Il New York Times denuncia gli stupri sui palestinesi, per Israele è antisemita

Il New York Times denuncia gli stupri sui palestinesi, per Israele è antisemita

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Scattano le accuse di antisemitismo, le proteste sotto la redazione e la minaccia di Netanyahu di rivolgersi ai tribunali. L’articolo a firma di Nick Kristof conferma i rapporti dell’Onu e numerose ong: la ragione dell’attacco sta nel tentativo di intimidire la stampa

Nel tardo pomeriggio di giovedì, circa duecento manifestanti si sono ritrovati davanti alla redazione del New York Times, chiamati a raccolta da diverse organizzazioni filo-israeliane ed ebraiche, da #EndJewHatred a Stop Antizionism. Nel mirino, da giorni, c’è il lungo articolo di inchiesta pubblicato sul quotidiano statunitense l’11 maggio a firma di Nick Kristof in cui l’autore – attraverso 14 interviste – ricostruisce il sistematico ricorso agli abusi sessuali e agli stupri contro i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.

«L’ANTISIONISMO uccide gli ebrei», «Vergogna Kristof», «Boicottare il Times», hanno gridato i manifestanti tra cui spiccava l’influencer Zach Sage Fox, personaggio secondo il quale «tutti i musulmani sono terroristi».

Giovedì si è issato sulle spalle di un manifestante per arringare la piccola folla: ha accusato il Nyt degli anni Trenta di aver minimizzato il regime nazista, il sindaco Mamdani di aver provocato una «riduzione» dei sostenitori di Israele in città e i musulmani in generale di essere due miliardi nel mondo e di minacciare dunque la sopravvivenza delle comunità ebraiche.

A essere attaccato in particolare è il passaggio dell’articolo in cui Kristof riporta dell’utilizzo di cani per stuprare i prigionieri, una denuncia che da mesi è presente in svariati e documentati rapporti di organizzazioni per i diritti umani e inchieste giornalistiche e di recente confermata in diretta tv da soldati di stanza nel famigerato carcere di Sde Teiman.

ALLA VIGILIA della manifestazione il primo ministro israeliano Netanyahu ha annunciato l’intenzione di denunciare per diffamazione il New York Times (aveva già minacciato di farlo lo scorso anno: l’articolo «incriminato» trattava della carestia imposta a Gaza da Tel Aviv). Il quotidiano ha risposto a stretto giro: la minaccia è «parte di un collaudato manuale politico volto a minare il giornalismo indipendente e a soffocare quello che non si conforma a una narrativa specifica».

In un editoriale pubblicato ieri, Haaretz si chiede retoricamente: «Se le condizioni in cui sono recluse migliaia di persone – Israele non pubblica il loro numero – sono ragionevoli e conformi al diritto internazionale, perché non consentire le visite (della Croce rossa, ndr)?».

L’inchiesta di Kristof è entrata nel dibattito mediatico e politico israeliano come le denunce dei sopravvissuti, dei medici militari, di Onu e ong non sono riuscite a fare, pur contenendo le prove dell’istituzionalizzazione delle torture subite dai palestinesi, tanto brutali e continuate da aver provocato almeno 88 morti in custodia e danni permanenti (fisici e psicologici) a centinaia di detenuti.

UN SISTEMA di fatto reso pubblico dai macabri tour nelle carceri del ministro Itamar Ben Gvir e dai dibattiti alla Knesset sulla legittimità dello stupro contro i palestinesi, in seguito al brevissimo arresto (culminato nella totale impunità) dei cinque soldati ripresi in video mentre violentavano un detenuto lasciandolo in fin di vita.

Nel mirino finisce il Nyt e la ragione sta nel più generale tentativo di spaventare il mondo dell’informazione e renderlo un target, dai giornalisti di Gaza ammazzati a centinaia a quelli stranieri presi di mira da denunce in tribunale o dalle minacce degli influencer e loro sostenitori.

* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto



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