Attacco alle pensioni: 49 anni al lavoro e perdere fino a 273mila euro

Attacco alle pensioni: 49 anni al lavoro e perdere fino a 273mila euro

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La denuncia. L’analisi della Cgil sulle pensioni pubbliche svela un furto di Stato da 33 miliardi: tra tagli retroattivi alle aliquote e finestre mobili, 700 mila lavoratori resteranno in servizio anche fino a 49 anni

Pensioni pubbliche sotto attacco: sono previste perdite fino a 273 mila euro e fino a 49 anni al lavoro. Non è una distopia: è la realtà che aspetta 700 mila dipendenti pubblici nei servizi territoriali, nella sanità, tra gli insegnanti di scuole parificate e gli ufficiali giudiziari. Su di loro lo Stato risparmierà 32,9 miliardi di euro lordi entro il 2043. È questo l’impatto che avrà la revisione retroattiva delle aliquote di rendimento di cui si parla nella relazione tecnica alla Legge di bilancio del 2024. Lo ha denunciato l’Osservatorio previdenza della Cgil in un’analisi presentata ieri alla Camera dalla Funzione pubblica (Fp) del sindacato.

La prospettiva non riguarda solo alcune categorie ma, in forme diverse, tutti coloro che hanno iniziato a lavorare dalla metà degli anni Novanta quando entrò in vigore il cosiddetto sistema «contributivo». Qualche simulazione: per un reddito di 30 mila euro, la decurtazione annua supera i 6.100 euro, con perdite complessive fino a 117 mila euro. Sui redditi da 50 mila euro, la perdita annua tocca i 10.296 euro (quasi 196 mila euro totali), mentre per le retribuzioni da 70 mila euro il danno supera i 14.415 euro annui, per un ammanco complessivo superiore ai 273 mila euro.

Al danno economico si aggiunge l’allungamento dell’età pensionabile. Il meccanismo è inesorabile: quello delle «finestre mobili», cioè il differimento del pagamento della pensione. L’allungamento di queste finestre fino a 9 mesi è uno degli strumenti utilizzati per posticipare l’uscita reale dal lavoro e ridurre la spesa previdenziale.

Il governo Meloni ha messo un freno parziale all’aumento del 2027. Nel 2028 si lavorerà tre mesi in più. E così via, fino a raggiungere i 69 anni o i 46 anni di contributi entro il 2050. Si può immaginare cosa questo significhi, ad esempio, per chi fa l’infermiere: in corsia per oltre 46 anni e mezzo, ignorando lo stress psicofisico. Ovviamente, saranno in pochi a lavorare per tanti anni. Per questo si fa ricorso ai fondi pensione. Con assegni sempre più poveri è utile integrare con i rendimenti da capitale. Si lavora male per alimentare i mercati finanziari. Per la Cgil serve almeno la revisione dell’adeguamento all’aspettativa di vita, una «pensione di garanzia» per i precari e l’accesso anticipato per i lavori gravosi. Oltre a un piano straordinario di assunzioni e al rinnovo dei contratti, senza il quale il sistema pubblico collasserà.

È il principio a dovere essere ripensato: fine lavoro mai, in pensione più tardi. Nessuno ci pensa, a cominciare dai giovani-non-avremo-la-pensione. L’avranno pure, ma sarà più bassa delle già magre paghe di oggi. Il problema non è solo il governo Meloni che prometteva di «abolire la riforma Fornero». E non l’ha fatto. Il problema lo avrà il prossimo esecutivo, di segno diverso. È un sistema, gestito da tutti. In nome della stabilità previdenziale è stata sacrificata la vita di chi finanzia tale stabilità. Diamo il nome alla cosa. Si chiama capitalismo.

* Fonte/autore: Roberto Ciccarelli, il manifesto



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