L’Ungheria a un voto decisivo e divisivo
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Nelle precedenti tornate elettorali Orbán ha avuto buon gioco e vinto senza troppi problemi, stavolta ha di fronte un avversario più impegnativo
Viktor Orbán col vicepresidente J. D. Vance giunto a Budapest la settimana scorsa per sostenere la campagna elettorale del premier: «Usa e ungheresi amanti della libertà devono unirsi e salvare la civiltà occidentale». Péter Magyar, leader del partito Tisza sulle elezioni: «Il voto sarà un referendum sul posto dell’Ungheria nel mondo».
Insomma ci siamo, domenica 12 aprile alle 6.00 si aprono le urne in tutto il paese per le elezioni più delicate dal ritorno di Orbán al potere, sedici anni or sono. Si vota fino alle 19.00, gli aventi diritto sono poco più di 8 milioni; il loro compito è rinnovare i 199 seggi dell’Assemblea nazionale. Il tutto al termine di una campagna elettorale tesissima, fatta di accuse che i principali contendenti, il Fidesz di Orbán e il già menzionato Tisza, si rivolgono reciprocamente senza esclusione di colpi. Per il premier, Magyar è un burattino nelle mani Kiev, per Magyar i governanti sono traditori della Patria, accusa, quest’ultima, tipica degli strali di Orbán & C., usata anche dal suo avversario, peraltro ex Fidesz, che ha ingaggiato uno scontro col premier e i suoi a chi è più patriota.
La scena è dei due partiti appena menzionati, i principali del Paese; in gara anche l’estrema destra di Mi Hazánk (La Nostra Patria), il centro-sinistra rappresentato da DK (Demokratikus Koalíció, Coalizione Democratica) e il partito anti-élite del Cane a due Code (Magyar Kétfarkú Kutya Párt, MKKP). Sembra che di questi tre sia il primo ad avere maggiori possibilità di superare la soglia di sbarramento del 5% per avere seggi in Parlamento; questo è almeno ciò che fanno prevedere i sondaggi. I medesimi, quelli realizzati dagli istituti indipendenti danno in vantaggio Tisza; uno dei più recenti gli attribuisce oltre il 48% delle preferenze contro quasi il 41% del Fidesz. I sondaggisti vicini al governo descrivono, invece, una situazione diversa.
Sarebbe comunque la prima volta che Orbán partecipa alle elezioni in svantaggio da che è tornato a vestire i panni di primo ministro; la prima volta che è costretto a inseguire l’avversario. Come mai questo scenario inedito? È vero che da un po’ di tempo a questa parte le circostanze non lo stanno aiutando: ci si riferisce a una serie di difficoltà interne, evidenti quelle economiche, ma è soprattutto vero che la parte di paese che non si riconosce nella politica del premier sembra aver trovato una forza cui affidare le sue speranze di cambiamento, e ha preso coraggio. Intendiamoci, Tisza non è certo un partito progressista, ma pare anche che diversi aventi diritto non conservatori abbiano deciso di votare per Magyar tentando la carta della svolta.
Quest’ultimo promette una lotta senza quartiere alla corruzione, la fine del clima d’odio provocato dal sistema retto da Orbán, promette di impegnarsi per migliorare le sorti della sanità, dei trasporti, delle scuole e di dar luogo a una politica di incentivi alle imprese. Intende inoltre darsi da fare per ripristinare rapporti costruttivi e distesi con l’Ue, porre fine alla dipendenza ungherese dall’energia russa entro il 2035 e sottoporre a revisione il progetto Paks 2 stipulato con Mosca nel settore nucleare.
Orbán, dal canto suo, sottolinea il fatto che con lui gli ungheresi potranno vivere al sicuro da guerre, da invasioni di migranti, potranno contare su rifornimenti di gas e greggio in grado di soddisfare il fabbisogno energetico nazionale. Come già precisato descrive Magyar come un fantoccio nelle mani delle autorità ucraine che il premier accusa di voler indirizzare il risultato del voto.
