Sudan senza tregua: tre anni di massacri, stupri e fame
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La peggiore carestia e il peggior sfollamento al mondo alimentati dalle potenze regionali. Dal Darfur al Kordofan, continuano i combattimenti tra esercito e Rsf. Oltre 29 milioni di persone non hanno cibo a sufficienza, 14 milioni non hanno una casa
A tre anni dallo scoppio del conflitto, iniziato il 15 aprile 2023, il Sudan è precipitato in una crisi umanitaria devastante, segnata da violenze diffuse, massacri e sofferenze estreme.
Quella che viene definita la “guerra dei generali” ha prodotto «la peggiore crisi alimentare e la più grave crisi di sfollamento al mondo», mentre le due principali fazioni militari continuano a combattersi: da un lato le Forze armate sudanesi (Fas), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, dall’altro le Forze di Supporto rapido (Rsf), sotto il comando del generale Mohammed Hamdan Dagalo, detto Hemeti.
OLTRE 29 MILIONI di persone – più della metà dell’intera popolazione – vivono in «condizioni di insicurezza alimentare acuta». Il quadro è aggravato dal fatto che due delle tre carestie ufficialmente dichiarate a livello globale nel 2025 si trovano proprio in Sudan, nelle aree di El Fasher e Kadugli, mentre altre regioni rischiano di precipitare a breve nella stessa condizione.
Parallelamente, il conflitto ha innescato la maggiore emergenza di sfollamento globale: quasi 14 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case, tra sfollati interni e rifugiati nei paesi vicini. Le famiglie sono spesso costrette a spostarsi più volte, perdendo accesso a cibo, acqua e cure sanitarie. I bambini stanno pagando il prezzo più alto.
«Molti bambini sono stati sfollati non una, ma più volte, con la violenza che li segue ovunque fuggano. Milioni di loro sono a rischio di stupro. Dietro ogni numero c’è un bambino spaventato, affamato e malato, che si chiede perché il mondo non accorra in loro aiuto», ha recentemente dichiarato Ricardo Pires, portavoce dell’agenzia delle Nazioni unite Unicef.
Donne e ragazze sono vittime di violenza sessuale endemica. Le famiglie guidate da donne hanno una probabilità tre volte maggiore di soffrire di insicurezza alimentare e il 75% di loro dichiara di «non avere abbastanza da mangiare e aver subito violenze».
QUESTA GUERRA ha trasformato il Sudan in un «epicentro globale di sofferenza umana», ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, che ha denunciato «il disinteresse del mondo per un conflitto dimenticato».
Nonostante le «deboli richieste da parte della comunità internazionale per ottenere un cessate il fuoco umanitario», le due parti continuano a combattere incessantemente. In questi ultimi mesi l’epicentro del conflitto si è spostato dal Darfur alla regione del Kordofan, ricca di idrocarburi e fondamentale crocevia verso l’area centrale, con notizie di nuovi massacri a El-Obeid, Bara e Dilling e di bombardamenti con droni, da parte delle Rsf, contro infrastrutture civili: centrali elettriche, scuole e ospedali.
Il mondo è rimasto inorridito da questi «metodi brutali», come lo scorso ottobre, quando i miliziani delle Rsf hanno conquistato la città di El-Fasher nel Darfur. Ora sono accusati di «crimini di guerra» dalle Nazioni unite: secondo un rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissariato per i diritti umani, seimila persone sono state brutalmente assassinate in meno di una settimana.
Anche lo stupro è usato come «arma di guerra», secondo un recente rapporto pubblicato da Medici senza Frontiere, con un conteggio approssimativo di oltre «180mila vittime dall’inizio del conflitto».
A tutto questo si aggiunge il collasso delle infrastrutture: circa l’80% delle strutture sanitarie e il 60% dei sistemi idrici non sono più funzionanti nelle aree di conflitto. Nonostante la gravità della situazione, la risposta umanitaria resta drammaticamente sottofinanziata: solo il 16% dei 2,87 miliardi di dollari necessari è stato finora coperto, mentre ostacoli legati alla sicurezza e alla burocrazia continuano a limitare l’accesso agli aiuti.
L’ESERCITO SUDANESE sostiene che continuerà «la guerra fino a quando i paramilitari delle Forze di Supporto rapido non saranno sradicati», mentre i miliziani di Dagalo attualmente controllano tutta la regione del Darfur e ampie zone del Kordofan, nel sud e nell’ovest del paese. Il processo di Jeddah, l’unico accettato dalle forze governative, prevedeva che le Rsf «deponessero le armi e si ritirassero dalle città», una condizione che non è mai stata rispettata.
Poco credibile sembra anche l’azione del cosiddetto Quad – composto da Stati uniti, Emirati arabi uniti, Egitto e Arabia saudita – a causa soprattutto della presenza degli Emirati, accusati di sostenere militarmente le Rsf e considerati, quindi, non «imparziali». Ogni fazione è sostenuta da potenze regionali: gli Emirati, la Cirenaica libica di Haftar e più recentemente l’Etiopia forniscono supporto logistico e armamenti alle Rsf; mentre Egitto, Arabia saudita e Russia e sostengono i militari di Al-Burhan.
«Il Sudan sta vivendo un’emergenza umanitaria di proporzioni spaventose – ha dichiarato Tom Fletcher, sottosegretario generale dell’Ocha (Ufficio dell’Onu per il Coordinamento degli affari umanitari) – Siamo consapevoli dell’impossibilità di riuscire ad arrivare a un cessate il fuoco, ma quello che chiediamo è almeno l’accesso per gli aiuti umanitari per la popolazione civile ormai allo stremo».
* Fonte/autore: Stefano Mauro, il manifesto
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