FLOTILLA. La Grecia ha coperto l’attacco israeliano che «nessuno doveva vedere»

FLOTILLA. La Grecia ha coperto l’attacco israeliano che «nessuno doveva vedere»

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«Non è un caso che abbiano proposto agli israeliani di scaricarvi in un luogo isolato. Andava fatto tutto di nascosto, in modo che nessuno potesse interferire» spiega il reporter Marios Dionellis

A BORDO DELLA GLOBAL SUMUD FLOTILLA. «L’attacco israeliano nei confronti della Global Sumud Flotilla è avvenuto a nostra insaputa. La Grecia non ne è stata informata, ma come governo abbiamo fatto il nostro dovere agevolando lo sbarco dei prigionieri durante la giornata del primo maggio». Sono le parole pronunciate venerdì dal ministro degli Esteri di Atene, Giorgos Gerapetritis, durante un dibattito al parlamento. La repubblica ellenica – secondo Gerapetritis – «ha fatto ciò che doveva fare», tant’è che «tutti i paesi i cui cittadini si trovavano sulle navi israeliane in quel momento hanno espresso la loro gratitudine alla Grecia».

QUANDO LA ECO di queste dichiarazioni è giunta a bordo della Flotilla, tuttavia, in pochi sono riusciti a restare tranquilli. Dopo la carcerazione, il nostro primo approccio con le autorità elleniche è avvenuto nel minuscolo porticciolo di Atherinolakkos, nell’estremo sudest dell’isola di Creta, dove siamo stati sbarcati dalla guardia costiera. In quel momento – erano circa le 8 di mattina – la nave-prigione israeliana all’interno della quale ci avevano rinchiuso era ancora ferma davanti a noi, a meno di un miglio dalla costa.

A bordo di quell’imbarcazione, in piene acque territoriali greche, erano ancora rinchiusi Thiago Ávila e Saif Abukeshek, che da lì a poco sarebbero stati deportati in Israele. Non sarebbe stato possibile, dando subito l’allarme, ottenere che qualcuno intervenisse in loro favore prima che il cargo militare tornasse a navigare in acque internazionali?

È quello che abbiamo provato a fare in molti, ma senza successo. Personalmente, mi sono rivolto sia ai poliziotti che ai due funzionari del ministero degli Esteri di Atene presenti sul posto, ai quali, dopo essermi qualificato come giornalista, ho chiesto in prestito un telefono con cui poter chiamare la redazione. «Sorry, non possiamo», mi hanno risposto tutti. Il più onesto è stato l’autista di uno degli autobus schierati sul molo – a bordo dei quali saremmo stati fatti salire solo dopo diverse ore – che mi ha detto, letteralmente: «Non posso darti il telefono, la polizia non vuole».

NELLE SCORSE ORE, nel tentativo di ricostruire il ruolo della Grecia in questa vicenda, siamo riusciti a metterci in contatto con alcuni giornalisti cretesi, la cui versione dei fatti smentisce decisamente le parole del loro ministro. «Il porto di Atherinolakkos, dove vi hanno sbarcato, è stato definito in passato stou diaolou ti mana, che significa “il luogo dove vive la madre del demonio” – spiega il reporter Marios Dionellis, uno dei più conosciuti dell’isola -. Non è un caso che il governo greco abbia proposto agli israeliani di scaricarvi in un luogo così isolato. Atene voleva evitare che vi fossero testimoni tra i membri della comunità locale. L’operazione andava eseguita di nascosto, in modo che nessuno potesse interferire. A noi giornalisti cretesi, le autorità locali non hanno fornito alcuna informazione. Fin dall’inizio, era chiaro che stavano eseguendo ordini provenienti da Atene e non avevano palesemente alcuna possibilità di manovra».

QUEL GIORNO – sempre stando a quanto riferito dalla stampa locale – l’intera area sarebbe stata circondata da un vero e proprio cordone di sicurezza. Solo due fotografi sono riusciti a immortalare il nostro sbarco, ma per farlo hanno dovuto arrampicarsi a piedi sulla montagna dall’altro lato del molo, dove alcuni poliziotti hanno cercato fino all’ultimo di individuarli. «So per certo che un collega è stato inseguito dagli uomini in divisa – racconta al manifesto uno di loro, il fotoreporter cretese Stefanis Rapanis -. Per evitare di essere preso, io mi sono dovuto tenere a grande distanza. C’era un clima molto teso, ed era chiaro a tutti che si stava eseguendo una operazione che palesemente andava contro le regole».

GRAZIE ALLA COPERTURA offerta dalle autorità greche, insomma, gli uomini dell’Idf avrebbero fatto in tempo a sbarcare impunemente noi prigionieri, sarebbero riusciti a fare dietrofront e si sarebbero allontanati indisturbati con a bordo Thiago e Saif, prima che qualunque autorità internazionale avesse il tempo di intervenire per chiederne la liberazione. È credibile a questo punto, considerato il livello di collaborazione tra i due paesi, che la Grecia fosse effettivamente all’oscuro dei piani di Tel Aviv per l’attacco del 29 aprile, che peraltro è avvenuto a poche miglia dalle acque territoriali elleniche? È ciò che intende stabilire anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha aperto un fascicolo proprio su questo argomento e alla quale il governo di Atene dovrà fornire delle risposte entro il 12 maggio.

Intanto, nella serata di ieri, la Global Sumud Flotilla ha raggiunto la città turca di Marmaris, dove gli attivisti intendono riorganizzarsi e mettere a punto i prossimi passi della missione.

* Fonte/autore: Andrea Sceresini, il manifesto



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