Certo, le cose non vanno bene nel Paese; i prezzi continuano ad essere alti, anche quelli dei beni di prima necessità, e gli stipendi risultano essere la metà della media dell’Ue. C’è malcontento sociale, molte categorie di lavoratori, tra esse quella degli insegnanti, si sentono bistrattate. Molti ungheresi, in prima fila coloro i quali non votano per il Fidesz, accusano il governo di aver provocato o per lo meno contribuito in modo più che significativo alle difficoltà economiche con cui la popolazione, soprattutto i ceti meno abbienti, si confronta tutti i giorni; l’esecutivo sostiene che queste difficoltà sono dovute soprattutto alle sanzioni Ue contro la Russia. Ossia a politiche che, secondo il governo Orbán hanno creato gravi disagi economici in tutto il territorio dell’Unione.
Per il resto si assiste a uno scambio di colpi bassi tra le parti contendenti con accuse volte a screditare l’avversario; scenario che parla di un Paese diviso, caratterizzato da stress sociale e additato dall’opinione pubblica internazionale come terra in cui molti diritti sono venuti meno.
Nelle precedenti tornate elettorali Orbán ha avuto buon gioco e vinto senza troppi problemi, stavolta ha di fronte un avversario più impegnativo. Secondo recenti sondaggi oltre il 60% dei giovani di meno di trent’anni parteggia per Tisza, mentre il grosso di quelli che hanno oltre sessantaquattro anni sta con il Fidesz. Le città mostrano di stare al fianco di Magyar, le zone rurali, in linea generale, stanno con Orbán.
Tornando alle questioni tecniche riguardanti l’appuntamento alle urne va aggiunto che si vota con un sistema misto che prevede 106 collegi uninominali e 93 seggi di lista nazionale. Sistema che finora ha premiato le forze governative. Abbiamo visto che tutti gli istituti indipendenti danno in considerevole vantaggio Tisza, vi sarebbe poi una quota di indecisi pari a circa il 18%. Diversi ungheresi che cercano il cambiamento esprimono ottimismo sull’esito di queste elezioni, ma va anche detto che il risultato delle medesime è tutt’altro che scontato anche perché i voti che Mi Hazánk otterrà potrebbero essere decisivi a favore del governo, se il margine fra le parti dovesse ridursi. E comunque si temono tensioni anche a elezioni concluse e possibili contestazioni del responso affidato al segreto delle cabine elettorali.
Cambiamento, si diceva, Magyar afferma di volersi impegnare sul fronte della pacificazione nazionale e por fine al sistema di clientele e favoritismi del regime di Orbán e di farla finita con l’apparato di oligarchie che fanno capo al premier e gestiscono il potere economico con logiche spartitorie, ma sempre al servizio dell’”uomo forte d’Ungheria”. Magyar afferma di voler riavvicinare l’Ungheria a Bruxelles, d’accordo e dar luogo ad una svolta, però deve mostrare il suo vero spessore di leader politico che al momento non è poi così chiaro. Non è certo un progressista, come già precisato, e strizza l’occhio alle destre dicendo no alle quote migranti dell’Ue. Sa che il tema della guerra in Ucraina è centrale e dice di non voler mandare truppe in quel Paese. In più non appoggia la rapida adesione di Kiev all’Unione. Magyar dice, insomma, di voler realizzare il cambiamento in Ungheria, poi chissà. Orbán appare in svantaggio ma è uomo di non poche risorse, poi chissà.
Intanto queste elezioni vengono seguite con grande attenzione a livello internazionale. A questo proposito una constatazione da fare è che da quando Orbán è tornato al potere si è parlato di Ungheria come non mai, magari non per evidenziarne lati positivi, ma d’altra parte questi sedici anni sono stati davvero tosti.
* Fonte/autore: Massimo Congiu, il manifesto
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