by Elisa Sermarini * | 6 Maggio 2026 10:02
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Alla conferenza in Colombia l’Italia si presenta senza una linea chiara: tra dichiarazioni diplomatiche e scelte interne ancora legate ai fossili, emerge una distanza crescente. Ma accanto alle ambiguità del governo, si muove una rete sociale e politica che costruisce dal basso un’alternativa alla crisi climatica
La prima Conferenza internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili, ospitata a Santa Marta su iniziativa di Colombia e Paesi Bassi, ha riunito cinquantasei Paesi. Un formato inedito, nato anche dalla consapevolezza che i processi multilaterali tradizionali non bastano più. Alcuni Stati hanno partecipato spontaneamente mentre altri su invito. Tra questi anche l’Italia, rappresentata da Francesco Corvaro, Inviato speciale per il cambiamento climatico dai ministeri dell’Ambiente e degli Affari esteri.
Nel suo intervento Corvaro ha sottolineato come il passaggio dagli impegni all’attuazione sia necessario ma non sufficiente. Ha proposto la creazione di una nuova piattaforma diplomatica capace di coinvolgere i Paesi assenti, inclusi i principali responsabili delle emissioni. L’obiettivo, ha spiegato, è aprire un confronto diretto anche con chi nega le evidenze scientifiche del cambiamento climatico o resiste alla logica economica della transizione. Uno spazio per comunicare in modo chiaro e fermo – dice – i rischi che le loro popolazioni stanno affrontando, “popolazioni che i governi hanno il dovere fondamentale di proteggere, salvaguardare e a cui garantire un futuro prospero”.
A fronte di queste dichiarazioni, la presenza dell’Italia è apparsa debole e contraddittoria. Comunicata all’ultimo momento, priva di una delegazione politica di alto livello, senza una reale capacità decisionale e senza una linea pubblica riconoscibile, ha confermato una difficoltà ormai evidente: coniugare gli impegni internazionali con le scelte politiche interne e le posizioni geopolitiche assunte negli ultimi mesi.
Questa incoerenza si riflette chiaramente nelle politiche energetiche nazionali. In Italia persiste una distanza significativa tra obiettivi climatici dichiarati e scelte effettive: il sistema resta fortemente ancorato ai combustibili fossili, mentre lo sviluppo delle energie rinnovabili continua a essere rallentato da incertezze normative, ostacoli autorizzativi e ritardi nelle connessioni. Non si tratta di un ritardo ma di un blocco strutturale che impedisce al Paese di costruire una reale indipendenza energetica, lasciandolo esposto agli effetti delle crisi e dei conflitti. La proroga al 2038 dell’uscita dal carbone rappresenta in modo emblematico questa linea. Presentata come misura emergenziale, è invece una scelta inefficace e anacronistica: le centrali a carbone non sono competitive, non rispondono ai tempi delle emergenze e comportano costi sociali e ambientali elevati. Non una soluzione ma un segnale di arretramento che pesa sulla credibilità internazionale dell’Italia e si traduce in un aggravio concreto per famiglie e piccole imprese.
A questa contraddizione interna si affianca quella sul piano internazionale. Corvaro propone nuove piattaforme diplomatiche per spiegare ai Paesi assenti a Santa Marta gli effetti delle loro scelte sulle popolazioni, lasciando intendere che ad esempio basterebbe parlare con gli Stati uniti per fargli cambiare idea sull’Accordo di Parigi e la Convenzione quadro delle Nazioni Unite. Allo stesso tempo l’Italia si colloca dentro un quadro politico che legittima le posizioni assunte da Usa e da Israele nell’escalation in Iran, considera legittima la violazione della sovranità del Venezuela e guarda con interesse al “Board of Peace”, a cui ha partecipato come osservatore non spendendo una parola sul genocidio del popolo palestinese e sugli interessi legati allo sfruttamento delle risorse energetiche.
La partecipazione a Santa Marta, di fatto, non modifica le scelte a vantaggio dell’economia fossile nel nostro Paese, né le alleanze complici con governi negazionisti climatici e guerrafondai.
Allo stesso tempo, il Governo rafforza sempre di più le politiche autoritarie pensate – soprattutto – per criminalizzare chi oggi difende i territori dalla devastazione ambientale, dagli interessi delle multinazionali e da grandi opere che alimentano il modello estrattivo.
È in questo scenario che il percorso avviato a Santa Marta acquista un valore che va oltre la dimensione diplomatica. Perché, accanto alle esitazioni istituzionali, esiste già un’alleanza sociale che prova a costruire un’alternativa concreta in tutto il mondo. Lo hanno dimostrato le comunità, realtà sociali, sindacali e di base che si sono riunite e che hanno lanciato la Dichiarazione dei popoli per un futuro libero dai combustibili fossili.
Non è possibile ridurre la presenza italiana alle ambiguità del Governo perché sarebbe incompleto. A Santa Marta, infatti, l’Italia c’era anche – e soprattutto – attraverso la sua società civile. Una rete ampia e articolata che da mesi lavora al Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili: dalla scuola di ecologia integrale GEA a organizzazioni come LAV, Unione Inquilini, PeaceLink Taranto, Movimento No Tav, Rete dei Numeri Pari, StopRearm Europe, fino ai Missionari comboniani, Navdanya Italia e decine di comitati territoriali. Un fronte eterogeneo ma coerente, che mette al centro l’impegno in prima persona per giustizia sociale, ambientale ed ecologica, la difesa dei territori e la partecipazione democratica dal basso.
Anche sul piano politico, alcuni segnali si sono visti. Alleanza Verdi e Sinistra ha aderito fin dall’inizio della Campagna italiana per il Trattato, sostenendone i principi e promuovendo il coinvolgimento degli enti locali. Il caso di Firenze, tra i primi comuni ad aderire, indica la direzione da seguire: portare la riconversione dentro le istituzioni territoriali, costruendo dal basso una politica più coerente con le sfide del presente.
È qui che si colloca lo spazio della speranza. Non come attesa passiva, ma come processo già in atto: nella cooperazione tra governi, istituzioni locali, popoli e scienza che mettono insieme visione e costruzione di pratiche e politiche pubbliche. Santa Marta non è stata solo un luogo di confronto, ma una prospettiva globale che ha già nella sua agenda i prossimi passi da compiere. Appuntamento alle isole Tuvalu nel 2027 per lavorare sugli impegni vincolanti.
* Fonte/autore: Elisa Sermarini, Presidente Gea – Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale, da il manifesto[1]
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