Guerra del Golfo & affari: come gli annunci della Casa Bianca fanno volare le borse

Guerra del Golfo & affari: come gli annunci della Casa Bianca fanno volare le borse

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Record a piazza Affari dopo 26 anni: l’economia di guerra alimenta la finanza e prosciuga le casse dei governi

Finché lo sblocco sullo stretto di Hormuz resterà una promessa che appare e scompare dal tavolo, le borse macineranno record su record. E poi troveranno altro su cui puntare. Solo piazza Affari a Milano ieri ha sfondato il tetto dei 50.109 punti. Non accadeva da ventisei anni. Un’altra epoca: quello era il tempo della bolla internet che esplose. Milano si è ripresa solo ieri grazie alla guerra degli Usa e Israele contro l’Iran. Il prezzo del petrolio del Mare del Nord è sceso del 5,1 per cento a 98,22 dollari al barile, mentre quello statunitense ha perso il 5,2 per cento a 91,57 dollari al barile. Sono i livelli più bassi dal 7 maggio. In netto ribasso anche il gas naturale sulla piazza Ttf di Amsterdam: i contratti future per il mese di giugno sono scesi al 45,65 euro a megawattora.

È andata così. Sabato scorso Trump ha promesso di nuovo l’accordo con gli ayatollah che hanno indovinato la mossa che ha messo in crisi mezzo mondo: il blocco di Hormuz. Domenica, come sempre, Trump ha cambiato idea e ha detto ai suoi negoziatori di non affrettarsi a chiudere i cui contorni sono nebulosi. E, in fondo, poco importa cosa ci sia scritto. L’importante è spargere le voci che, forse, il petrolio tornerà a scorrere da quelle latitudini. Prima o poi. Ieri le borse hanno brindato, l’economia fossile ha festeggiato.

Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca nel dibattito americano, subito tracimato in Europa, gli è stato affibbiato l’acronimo «Taco»: «Trump always chickens out», cioè «Trump se la fa sempre sotto» quando i mercati vanno giù. C’è anche la variante «Trash»: «Trump corre come una stupida gallina senza testa». Entrambi colgono un aspetto del gangster della Casa Bianca e lo descrivono meglio della solfa sull’immobiliarista scombinato in politica. Ma a vedere l’andamento dei mercati che crescono in maniera dall’inizio di aprile, dopo la flessione nel primo mese di guerra a marzo, si può avanzare un’altra ipotesi. Visti i guadagni considerevoli fatti da Trump e dal suo clan allargato l’apparente follia degli annunci, e delle ritrattazioni, fatte a proposito di una «pace» con il regime di Teheran non è tanto folle.

Tra Trump e le borse c’è un rapporto politico: lui annuncia, le altre guadagnano sulle voci che mette in giro. Quello che è accaduto ieri lo conferma: è un gioco delle parti. Attenzione: non c’è solo speculazione finanziaria, né ci sono solo i petrolieri che fanno guadagni da favola. Riguarda il ruolo del risparmio nella società del lavoro povero. Ci sono centinaia di milioni di persone che vedono le proprie azioni e obbligazioni crescere, come già accade ai titoli tecnologici e dell’intelligenza artificiale. Non parliamo solo di ricconi e di miliardari, ma di chi ha il patrimonio della nonna investito, e non solo in case affittate. è la borghesia che usa la rendita finanziaria come paracadute contro la crisi del lavoro. Ha ereditato gruzzoletti da centinaia di migliaia di euro. Non sono i «Bot people» di un tempo che facevano fruttare i soldi in un’economia in crescita mentre lo Stato si indebitava. È un settore di investitori piccoli che consolida una rendita, la stessa che serve ad arrivare a fine mese, a pagare spese impreviste. E a pensare ai figli senza stipendi decenti oggi, senza una pensione degna domani.

Non che siano escluse nel prossimo futuro nuove volatilità intra-cicliche. Qualche colpo di testa Trump potrebbe farlo in vista delle elezioni di mid-term, ma il meccanismo sembra rodato. E così, mentre le principali istituzioni economiche internazionali lanciano allarmi rossi, si celebrano i picchi della borsa. E migliaia di miliardi di dollari si muovono tra un annuncio e un record.

Tutto questo meccanismo costa: aumenta il prezzo dell’energia, mette in ginocchio le imprese, il gasolio resta sopra i due euro al litro dopo il dimezzamento del bonus da 20 a 10 centesimi. Un governo, come quello Meloni, tiene a fare sapere di stare alla canna del gas. Debolissimo economicamente, ha chiesto alla Commissione Ue deroghe al patto di stabilità che ha firmato nel 2023.

Domenica scorsa la presidente della Bce Christine Lagarde l’ha preso a schiaffi in diretta Tv: «Nessuna deroga, i patti si rispettano». Dalla «pace» a Hormuz Meloni & Co. sperano di avere qualche fondo in più per gli sconti-carburante e per staccare un assegno alle lobby militari. Ma gli effetti della crisi potrebbero continuare per mesi. Il ministro dell’economia Giorgetti forse troverà gli spiccioli, ma non risolverà nulla. Nel frattempo la nuova economia di guerra alimenta la finanziarizzazione della vita.

* Fonte/autore: Roberto Ciccarelli, il manifesto



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