Senza sosta le bombe di Israele sul Libano, strage di medici

Senza sosta le bombe di Israele sul Libano, strage di medici

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Oltre 3.100 uccisi dal 2 marzo. Con il «cessate il fuoco» Tel Aviv formalizza l’occupazione

I droni israeliani su Beirut volano bassissimi, si intravedono in controluce. Israele sa bene che l’occupazione non è solo quella delle truppe, come al sud. È una presenza costante nello spazio che non gli appartiene, un monito perpetuo sulla testa e sulla vita dei libanesi.

La gente per strada, che pure è abituata al fastidio quotidiano del ronzio assillante degli MK, alza gli occhi per scorgerli: sono più vicini del solito. E questo accade sempre in giornate cruciali, come ieri. A Islamabad è in gioco anche il destino del Libano, per quanto Trump si sforzi di separare la questione iraniana da quella libanese. Ieri pomeriggio il capo della diplomazia iraniana Abbas Araghchi con una lettera al segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha assicurato il supporto al partito armato sciita libanese e ha rimarcato di aver chiarito, nell’ultima proposta agli Stati uniti, di voler «legare qualsiasi accordo ci sarà con gli Stati Uniti a un cessate il fuoco in Libano».

«LA REPUBBLICA ISLAMICA – procede Araghchi – non rinuncerà a sostenere i movimenti che reclamano il diritto e la libertà, fra cui primeggia Hezbollah, resistente e vittorioso. È il nostro impegno nei confronti del nostro imam martire, il grande ayatollah Ali Khamenei. (…) Fin dal primissimo momento in cui alcuni paesi regionali sono intervenuti come mediatori con l’obiettivo di ridurre le tensioni tra Iran e Usa, abbiamo legato il cessate il fuoco in Libano a qualsiasi accordo».

Come verrà però declinato questo cessate il fuoco è tutto da chiarire, anche perché in Libano dovrebbe già essere in atto dal 17 aprile. Solo che Israele non lo ha mai rispettato, continuando a bombardare in particolar modo il sud del Libano, ma anche la valle della Beqa’a a est – come ieri -, e in un’occasione la periferia sud di Beirut, la Dahieh. Un cessate il fuoco con cui Israele ha formalizzato l’occupazione militare della Linea Gialla, la fascia larga una decina di chilometri lungo il confine sud e sud/est libanese, dove procede alla distruzione sistematica di interi villaggi, radendo al suolo infrastrutture, abitazioni civili e qualunque altra cosa incontri sul cammino, su modello – come lo stesso ministro israeliano della difesa Katz ha più volte affermato – di Gaza. Un cessate il fuoco nel quale, dopo i primi giorni in cui ha rispettato la tregua, anche Hezbollah ha ripreso i combattimenti.

LA SITUAZIONE nel paese continua a essere drammatica. Il numero delle vittime sale ogni giorno. Ieri il ministero della salute ha contato 3.123 morti e 9.506 feriti dal 2 marzo. Save the Children e Unicef riportano una costante di circa quattro bambini al giorno uccisi o feriti dalla stessa data.

Sempre ieri altri 25 membri del personale medico, paramedico e amministrativo dell’ospedale di Hiram, nel distretto di Tiro, sono stati feriti in seguito a dei bombardamenti israeliani nell’area immediatamente intorno all’ospedale, che hanno danneggiato anche la struttura. È ormai consuetudine per l’esercito israeliano prendere di mira personale sanitario e soccorritori. Solo dal 2 marzo a oggi Israele ha ucciso in Libano almeno 120 operatori sanitari e ne ha feriti circa 300. Nel mirino di Israele anche giornalisti e fotografi.

Israele continua a bombardare senza sosta, ma anche Hezbollah continua i suoi attacchi sul terreno e i lanci di missili e droni kamikaze sul nord della Galilea, dimostrando che non ha alcuna intenzione di posare le armi. Il partito armato sciita ha, tra gli altri, rivendicato ieri quello sulla base israeliana di Hunine alla piattaforma del sistema di difesa israeliano Iron Dome.

Da Washington sono partite sanzioni giovedì scorso per alcuni parlamentari di Hezbollah, per due funzionari del suo alleato sciita Amal, per l’ambasciatore iraniano in Libano e per la prima volta due ufficiali dell’esercito libanese, accusati di collaborare con Hezbollah.

CRESCE INTANTO, alla vigilia di un possibile accordo tra Iran e Stati uniti, l’escalation israeliana in Libano e Tel Aviv pare non tenere alcun conto dei negoziati a Islamabad.

* Fonte/autore: Pasquale Porciello, il manifesto



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