Israele punta alla continuazione della guerra, mentre il Golfo è in attesa
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Netanyahu ha una tentazione: sabotare l’intesa. Danny Citrinowicz: Guerra fallita. L’Iran controllerà la regione molto più di prima
«Se questo accordo venisse effettivamente firmato, sarebbe una conclusione appropriata per una campagna che è iniziata come Epic Fury e sta finendo come Epic Disaster». L’analista Danny Citrinowicz, che più di ogni altro in Israele aveva avvertito, anche prima del 28 febbraio, che la guerra israelo-americana all’Iran non avrebbe prodotto i risultati desiderati dal governo Netanyahu, a cominciare dal crollo della Repubblica islamica, ieri è stato impietoso nel commentare le indiscrezioni su un accordo vicino tra Teheran e Washington. La guerra rischia «di lasciare il regime iraniano più forte di prima, rafforzato dal sollievo dalle sanzioni… Qual era la logica strategica di lanciare una guerra che potrebbe dare risultati peggiori delle condizioni che esistevano prima che iniziasse? Un fallimento dall’inizio alla fine», ha scritto sui social.
Tutto ciò e molto altro era sul tavolo della riunione del gabinetto di sicurezza israeliano convocata ieri sera da Benyamin Netanyahu. La guerra all’Iran il premier israeliano l’ha voluta a ogni costo e, dopo averla ottenuta da Donald Trump, ora è in attesa della decisione dell’alleato americano di porre fine (forse) al conflitto e alla chiusura dello stretto di Hormuz, che ha sconvolto il mercato mondiale dell’energia. Senza dimenticare che ha generato dubbi nelle monarchie sunnite del Golfo, bersaglio delle ritorsioni iraniane, sulle capacità di Usa e Israele di proteggerle da attacchi esterni.
Israele spera che Trump ci ripensi e scelga ancora la via della guerra, preferita dal 59% dei cittadini israeliani secondo un sondaggio di qualche giorno fa, e forse tenterà di sabotare l’accordo Usa-Iran. Proprio ieri l’aviazione israeliana è tornata a colpire con estrema violenza la periferia sud di Beirut, facendo salire la tensione anche a Teheran, che chiede un’intesa ampia con Washington che includa anche il Libano del sud occupato. Tel Aviv inoltre cerca di presentarsi come portavoce di uno schieramento regionale favorevole all’offensiva militare. «Le probabilità di un attacco sono superiori alle probabilità di successo dei negoziati», ha affermato un funzionario governativo citato dal giornale Yediot Ahronot. «Tutti i partner della regione», ha aggiunto, «Israele compreso, sono molto interessati a un attacco significativo volto a indebolire gravemente il regime iraniano e che, col tempo, potrebbe persino portarne alla caduta… Trump a un certo punto capirà di non avere altra scelta se non quella di colpire gli iraniani».
La narrazione israeliana è quella giusta? I paesi arabi del Golfo, con in testa Arabia saudita ed Emirati, davvero desiderano una guerra a oltranza all’Iran condotta da Israele? «Il divario tra la visione di Netanyahu di un Medio oriente rifatto e le aspirazioni degli Stati arabi è troppo ampio per essere colmato», scrive Foreign Affairs, aggiungendo che gli Stati del Golfo non intendono essere incorporati «in un’architettura di sicurezza regionale basata sulla supremazia israeliana». D’altronde in pubblico è stato solo Israele a tracciare un quadro in cui le monarchie del Golfo sarebbero apertamente favorevoli a una prosecuzione della guerra. Al contrario, le indiscrezioni indicano una forte preferenza, almeno ufficiale, per la de-escalation e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Diversi studi sottolineano che una ripresa del conflitto aperto esporrebbe direttamente le monarchie del Golfo a nuove ondate di attacchi iraniani.
Tuttavia, dietro la linea ufficiale favorevole al negoziato, c’è una seconda dinamica. Alcuni governi del Golfo, in particolare gli Emirati, in privato avrebbero spinto Washington a non fermarsi prima di aver inflitto a Teheran un «colpo decisivo». Ma gli Emirati, come il Bahrein, sono alleati stretti di Israele e i più «hawkish» nei confronti dell’Iran. Pertanto, rappresentano poco Stati come Oman e Qatar, che con Teheran negli ultimi anni hanno mantenuto rapporti più distesi. Non è corretto, inoltre, sostenere che l’Arabia Saudita del principe ereditario Mohammed bin Salman volesse la guerra totale. Piuttosto, Riyadh si è mossa su un terreno minato: in pubblico favorevole alla de-escalation per evitare devastazioni dirette e, al tempo stesso, interessata a un esito negoziale che non lasci all’Iran l’influenza che ha avuto per decenni. La «pace» le petromonarchie la vogliono alle loro condizioni di sicurezza. Ed è proprio su questo punto che si concentrano oggi le maggiori critiche a Washington e Tel Aviv. Trump e Netanyahu hanno aggredito l’Iran promettendo di domarlo in pochi giorni. Invece Teheran è rimasta in piedi e la sua Guardia rivoluzionaria, sempre più in controllo del paese, se riprenderà la guerra non esiterà a colpire con forza i vicini arabi che ospitano le basi Usa e gli alleati di Israele.
* Fonte/autore: Michele Giorgio, il manifesto
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