali senza mandato. Le proprietà comunali – biblioteche, centri ricreativi, shelter, strutture sanitarie – diventeranno spazi sottratti ai raid: senza ordine firmato da un giudice, l’Ice non potrà entrarvi né usarli come basi operative. Il procuratore distrettuale Larry Krasner ha già fatto sapere che i suoi uffici potrebbero persino perseguire gli agenti federali che violeranno le nuove norme.

È LA VITTORIA di una parte della città che non si riconosce in ciò che Donald Trump vorrebbe per l’America. «Siamo un popolo di immigrati, è un luogo comune ribadirlo», ci dice Greta, 31 anni, attivista per i diritti dei migranti. Sulle spalle ha un mantello con ali da farfalla: «Simboleggia il concetto che la migrazione è naturale. Come le farfalle migrano liberamente attraverso i confini tra Messico, Stati uniti e Canada per sopravvivere, anche gli esseri umani hanno il diritto intrinseco di muoversi per la propria sicurezza e dignità».

Già dalle 11 del mattino la sala 400 del municipio, dove si è tenuta l’udienza per «ICE Out», era piena. Una piccola folla multietnica, guidata da organizzazioni come Juntos e l’Abolitionist Law Center, ha testimoniato, portando dentro l’aula storie di paura sistemica e di comunità sotto assedio.

«PERCHÉ È UN BENE approvare questa legge? – dice uno dei testimoni a sostegno del pacchetto legislativo – Perché, per prosperare, non abbiamo scelta. Non ci sono aree grigie: se non scegli l’accoglienza, scegli il declino. È nel nostro interesse. Non è un beneficio per uno e una perdita per un altro». L’aria che si respira nel municipio è quella di una vittoria annunciata. Nel piano in cui si trovano gli uffici dei consiglieri, i membri degli staff indossano magliette con la scritta «ICE Out» e si scambiano sorrisi: «Restate fino alla fine – ci dicono – Oggi ci sarà qualcosa per cui festeggiare».

DURANTE LA PAUSA pranzo in un’aula vengono distribuite pizze, frutta e bevande a chi è rimasto per sostenere la mobilitazione. Una madre con una bambina, che aveva testimoniato da poco, ci racconta di come la figlia abbia paura ogni volta che lei esce: «Da quando la mamma di una sua amica è stata presa dall’Ice, non è più la stessa». Nei corridoi e in aula emergono racconti di quartieri svuotati, economie locali paralizzate, vite sospese.

Gerardo è negli Usa dal 1985. «Arrivato con sogni e insicurezza», racconta in spagnolo cosa significhi oggi la vita dei migranti. Storie spezzate, quartieri in cui «i negozi chiudono uno dopo l’altro, non per scelta ma per paura. Quello che vive la mia comunità è paragonabile a ciò che accadeva durante la pandemia: stessa paura, stesso isolamento. Quel virus è diventato l’Ice. Ho più di 60 anni. Dovrei pensare alla pensione, invece sono qui a lottare per il diritto della mia comunità di esistere in questa città. Una città costruita dagli immigrati. Signori del consiglio comunale, per favore, state dalla parte giusta della storia». Il suo intervento, come quelli di molti altri, viene interrotto dagli applausi e dai cori «ICE Out».

«Philadelphia è sempre stata una città accogliente – dice un attivista – ma la tradizione non basta più. Quando qualcosa è scritto, allora ha forza. Senza strumenti legali, non si resiste». Questo pacchetto di leggi è lo strumento di resistenza di cui Philadelphia ha bisogno e, quando a fine giornata, si raggiungono i voti necessari per questo primo via libera, c’è un’esplosione di gioia, con cori, abbracci e occhi lucidi.

GLI ATTIVISTI attraversano l’aula e si uniscono ai consiglieri che hanno sponsorizzato la legge per una foto di gruppo, con i loro striscioni, i cartelli «ICE Out» e i volti sorridenti. La foto ricordo che si compone è il ritratto di ciò che l’amministrazione Trump vede come fumo negli occhi: un mix di etnie, nazionalità, lingue, solidarietà, curiosità reciproca e accoglienza. Una ragazza ebrea, nipote di una sopravvissuta all’Olocausto, si tiene sottobraccio con una giovane arabo-ispanica che aveva raccontato in aula la doppia paura di diventare un target dell’Ice.

«Sono contento – ci dice un uomo – ma la battaglia non finisce qui. Nelle contee rurali di Berks e Schuylkill si stanno espandendo i centri di detenzione privati. Fuori da qui, il lupo è ancora libero. Ma il voto di oggi crea un’isola: Philadelphia ha dimostrato che si può fare».

* Fonte/autore: Marina Catucci, il manifesto



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