Palestinesi sfollati e bombardati ovunque da Israele: a Gaza, West Bank e Libano

Palestinesi sfollati e bombardati ovunque da Israele: a Gaza, West Bank e Libano

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I campi in Libano sotto le bombe e gli ordini di evacuazione, mentre nei Territori occupati Tel Aviv crea nuovi ghetti e pianifica l’esodo. Il ministro della difesa Israel Katz è tornato a rivendicare i piani di pulizia etnica, ricordando al mondo che sono sempre lì, pronti ad essere applicati, che cessi o no il fuoco sulla carta

Ordini e piani di sfollamento e pulizia etnica sono stati lanciati ed evocati ieri per i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e del Libano, braccati e perseguitati dalle dichiarazioni del governo israeliano, dagli ordini dei tribunali, dalle minacce e dalle bombe dell’esercito.

In Libano, nel giro di pochi minuti, la notizia è stata diffusa con migliaia di messaggi nei gruppi WhatsApp della diaspora: ieri pomeriggio le minacce israeliane sono state indirizzate anche ai campi profughi palestinesi del sud, quelli riconosciuti e quelli informali. La solita mappa, con i punti rossi dei bombardamenti che stanno per colpire, ha interrotto le celebrazioni dell’Eid al Adha, importante festività islamica.

«È IL PRIMO GIORNO di festa e hanno privato i bambini della gioia», ci dice avvilita Huda Azzam, dal campo profughi palestinese di Rashdiyeh, già bombardato lunedì. Gli ordini di sfollamento forzato emanati da Tel Aviv coinvolgono migliaia di palestinesi, tra cui quelli dei campi di Burj al-Shamali e el-Buss. Nei giorni precedenti, le mappe del terrore indicavano edifici precisi, quartieri da cui le persone avevano una reale possibilità di fuggire. Ieri, invece, l’esercito ha ordinato a tutti i profughi palestinesi del sud di sfollare, anche a quelli dei campi non riconosciuti dall’Onu, e delle aree in cui sorgevano storici accampamenti palestinesi, che con gli anni sono diventati luogo di rifugio per profughi di diversa nazionalità e aree a popolazione mista.

«NON DORMO da 45 ore – ci ha raccontato Huda – Siamo qui a casa, tutti insieme e aspettiamo. Cos’altro dovremmo fare? Dove mai potremmo andare?».

Chi ha potuto trovare un mezzo capace di trasportare tutta la famiglia, ha lasciato il campo nel tentativo di superare il fiume Zahrani – come ha intimato Tel Aviv – a 40 chilometri dal confine con Israele. Ma molti altri sono rimasti. «La situazione è estremamente tesa, il rumore degli aerei e dei droni da guerra è molto forte e spaventoso. Al momento colpiscono appena fuori Rashdiyeh e alche il campo profughi di el-Buss è stato attaccato. Non so cosa accadrà durante la notte». Il bombardamento a el-Buss ha causato almeno due morti, ma diverse persone sono disperse sotto le macerie.

PER I PALESTINESI di Gaza, invece, il ministro della difesa Israel Katz è tornato a rivendicare i piani di pulizia etnica, ricordando al mondo che sono sempre lì, pronti ad essere applicati, che cessi o no il fuoco sulla carta, mentre sul campo rimane un continuo massacro. Katz ha festeggiato l’omicidio di Mohammed Odeh, il comandante del braccio armato di Hamas subentrato a Izz al-Din Haddad, ammazzato il 16 maggio. Il gruppo palestinese ha confermato la morte di Odeh, ucciso con la moglie e i due figli in un bombardamento a Gaza City. Quando le strade erano piene per i festeggiamenti dell’Eid al Adha, i missili israeliani hanno colpito l’area di Remal, uccidendo diverse persone, tra cui una madre, il cui corpo è stato ritrovato dai suoi due bambini. «Abbiamo promesso che Hamas non controllerà Gaza, né civilmente né militarmente, e così sarà», ha scritto Katz su X, aggiungendo: «Anche il piano di emigrazione volontaria da Gaza verrà attuato, nei tempi e nei modi giusti».

QUELLO CHE KATZ e altri ministri come Bezalel Smotrich chiamano «emigrazione volontaria» è la pulizia etnica dei palestinesi. Da praticare rendendo Gaza un luogo totalmente invivibile. «Israele sta deliberatamente assediando e soffocando le persone qui, per aumentare il loro desiderio di fuggire – ci ha spiegato Ali Tayeh, da Gaza City – La situazione è insopportabile, tutto è troppo costoso, non c’è lavoro né casa, non esiste sicurezza, possiamo essere uccisi in qualsiasi momento. Il piano israeliano, anche se sotto silenzio, è già in atto, in diverse forme».

Anche nella Cisgiordania palestinese avanzano i piani di espulsione. Per garantire il progetto di insediamento israeliano E1, un piano di colonizzazione che separerà la Cisgiordania del nord da quella del sud, il governo di Tel Aviv sta lavorando alla creazione di un quartiere-ghetto in cui deportare forzatamente la popolazione palestinese espulsa da almeno sette città beduine.

IL QUARTIERE della deportazione si chiamerà Shami e, secondo il quotidiano israeliano Haaretz, avrà una densità abitativa di 50 metri quadri a persona (20mila abitanti per km quadrato), mentre i quartieri della colonia israeliana, illegale per il diritto internazionale, prevedono 166,6 metri quadrati a persona (6mila abitanti per km quadrato). Molte delle famiglie palestinesi beduine che rischiano lo sfollamento sono già state deportate da Israele, alla fine degli anni Novanta, proprio nell’area da cui ora saranno nuovamente espulse.

* Fonte/autore: Eliana Riva,  il manifesto



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