Libano. Tre attacchi al giorno da parte di Israele su centri sanitari e soccorsi
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L’Organizzazione Mondiale della Sanità registra tre attacchi al giorno in media su ospedali e ambulanze da parte dell’esercito di Tel Aviv, con 57 morti e 158 feriti tra il personale sanitario solo in Libano. Il conto potrebbe in realtà essere più drammatico
Mentre le minacce di Trump si sgonfiano spesso – e per fortuna – un attimo prima di concretizzarsi, Israele fa molto più sul serio quando si tratta di colpire strutture civili nel sud del Libano. L’Organizzazione Mondiale della Sanità registra tre attacchi al giorno in media su ospedali e ambulanze da parte dell’esercito di Tel Aviv, con 57 morti e 158 feriti tra il personale sanitario solo in Libano. Il conto potrebbe in realtà essere più drammatico, perché già una settimana fa il ministero della salute di Beirut riferiva di 54 medici uccisi.
«Paramedici e operatori di protezione civile sono stati feriti o uccisi durante le attività di soccorso dei feriti» si legge in un report pubblicato ieri dall’Oms sull’impatto della guerra nei Paesi coinvolti. L’organizzazione cita anche episodi in cui «le squadre di soccorso sono state colpite durante attacchi ripetuti sugli stessi obiettivi»: il riferimento è ai micidiali «double tap» in cui un primo ordigno attira sul luogo soccorritori e popolazione civile, trasformandoli in un facile bersaglio per i missili successivi. A fornire le coordinate – hanno raccontato gli operatori della Croce Rossa Internazionale nei giorni scorsi – sono paradossalmente le stesse squadre di soccorso, che notificano la loro posizione alle Nazioni Unite che poi girano l’informazione a Israele. Dovrebbe servire a risparmiare perdite ingiustificate ma spesso si traduce nel risultato opposto.
«Ambulanze e squadre di emergenza – prosegue l’Oms – continuano a essere esposte sia al fuoco indiretto che a quello indiretto, compromettendo la possibilità di raggiungere ed evacuare i feriti che in questo modo hanno minori probabilità di sopravvivenza».
Il fuoco sulle ambulanze purtroppo ricorda innumerevoli episodi che si sono verificati a Gaza durante le fasi peggiori delle operazioni militari israeliane e che per la verità non si sono mai fermati del tutto. Lunedì un operatore dell’Oms è rimasto ucciso a Gaza durante un’operazione di polizia e questo ha costretto l’organizzazione a sospendere le evacuazioni sanitarie attraverso il valico di Rafah.
Più frammentarie le informazioni che arrivano dall’Iran, dove gli operatori sanitari uccisi sarebbero 9 in 23 attacchi statunitensi e israeliani. Nel Paese appare più fragile la situazione delle infrastrutture. Il 2 aprile è stato colpito in modo serio lo storico istituto Pasteur di Teheran – fondato oltre un secolo fa in collaborazione con l’istituto Pasteur di Parigi – in cui 1300 tecnici e ricercatori producono vaccini e medicinali utili anche nelle situazioni di emergenza. L’Iran però ha comunicato all’organizzazione che al momento le scorte sono sufficienti.
Ad aumentare i rischi per la salute della popolazione iraniana contribuiscono i raid dell’aviazione statunitense sulle infrastrutture precedenti alla fragilissima tregua. Particolare attenzione viene rivolta agli stabilimenti di desalinizzazione dell’acqua, vitali in un Paese colpito da anni dalla siccità. «I danni e la contaminazione degli impianti idrici – conferma l’Oms – rappresentano un rischio particolare in Iran, che sta già affrontando una delle crisi idriche più gravi al mondo».
* Fonte/autore: Andrea Capocci, il manifesto
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