Iran in bilico tra tregua e guerra, il tavolo con gli Usa è vuoto
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Le delegazioni dei due paesi non sono ancora partite per Islamabad: posizioni lontane
«È terribile vivere nell’incertezza. Il costo maggiore lo pagano i bambini», dice Rozaneh, insegnante elementare a Teheran. «Le frequenti chiusure delle scuole dovute all’inquinamento atmosferico e agli squilibri energetici, aggravate dal rivivere la guerra e dalla sua ombra che ancora incombe sul Paese e sulla sua popolazione, hanno creato una situazione drammatica per il sistema scolastico», scrive Niloufar Hamedi nel quotidiano Sharq.
Quella che doveva essere una finestra diplomatica per raggiungere un accordo per finire la guerra si è trasformata in un brutale stallo tattico. Le delegazioni di Stati uniti e Iran erano attese a Islamabad per un secondo round di colloqui ieri, ma nessuna delle due si è presentata. I segnali che giungono da Teheran e Washington indicano una drastica divergenza di intenti, che potrebbe riportare il conflitto a una fase cinetica totale.
NON È PERFETTAMENTE chiaro quali siano i punti della divergenza – oramai le dichiarazioni vanno prese con le pinze – ma si presume che la principale visione inconciliabile sia il futuro ordine regionale. Gli Stati uniti insistono sullo smantellamento totale del programma di arricchimento dell’uranio iraniano e la riapertura incondizionata dello Stretto di Hormuz. Donald Trump ha minacciato di «spazzare via ogni singola centrale elettrica e ponte» se non si giungerà a un accordo.
Dall’altra parte Teheran, nonostante l’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei nei primi giorni del conflitto e danni economici stimati tra i 300 e i mille miliardi di dollari, non si presenta al tavolo come un Paese sconfitto. Le leve strategiche sono mantenute intatte dalla nuova leadership iraniana. I negoziatori iraniani chiedono riparazioni di guerra, lo sblocco di sei miliardi dei fondi iraniani congelati all’estero e la fine del blocco navale statunitense imposto il 13 aprile.
«NON ACCETTIAMO negoziati all’ombra delle minacce», ha detto Ghalibaf, presidente del parlamento, mentre Teheran avverte di avere «nuove carte da giocare sul campo di battaglia». Gli osservatori internazionali leggono una frammentazione interna al potere iraniano dovuta principalmente all’apertura di Hormuz annunciata dal ministero degli esteri Abbas Araghchi la settimana scorsa, che meno di un giorno dopo è stato dichiarato chiuso dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione. Considerando che la ri-chiusura dello stretto da parte dell’Iran è avvenuta in risposta al mantenimento del blocco navale Usa, è difficile valutare se l’azione sia stata il risultato di una divergenza di opinioni tra due organi dello Stato iraniano.
SICURAMENTE ci sono controversie di opinioni tra varie anime del potere riguardo alla gestione dello stretto. Molti vedono Hormuz come una fonte di risarcimento per i danni subiti nei 40 giorni della guerra. Teheran ha iniziato a chiedere «tasse di sicurezza» fino a due milioni di dollari per ogni nave cisterna che desideri transitare. Questa dinamica ha reso la questione molto più difficile.
In questa grande disputa, la Cina osserva la crisi con una «silenziosa inquietudine» che nasconde profondi interessi strategici. Pechino, principale acquirente di greggio iraniano, ha adottato una posizione di mediatore apparente, condannando gli attacchi Usa come illegali ma spingendo Teheran a non bloccare le forniture energetiche globali. In quella che sembra una grande scommessa azzardata, l’amministrazione Trump, in mancanza della resa iraniana, scommette che la pressione economica (il blocco costa all’Iran 500 milioni di dollari al giorno) costringerà Teheran a una resa incondizionata simile a quella di Gheddafi nel 2003. Teheran spera che la potenziale pressione economica dovuta alla chiusura di Hormuz costringa gli americani a ragionare e ad abbassare le loro pretese, così da sedersi al tavolo dei negoziati alla pari. Molto probabilmente non è nel dna dell’amministrazione trumpiana.
SEMBRA che il presidente americano abbia fretta di ottenere ciò che definisce un «ottimo accordo» e non abbia intenzione di revocare il blocco navale. Ha dichiarato di non voler estendere il cessate il fuoco con l’Iran: «Non voglio farlo. Non abbiamo tutto questo tempo», aggiungendo che gli Stati uniti si trovano in una posizione negoziale forte e che alla fine otterranno un accordo. Ha anche dichiarato alla Cnbc: «Mi aspetto di bombardare (l’Iran) perché penso che sia l’atteggiamento migliore da adottare».
Le parti sono così polarizzate e ferme sulle rispettive posizioni che è impossibile prevedere ciò che succederà. Certo è che la riapertura delle ostilità e il blocco di uno dei più importanti colli di bottiglia del commercio mondiale, oltre al suo abnorme costo umano, potrebbe causare l’aumento del prezzo del petrolio, con le prime vittime nei paesi a basso reddito.
Nel tardo pomeriggio di ieri il New York Times ha riportato che il viaggio di Vance a Islamabad è stato interrotto dopo che Teheran non ha risposto alle posizioni negoziali Usa. Sembra che l’Iran abbia chiesto la rimozione del blocco navale come segno di buona fede, richiesta che sarebbe stata rifiutata dalla Casa bianca.
Non ci sono state immediate reazioni delle autorità iraniane, mentre la tv di Stato ha avvisato la popolazione che il cessate il fuoco con gli Stati uniti, in vigore dall’8 aprile, scadrà alle 3.30 di mercoledì, ora di Teheran, le 2 in Italia.
* Fonte/autore: Francesca Luci, il manifesto
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