Desaparecidos in Messico, l’Onu: «Il governo ascolti le famiglie»
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Un gruppo di esperti indipendenti delle Nazioni unite torna sulla crisi dei 133mila desaparecidos con un comunicato diretto al governo Sheinbaum. Chiedono cooperazione tecnica e protezione per chi cerca i propri cari spariti nel nulla. Intanto altre due donne sono state uccise: erano madre e sorella di un ragazzo scomparso due anni fa
Contare i desaparecidos non è sufficiente. Non bastano nemmeno i numeri, oltre 133mila persone scomparse in Messico secondo i dati ufficiali. Fosse clandestine che spuntano ovunque. Il lavoro di identificazione dei cadaveri in alto mare. Intere comunità che si sono trasformate in squadre di ricerca. Per l’Onu la questione, oggi, è un’altra: mettere al centro chi resta. Le famiglie delle persone scomparse.
È questo il cuore del comunicato firmato da un gruppo di esperti indipendenti delle Nazioni unite sulle sparizioni forzate. Il documento arriva poche settimane dopo una decisione definita «senza precedenti»: l’attivazione, da parte del Comitato Onu contro le sparizioni forzate (CED), dell’articolo 34 della Convenzione internazionale, con il rinvio della situazione messicana all’Assemblea generale delle Nazioni unite.
Una svolta storica, raccontata già ad aprile sul manifesto, arrivata dopo anni di battaglie da parte di ong e comitati e che ha portato all’attenzione internazionale quanto sta accadendo in Messico a partire dal 2006 con la militarizzazione della sicurezza durante la guerra ai cartelli della droga lanciata dall’allora presidente Felipe Calderón.
Nel testo, gli esperti Onu cambiano tono rispetto alla denuncia del Comitato ma non sostanza. Nessuna condanna diretta al governo di Claudia Sheinbaum, piuttosto un invito pressante alla cooperazione internazionale: assistenza tecnica, sostegno alle indagini forensi, protezione per chi cerca i desaparecidos e per le organizzazioni che li accompagnano.
Soprattutto, una frase ritorna come un monito: tutte le decisioni devono partire dalle richieste delle famiglie. Famiglie che spesso hanno smesso da tempo di aspettare lo Stato.
In Messico esiste una figura ormai diventata simbolo nazionale: le madres buscadoras, donne che percorrono deserti, campagne e discariche armate di pale, aste metalliche e fotografie alla ricerca dei propri cari. Molte hanno trovato fosse clandestine prima ancora degli investigatori ufficiali. Alcune sono state minacciate, altre assassinate. L’ultimo caso è quello di Patricia Acosta e Katia Jáuregui, madre e sorella di un giovane scomparso nel 2024 e poi ritrovato morto, entrambe attive nel collettivo Salamanca Unidos Buscando Desaparecidos, uccise sabato 9 maggio nella città di Salamanca, nello stato di Guanajuato. Con i loro omicidi salgono ad almeno 38 le persone impegnate nella ricerca dei desaparecidos assassinate in Messico dal 2011.
L’Onu insiste su un punto in particolare: la cooperazione tecnica internazionale non rappresenta una punizione per il Messico ma uno strumento per rafforzarne le capacità. Un passaggio che sembra rispondere indirettamente alla reazione irritata mostrata dal governo nelle settimane successive alla decisione del Comitato. La presidente Sheinbaum aveva respinto le conclusioni del CED sostenendo che il potere pubblico «non utilizza la sparizione come meccanismo di repressione» e contestando la lettura dei dati.
Una posizione che, come ha denunciato Amnesty International, rischia però di oscurare il punto centrale: il Comitato Onu «non stava accusando direttamente il governo», ma chiedeva di riconoscere la gravità della crisi e accettare supporto internazionale. Il conflitto è quindi politico ma anche simbolico: riconoscere una crisi sistemica delle sparizioni significherebbe mettere in discussione vent’anni di strategia securitaria, impunità e militarizzazione.
* Fonte/autore: Daniele Nalbone, il manifesto
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