Flotilla. Quello di Israele è un attacco criminale a chi difende i diritti umani
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L’aggressione israeliana alle navi della Freedom Flotilla, avvenuta l’altra notte in acque internazionali al largo di Creta, è un atto di pirateria, che dà la misura del disprezzo criminale del diritto e dei diritti cui è pervenuto il governo israeliano di Benjamin Netanyahu
L’aggressione israeliana alle navi della Freedom Flotilla, avvenuta l’altra notte in acque internazionali al largo di Creta, è un atto di pirateria, che dà la misura del disprezzo criminale del diritto e dei diritti cui è pervenuto il governo israeliano di Benjamin Netanyahu. Le imbarcazioni della Flotilla stavano dirigendosi a Gaza per manifestare la loro solidarietà nei confronti della popolazione palestinese e per recare ad essa cibo, acqua potabile e medicinali, a garanzia del loro diritto alla salute e alla sussistenza.
Stavano dunque esercitando un diritto fondamentale universalmente riconosciuto da tutte le carte costituzionali e internazionali e solennemente esplicitato da quella che è stata chiamata «Dichiarazione sui difensori dei diritti umani», adottata all’unanimità dall’Assemblea generale delle nazioni unite con la Risoluzione numero 53/144 dell’8 marzo 1999.
Dopo aver riconosciuto «l’importante ruolo di individui, gruppi e associazioni nel contribuire all’effettiva eliminazione di tutte le violazioni dei diritti umani», questa Dichiarazione stabilisce, nel suo primo articolo, che «tutti hanno il diritto, individualmente e in associazione con altri, di promuovere e lottare per la protezione e la realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali a livello nazionale e internazionale».
Ebbene, contro questi «difensori dei diritti umani», chiamati da Israele «terroristi», sono stati messi in atto, dalla Marina israeliana, una lunga serie di reati: lo speronamento e l’abbordaggio di 21 imbarcazioni della Flotilla; la distruzione dei loro motori e dei loro sistemi di navigazione e di comunicazione; l’abbandono dei loro occupanti in un mare in tempesta; il sequestro di persona di 175 attivisti – 211 secondo la Global Sumud Flotilla -, tra cui 23 italiani, 15 francesi e 30 spagnoli; infine, la minaccia di un trattamento analogo alle altre imbarcazioni della Flotilla, ove non cambiassero rotta.
È chiaro che simili crimini sono stati commessi dal governo israeliano – ed altri ancora lo saranno in futuro – nella convinzione della totale impunità, o peggio della connivenza delle potenze occidentali e della totale ineffettività del diritto internazionale.
Per questo sono necessarie risposte adeguate da parte di tutti i paesi civili: non solo la condanna dell’aggressione, ma la liberazione immediata dei «difensori dei diritti umani» sequestrati, il risarcimento dei danni alle loro imbarcazioni aggredite e, soprattutto, la garanzia del loro diritto, giacché di un diritto si tratta, di portare a termine, unitamente a tutti gli altri attivisti dell’intera Flotilla, la loro operazione umanitaria – la fornitura di cibo e di medicinali – in favore del tormentato popolo palestinese.
In assenza di queste risposte, la connivenza dell’Unione ruropea si trasformerebbe in complicità. Sono in gioco non soltanto la libertà e i diritti degli attivisti della Flotilla. È in gioco la nostra stessa civiltà giuridica. L’aggressione a quanti portano aiuti e solidarietà, cibo e cure mediche a un popolo che da più di due anni è martoriato dai massacri, dalle devastazioni, dalla fame e dalle malattie, equivale a un’aggressione a tutti i nostri conclamati valori.
Stiamo assistendo, d’altro canto, a una escalation nella violazione del diritto internazionale e nella crescita della disumanità e della barbarie. Contro questa disumanità e contro questa barbarie, la Freedom Flotilla esprime una protesta – la più efficace e coraggiosa – che è sorretta dai milioni di manifestanti che, in Italia e in Europa, già si sono mobilitati e torneranno a mobilitarsi.
Sarebbe l’ennesimo segno di distanza dei nostri ceti politici dalle nostre società, se i nostri governi, l’Unione europea, il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea generale dell’Onu non condannassero duramente questi crimini e non invocassero, oltre alla loro immediata cessazione, l’intervento della Corte internazionale di Giustizia, oltre che delle diverse giurisdizioni nazionali.
In difesa, a questo punto, della loro stessa identità democratica.
* Fonte/autore: Luigi Ferrajoli, il manifesto
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