Libano, come la normalizzazione israeliana della guerra penetra nell’umanitarismo occidentale
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Per anni il settore umanitario si è retto su gerarchie marcate e discriminazioni materiali nei confronti del personale proveniente dal Sud globale, in termini di salari e sicurezza. La normalizzazione della guerra da parte di Israele ha sfumato la differenza tra staff occidentale e staff locale, allargando gli effetti del conflitto
L’offensiva israeliana in Libano, oltre al gravissimo bilancio di vittime e alla distruzione su vasta scala, produce anche effetti di lungo periodo: tra questi, l’interiorizzazione del conflitto e una crescente vulnerabilità degli operatori umanitari.
Negli ultimi anni il settore degli aiuti umanitari internazionali in Libano sta attraversando una trasformazione profonda, nel contesto degli attacchi israeliani iniziati nell’autunno del 2023 e inseriti in una storia politica segnata sin dal 1978, con l’Operazione Litani e l’avvio dell’occupazione militare del sud del Paese. Non si tratta soltanto di una crisi di finanziamenti o di adattamenti operativi. È la struttura relazionale e morale del sistema umanitario – chi è più esposto alla violenza, chi può partire e chi è costretto a restare – a essere rimodellata dalla guerra.
STORICAMENTE, l’umanitarismo internazionale ha operato mantenendo una distanza fisica, morale ed economica dalle popolazioni assistite in contesti considerati insicuri. Gli operatori occidentali hanno spesso vissuto in spazi separati, talvolta in veri e propri compound, alimentando critiche a un approccio percepito come distaccato e poco radicato nella realtà locale. Oggi questa distanza non scompare, ma si riconfigura: la guerra penetra sempre più negli spazi dell’umanitarismo occidentale.
Sin dalla fondazione del sistema delle Nazioni unite nel secondo postguerra, il settore umanitario si è retto su gerarchie marcate, spesso attraversate da discriminazioni materiali nei confronti del personale proveniente dal Sud globale: salari inferiori, minore protezione, mobilità limitata dalla nazionalità. Invece, anche a fronte di una conoscenza limitata dei contesti locali, l’expertise occidentale ha continuato a essere considerata la più legittima, riproducendo una divisione morale tra chi è autorizzato a “salvare” senza rischiare e chi viene trattato come mero oggetto di intervento.
Nel contesto libanese, come altrove, i beneficiari sono spesso approcciati come passivi, mentre gli operatori umanitari si pongono come portatori di conoscenza e di una moralità pacificatrice. Questa tendenza è talvolta riprodotta anche da lavoratori locali inseriti nel sistema, rafforzando una macchina simbolica in cui il Sud globale diventa, al tempo stesso, oggetto di intervento e capitale morale.
In questo quadro diseguale, gli operatori internazionali hanno spesso potuto contare su evacuazioni rapide, alloggi sicuri e su un’elevata mobilità professionale. I lavoratori locali, invece, sono rimasti più esposti e meno tutelati. Oggi tale equilibrio mostra segni di cedimento, in un contesto però di violenza prolungata. Durante l’attuale guerra, le evacuazioni del personale internazionale sono diminuite: sempre più spesso avvengono su iniziativa individuale e a spese proprie, senza il supporto sistematico di ong e agenzie Onu. Non è una fine delle disuguaglianze, ma una loro parziale redistribuzione attraverso l’estensione del rischio.
NADINE, impiegata in un’ong internazionale a Beirut, osserva come nel 2013, davanti alla minaccia di un intervento statunitense in Siria, i colleghi occidentali fossero stati evacuati in pochi giorni. Oggi, nonostante un rischio diffuso, molti continuano a lavorare in ufficio: manca una risposta rapida e coordinata che attivi evacuazioni su larga scala.
Questa trasformazione si inserisce in un processo più ampio di “normalizzazione della guerra”. Come suggerisce Veena Das, la violenza si annida nel quotidiano, diventa ordinaria e strutturale. In Libano, gli attacchi israeliani non sono più confinabili a un arco temporale definito, come nel 2006, ma si distribuiscono come una presenza costante, interrotta solo da eventi estremi, come l’8 aprile scorso, che ha causato centinaia di morti e feriti.
In passato, l’evacuazione del personale internazionale produceva una frattura morale evidente tra chi poteva mettersi in salvo e chi restava esposto. Oggi questa linea è più sfumata. La permanenza di operatori internazionali in un contesto di guerra prolungata è anche il risultato dei tagli al settore umanitario nell’era trumpiana, che porta a una crescente accettazione del rischio come condizione ordinaria dell’intervento.
MA LA GUERRA non livella le disuguaglianze: piuttosto, ne estende gli effetti. La riduzione dei privilegi non elimina le gerarchie morali, ma abbassa il livello generale di protezione. Ed è qui il cambiamento più profondo: la violenza viene progressivamente interiorizzata, resa inevitabile, sempre meno interrogata.
Ma cresce anche la molteplicità delle voci che raccontano la guerra. Le vittime parlano in prima persona sui social, denunciano la violenza e rivendicano accesso agli aiuti. Questa esposizione rompe parzialmente il monopolio umanitario della narrazione e coinvolge anche gli operatori, sempre più visibili nello spazio pubblico. Tuttavia, dalla distanza si passa alla prossimità senza che la guerra diventi un’esperienza realmente condivisa o capace di produrre solidarietà duratura in una società profondamente diseguale.
Il risultato è paradossale: mentre l’umanitarismo si trasforma, la guerra guadagna terreno. È proprio questa interiorizzazione collettiva del rischio e della violenza a essere più inquietante della loro redistribuzione.
* Fonte/autore:Estella Carpi, Professoressa associata in studi umanitari e delle migrazioni, University College London, il manifesto
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