«Proletari di tutta la terra»: l’ambientalismo che cambia il pianeta con la lotta di classe

«Proletari di tutta la terra»: l’ambientalismo che cambia il pianeta con la lotta di classe

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Stefania Barca analizza il rapporto tra lavoro ed ecologia negli ultimi sessant’anni in “Proletari di tutta la terra” (Codice edizioni) e propone un ripensamento dell’ecologia in termini di classe, assente dalla teoria della Grande accelerazione

In Proletari di tutta la terra (Codice edizioni, pp. 272, euro 23) Stefania Barca analizza il rapporto tra lavoro ed ecologia negli ultimi sessant’anni: un periodo definito come Grande accelerazione, cioè dove la crescita economica globale è stata molto veloce e ha prodotto un altrettanto rapido deterioramento dell’ambiente. Lo fa da una prospettiva che definisce ecosocialista e femminista, vale a dire che tiene conto dell’impatto dei cambiamenti climatici sul lavoro contadino e industriale, e su quello riproduttivo.

«L’ACCUDIMENTO e la cura dei bambini e dei malati è fortemente influenzato dalle condizioni e dai rischi ambientali, tra cui l’esposizione alle radiazioni e alle onde elettromagnetiche, la contaminazione da inquinanti organici persistenti e da rifiuti tossici, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, per non parlare degli eventi climatici catastrofici», scrive. Le vittime sono sempre le persone più povere e discriminate, che si concentrano nelle periferie urbane e nei luoghi più inquinati, fanno i lavori a rischio e hanno meno strumenti per difendersi e per curarsi.

BARCA TIENE INSIEME la ricerca storica e l’aspetto militante, proponendo un lavoro che vuole essere anche una sorta di manifesto per la giustizia ambientale e sociale. Per questo l’analisi della posizione delle classi lavoratrici nell’ecologia del capitalismo industriale è funzionale alla costruzione di un nuovo immaginario politico dei movimenti ecologisti e operai.

NEL LIBRO NON CI SONO SOLO le lotte ambientaliste e sociali, ma anche le persone che ne sono state protagoniste. Ci sono Nicola Lovecchio, l’operaio che fece partire la battaglia contro l’inquinamento dell’Enichem a Manfredonia, in Puglia, e le donne che negli anni Ottanta si opposero alla costruzione di un reattore nucleare nel Somerset inglese.

I due raccoglitori di noci nell’Amazzonia brasiliana assassinati nel 2011 e in seguito premiati come «Eroi della foresta» dal Programma delle Nazioni unite per l’ambiente (Unep) e gli operai della Gkn di Campi Bisenzio che hanno guidato il processo di trasformazione della fabbrica. Soprattutto, ci sono i cittadini del Comitato liberi e pensanti di Taranto, che hanno tentato di pianificare del basso la transizione dell’Ilva, un caso di scuola del conflitto tra ambiente e lavoro in Italia, verso un modello produttivo alternativo ed ecologicamente sostenibile.

BARCA DESCRIVE LE QUATTRO «traiettorie diverse» dell’ambientalismo del lavoro nell’Europa occidentale nell’ultimo quarto del XX secolo: l’«ecologia di classe» teorizzata dalla comunista Laura Conti, la «liberazione del lavoro» ispirata dall’intellettuale francese André Gorz, l’approccio ecosocialista immaginato dal critico gallese Raymond Williams e la prospettiva della sussistenza proposta dalla sociologa tedesca Maria Mies.

IN UN CAPITOLO A PARTE affronta il tema della decrescita, criticandone la «prospettiva politica in cui il lavoro non ha un ruolo attivo». «Fare spazio al lavoro nell’azione politica della rivoluzione socioecologica significa puntare a un sistema di produzione realmente democratico e controllato da chi lavora, in cui l’alienazione sia attivamente contrastata da una riappropriazione collettiva dei prodotti del lavoro e da un processo decisionale realmente democratico sull’uso del surplus», scrive.

IN DEFINITIVA, L’AUTRICE propone un ripensamento dell’ecologia in termini di classe, assente dalla teoria della Grande accelerazione. Sembra di riascoltare le parole di Chico Mendes, il sindacalista brasiliano ucciso nel 1988 per le sue battaglie contro la deforestazione dell’Amazzonia, che disse che «l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio».

* Fonte/autore: Angelo Mastrandrea, il manifesto



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