Global Sumud Flotilla pronta a ripartire per Thiago e Saif, detenuti in totale isolamento

Global Sumud Flotilla pronta a ripartire per Thiago e Saif, detenuti in totale isolamento

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HERAKLION, CRETA. Sia Avila che Abukeshek sono detenuti in isolamento e minacciati di morte da Israele. Gli scafi intatti raggiungeranno la Turchia

«Thiago ci ha riferito di essere stato sottoposto a ripetuti interrogatori della durata di otto ore. Gli inquirenti lo hanno esplicitamente minacciato, affermando che sarebbe stato “ucciso” o che avrebbe “trascorso 100 anni in prigione”. Sia lui che Saif sono detenuti in totale isolamento. Le loro celle sono illuminate costantemente ad alta intensità, 24 ore su 24. Entrambi vengono bendati ogni volta che devono uscire, anche durante le visite mediche. Inoltre, Thiago ha riferito di essere detenuto a temperature estremamente basse». Sarebbero queste, secondo i loro legali, gli avvocati Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma della Ong Adalah – che li hanno potuti nuovamente incontrare ieri – le condizioni di Thiago Ávila e Saif Abukeshek, i due portavoce della Global Sumud Flotilla attualmente nelle mani delle autorità israeliane.

DOPO ESSERE STATI sequestrati nelle acque internazionali a ovest di Creta insieme ad altri 179 partecipanti alla missione (compreso chi scrive), Thiago e Saif sono stati deportati nel carcere di Shikma, ad Ashkelon, dove da giorni sono in sciopero della fame. Entrambi avrebbero subito pestaggi e maltrattamenti ripetuti, e sarebbero stati accusati – anche se non formalmente – di essere parte di una non meglio specificata «organizzazione terroristica» e di «dare sostegno al nemico al tempo di guerra» (una imputazione che, se confermata, potrebbe costare cara soprattutto ad Abukeshek, il quale, essendo nato in Cisgiordania, secondo le nuove leggi israeliane rischia addirittura di essere condannato a morte). «Tutto ciò rappresenta l’ennesima spudorata violazione del diritto internazionale e dei diritti umani – ripetono da giorni i rappresentanti del movimento -. Dopo aver sequestrato 181 persone in acque internazionali, a 800 miglia di distanza dalle proprie coste, Israele si sta ora accanendo su due nostri compagni, e lo sta facendo, purtroppo, senza che nessuno muova un dito per fermare questo scempio».

IERI È STATA RESA pubblica sui canali social della Flotilla una breve ma straziante missiva che Ávila ha indirizzato dal carcere alla figlia Teresa, di appena due anni: «Ti prego di ricordare tuo padre come la persona che ti cantava e suonava la chitarra per farti addormentare – vi si legge -. E, quando crescerai, la mamma ti dirà anche che tuo padre era un rivoluzionario, e che persino di fronte alle persone più terribili del mondo, come Donald Trump, Benjamin Netanyahu e Itamar Ben-Gvir, è rimasto saldo nella convinzione di costruire un mondo migliore».

MA LA FLOTILLA ORA HA BISOGNO di fatti. L’attacco israeliano del 29 e 30 aprile avrebbe messo fuori uso circa una ventina di imbarcazioni, lasciandone tuttavia intatte almeno trenta. È proprio su questi scafi che oggi fanno affidamento i dirigenti della Global, che non hanno alcuna intenzione di rinunciare alla missione verso Gaza: «È chiaro che dobbiamo ripartire, e dobbiamo farlo proprio per dare sostegno a Thiago e Saif, oltre che al popolo palestinese». Il piano, per ora, prevede che gli scafi ancora in grado di navigare si mettano in moto in direzione della Turchia, dove dovrebbero giungere nei prossimi giorni. Lì si uniranno altre imbarcazioni locali, per un totale di circa una ventina di unità.

Dopodiché, se le condizioni lo permetteranno, si dovrebbe tentare l’ultimo balzo in direzione della Striscia. «Il percorso da Creta alle coste anatoliche è di poco più di 150 miglia e si svolgerà quasi esclusivamente in acque territoriali», dicono al quartier generale provvisorio della Flotilla, ad Heraklion. Un’ulteriore aggressione dell’Idf, insomma, sarebbe da escludersi, almeno in questa prima fase operativa. Ma poi? Come reagiranno gli israeliani qualora questa nuova formazione galleggiante dovesse tentare di avvicinarsi alle coste mediorientali? Sono interrogativi ai quali nessuno è ovviamente in grado di rispondere.

A SEI GIORNI DALL’ASSALTO nei confronti della Global, in compenso, i contorni della grave operazione notturna di cui essa è stata vittima stanno iniziando a delinearsi in modo sempre più chiaro. Stando alle testimonianze di chi, da varie posizioni e angolature, ha assistito ai fatti di quella sera, la marina israeliana avrebbe messo in campo almeno quattro fregate da guerra, delle quali soltanto due, tuttavia, sarebbero entrate in azione in modo diretto, mentre le altre avrebbero avuto il compito di controllare, da una distanza ravvicinata, che tutto andasse secondo i piani.

Accanto a queste imbarcazioni era poi presente la famosa nave-prigione a bordo della quale siamo stati rinchiusi in 181 arrestati. Si sarebbe trattato del cargo militare Nahshon, «una nave di supporto logistico da 95 metri e 2.500 tonnellate, con annesso mezzo da sbarco anfibio», come viene descritto sui siti web specializzati. Che una simile armata navale abbia potuto agire indisturbata senza la piena complicità delle autorità greche, sembra ovviamente fantascientifico.

* Fonte/autore: Andrea Sceresini, il manifesto



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