«Guerra illegittima, si deve negoziare», la Cina diventa centrale e aspetta Trump
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Xi fa partire le leggi anti-blocco: chi cede alle sanzioni Usa può incorrere in quelle cinesi
Dal 2013, cioè da quando Xi Jinping è al potere, i leader stranieri hanno visitato la Cina 894 volte. Nello stesso periodo, le visite negli Stati uniti sono state 619. Il dato, citato in un nuovo report dell’Asia Society Policy Institute, testimonia che Pechino sta diventando (o è già diventata) il centro del mondo. Quantomeno per quanto riguarda la diplomazia coi paesi del Sud globale, a cui la potenza asiatica si dedica in modo ben più regolare rispetto alla controparte occidentale.
Dall’inizio della guerra in Asia occidentale, Xi ha accolto un ampio numero di leader stranieri, europei compresi. E in attesa di Donald Trump, la cui visita è prevista per il 14-15 maggio, ieri a Pechino c’era Abbas Araghchi. Il ministro degli esteri iraniano ha incontrato l’omologo Wang Yi, poche ore dopo che Trump ha sospeso l’operazione Project Freedom sullo Stretto di Hormuz, per «verificare la possibile finalizzazione di un accordo». Un’intesa che secondo la Casa bianca potrebbe arrivare anche prima del summit fra Trump e Xi.
Nel frattempo, Araghchi ha aggiornato Wang sui negoziati e ha “sposato” l’iniziativa diplomatica cinese, appoggiando la proposta in quattro punti presentata due settimane fa da Xi nell’incontro col principe ereditario e premier saudita Mohammad bin Salman. Da parte sua, Wang ha etichettato come «illegittima» la guerra lanciata da Usa e Israele, definendo «imperativo» un cessate il fuoco immediato. Il diplomatico cinese ha «apprezzato» l’impegno dell’Iran a non sviluppare armi atomiche, «pur riconoscendo il suo legittimo diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare». Allo stesso tempo, ha invitato «tutte le parti in causa» a garantire «il ripristino del normale passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz», aggiungendo che è necessaria «la perseveranza nei negoziati». Per la Cina, è una doppia spinta all’Iran a cercare un accordo con Washington, pur senza farsene garante esplicita. Il tutto garantisce a Pechino diversi risultati. Primo: ribadire la vicinanza a Teheran, neutralizzando possibili effetti collaterali dell’incontro con Trump. Secondo: lasciare intravedere agli Stati uniti una pressione sul partner per accettare i negoziati. Terzo: mostrarsi impegnati diplomaticamente agli altri paesi dell’Asia occidentale.
Nel frattempo, Pechino è impegnata a disinnescare le mosse della Casa bianca, volte a creare una teorica posizione di forza negoziale in vista del vertice della prossima settimana. Va letta in tal senso l’inedita attuazione dei meccanismi “anti blocco” introdotte da una legge del 2021. Per la prima volta, il governo cinese ha di fatto neutralizzato le sanzioni contro cinque aziende, coinvolte nel commercio di petrolio iraniano. Istituti bancari, assicurazioni e multinazionali che decidessero di tagliare i rapporti con le imprese sanzionate per conformarsi alle misure statunitensi si troverebbero ora esposti al rischio di violare la normativa cinese. È il segnale che Pechino non vuole prestare il fianco prima del summit, ma anche che punta a sfruttare l’incertezza causata da Trump per rafforzare una rete di relazioni economiche e politiche meno vulnerabili alle pressioni e alle sanzioni di Washington.
Proprio mentre la Casa bianca minaccia l’Europa di nuovi dazi come rappresaglia per il “mancato sostegno” nella campagna militare in Iran, dal 1° maggio la Cina ha invece eliminato le tasse aggiuntive sui prodotti importati da 53 paesi africani su 54, tranne Eswatini che ha rapporti diplomatici con Taiwan. Da 16 anni la Cina è il primo partner commerciale dell’Africa, nel 2025 l’interscambio è aumentato quasi del 18% su base annuale. Ed è in vigore un piano d’azione triennale che prevede finanziamenti per 50 miliardi di dollari. Due giorni fa, è stato firmato un accordo per il rilancio di due maxi raffinerie in Nigeria. Intesa utile anche per ampliare la diversificazione delle forniture energetiche.
* Fonte/autore: Lorenzo Lamperti , il manifesto
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