Le guerre della NATO: Uranio impoverito in Kosovo, l’Italia fa scuola

Le guerre della NATO: Uranio impoverito in Kosovo, l’Italia fa scuola

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Un tribunale riconosce il nesso causale fra l’intervento Nato del 1999 e l’epidemia di tumori in Serbia, che continua a colpire non soltanto ex-militari ma soprattutto civili

Partiamo da Belgrado con gli avvocati Srdjan Aleksic e Angelo Fiore Tartaglia – lo scorso 13 gennaio – per raggiungere il tribunale di Vršac, in Voj Vodina. La “pianura padana” della Serbia, attraversata dal Danubio, è bianca di neve e la nebbia si può tagliare col coltello. In auto i due avvocati si scambiano opinioni sulla gestione del dibattimento.

A VRŠAC CI ASPETTA il loro assistito, Dragan Antic, che aveva chiesto un risarcimento allo stato Serbo per il tumore alla tiroide contratto dopo aver partecipato alle operazioni militari in Kosovo nel 1999. Mentre ci accompagna al palazzo del tribunale, ci racconta di quando, durante la guerra, li spostavano da un bunker all’altro e di come sopra le loro teste gli A-10 statunitensi prendessero di mira i carri armati di cartone utilizzati dall’esercito per fregare l’aviazione nemica.

Erano gli stessi A-10 che, a mille chilometri dal bunker di Dragan, vedevamo decollare ed atterrare incessantemente dalla Base Usaf di Aviano. Tartaglia ci spiega che l’esito della causa si sarebbe giocato tutto nella dimostrazione del nesso causale che lega l’insorgenza di gravi patologie tumorali all’esposizione alle nano polveri di uranio impoverito scaturite dall’impatto dei proiettili rivestiti di quel metallo pesante.

All’uscita dall’aula del tribunale i volti degli avvocati sono sorridenti. «La discussione di Angelo è stata determinante», osserva Aleksic. Rivolgendosi a Tartaglia azzarda il risultato: «La giudice ha rifiutato la richiesta del Procuratore di stato di non accogliere le sentenze italiane come prova del nesso causale, abbiamo buone possibilità di vincere!».

L’AVVOCATO SERBO aveva ragione. Lo scorso 9 aprile il tribunale di Vršac gli ha infatti notificato la sentenza favorevole. Nel corposo documento che Tartaglia ed Aleksic ci hanno fornito si legge infatti che «Con una valutazione giuridica dei fatti stabiliti, il tribunale ritiene che la pretesa del ricorrente sia ben fondata e, in quanto tale, l’ha accettata nella sua interezza». «Sebbene la malattia del querelante sia avvenuta come conseguenza diretta dell’aggressione aerea della Nato, il tribunale ritiene che il danno causato avrebbe potuto essere evitato se l’autorità statale (il ministero della Difesa) avesse adottato tutte le misure necessarie nel campo dell’addestramento e della notifica di pericoli aerei imminenti».

LEGGENDO il testo della sentenza appare evidente quanto sia stata decisiva la giurisprudenza italiana sul nesso causale tra insorgenza di patologie ed esposizione all’uranio impoverito che la giudice Tatjana Brankov Lozo ha voluto accogliere. Questa giurisprudenza è stata costruita dall’avvocato Tartaglia in vent’anni di cause risarcitorie rivolte contro il ministero della Difesa italiano e risoltesi con oltre 500 sentenze favorevoli.

Altrettanto decisiva è stata la comparazione incrociata delle analisi sui tessuti tumorali delle vittime italiane e serbe che ha rilevato la stessa abnorme quantità di uranio impoverito, ben cinquecento volte superiore alla media.

Ma se in Italia le vittime sono i militari che hanno prestato servizio nei teatri di guerra oltre confine (Balcani, Iraq, Afghanistan) o presso poligoni Nato, in Serbia si sta consumando una vera e propria epidemia tumorale che colpisce e continua a colpire non soltanto ex-militari ma soprattutto civili. Una strage dalle dimensioni impressionanti, una guerra che non finisce mai: secondo l’Istituto serbo di Sanità Pubblica “Dr. Milan JovanovicBatut” ogni anno vengono registrati quasi 40.000 nuovi casi di cancro. Circa 8 volte i casi registrati prima dei bombardamenti.

Ci troviamo di fronte ad un crimine di guerra con la terribile aggravante del suo perpetrarsi nel tempo.

Ma la Nato ha ufficialmente chiesto e ottenuto l’immunità dall’attuale governo che col «parere favorevole» del ministero della Giustizia ha di fatto immobilizzato l’alta corte di Belgrado dove quattro anni fa Tartaglia ed Aleksic avevano depositato una causa contro l’Alleanza.

I DUE PERÒ non si arrendono: «Se lo stato serbo ha deciso di concedere l’immunità alla Nato allora si farà carico di risarcire tutte le vittime e prima o poi anche l’Alleanza dovrà assumersi le sue responsabilità perché ecocidio e crimini di guerra non possono andare in prescrizione».

* Fonte/autore: Gregorio Piccin, il manifesto



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