•  “What we are facing in Rojava is a door in to the future” – Video Interview

    27/9/2020 • Global Rights • 59 Viste

    Free Journo is an independent journalist project working on the latest video interviews & exclusive meetings with leading figures in the news, with MP’s & Union leaders, with politicians, academics, writers, experts and covering the latest developments from around the world.

     

    In the last year alone they have published over 50 video interviews bringing the situation of the Kurdish liberation struggle to a wide audience and contributing to an important discussion on the future of the Middle East, the Kurds and Kurdistan.

     

    In this video, Séamas Carraher, a Global Rights writer and an Irish poet is interviewed by journalist Erem Kansoy with support from the Peace in Kurdistan Campaign and the Freedom for Ocalan Campaign. Carraher highlighted that Kurdish leader Abdullah Ocalan’s freedom is crucial for the region.

     

    Topics and questions of discussion included; How did you get to know of the Kurdish movement? Do you see a role for poetry in the Liberation Struggle? Do you think the so called international community is listening to the Kurds? What do you think of the Rojava revolution and of the governance model they propose?

     

    Séamas Carraher is a working class poet and writer born on the southside of Dublin, Ireland. He has worked as a community activist for over 30 years in the struggle against poverty and injustice in Ireland.

     

    He also writes regularly for Global Rights (www.globalrights.info), where many of his articles and poems can be found.

     

    GlobalRights.info is a relatively new online journal and magazine committed to creating and articulating an oppositional voice of dissent to the current prevailing “normality” that Séamas sees as: “profit-at-any-price and business-as-usual despite the enormous human cost”. He has written a number of articles on Rojava and the situation of the Kurds in the past five years.

     

    Watch the Interview here:

     

    Peace in Kurdistan

    Campaign for a political solution of the Kurdish Question

    Email: estella24@tiscali.co.uk

    Home page

    Contacts Estella Schmid: 07846 666 804 & Melanie Gingell: 07572 430903

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  • Trump insedia una fanatica anti-abortista alla Corte suprema

    27/9/2020 • Internazionale • 102 Viste

    NEW YORK. I democratici hanno promesso battaglia ma ci sono poche possibilità che riescano a bloccare la nomina di Amy Coney Barrett come sostituta di Ruth Bader Ginsburg, la giudice recentemente scomparsa.

    Non si potrebbero immaginare due personalità più antitetiche. Tanto RBG era progressista, femminista e liberal, tanto Barrett è reazionaria, oscurantista e con una carriera giudiziaria schierata su posizioni molto conservatrici su tutte le questioni chiave, dalle armi, alla pena di morte, all’aborto.

    Trump ha sempre stimato Barrett tanto da averla promossa, tre anni fa, alla Corte d’Appello, nel settimo distretto con sede a Chicago, dove è intervenuta su un centinaio di casi; prima di allora insegnava nell’università dove si era laureata, la Notre Dame, a South Bend, Indiana, istituzione con forti radici cattoliche.

    Il cattolicesimo di Barrett è proverbiale per le sfumature di fanatismo. Nel 2006, durante il discorso inaugurale dell’anno accademico, aveva chiesto agli studenti di «ricordare che la vostra professione legale è un mezzo verso un fine, e quel fine è costruire il regno di Dio».

    L’università frequentata da Barrett nella duplice veste di studente e di insegnante, è nota per essere la culla di una piccola organizzazione religiosa, People of Praise, che viene descritta come una setta. Fondata nel 1971, dopo le aperture del Concilio Vaticano II, accoglie per lo più cattolici, ma anche altre denominazioni cristiane. Interviste con studiosi di gruppi cristiani carismatici e con ex membri del gruppo, rivelano un’organizzazione che sembra dominare la vita quotidiana dei suoi membri, in cui i cosiddetti «capi», o consiglieri spirituali, decidono della vita degli adepti.

    Le donne sposate, come Barrett, si rapportano ai mariti come alle loro «teste» e tutti i membri sono tenuti a donare il 5% del loro reddito all’organizzazione.

    Negli anni People of Praise si è evoluta in favore della difesa dei valori tradizionali, come baluardo dello status quo sociale, ritagliandosi uno spazio vicino alle correnti evangeliche americane più integraliste.

    Rispetto alle correnti evangeliche il gruppo di cui fa parte Barrett è più inquietantemente pittoresco: si parla di profezie, di cure divine, gli adepti per comunicare utilizzano lingue segrete. Ex appartenenti al gruppo raccontano di ferree divisioni dei ruoli, quelli femminili sono chiamati handmaid, «serva», mentre la guida è affidata a un consiglio di amministrazione di soli uomini descritto come la «massima autorità».

    Alcuni attivisti, sia conservatori che progressisti, hanno affermato che qualsiasi discussione sulla fede di Barrett sarebbe inappropriata, nel contesto di una conferma del Senato per valutare le sue qualifiche giudiziarie, e rifletterebbe solo un pregiudizio anticattolico. Altri gruppi cattolici invece hanno affermato che è giusto mettere sotto esame People of Praise, in quanto il gruppo è molto al di fuori del cattolicesimo tradizionale

    * Fonte: Marina Catucci, il manifesto

    ph by Rachel Malehorn / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)

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  • Repressione continua in Turchia, 82 mandati di cattura per esponenti Hdp

    26/9/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 159 Viste

    Il 7 novembre 2014 Kader Ortakaya cadeva al confine tra Turchia e Siria. Un colpo alla testa sparato dai militari turchi contro i manifestanti che avevano affollato la frontiera per dare la loro solidarietà a Kobane, la città curdo-siriana occupata dall’Isis due mesi prima.

    Aveva 28 anni Kader, era una studentessa dell’Università di Marmara e attivista della Piattaforma collettiva per la Libertà. È morta mentre con centinaia di attivisti formava una catena umana, aggredita dai soldati con lacrimogeni e proiettili.

    È stata l’ultima vittima della repressione che si è abbattuta tra ottobre e novembre 2014 sulla mobilitazione del sud est turco a maggioranza curda, esplosa contro lo Stato considerato complice dello Stato islamico, per anni autorizzato ad attraversare la porosa frontiera e rifornito di armi.

    Per quelle proteste e per i tentativi di attraversare il confine e portare sostegno materiale alle unità curde Ypg e Ypj a difesa di Kobane, ieri la procura di Ankara ha emesso 82 mandati di cattura contro esponenti dell’Hdp, il Partito democratico dei Popolo, opposizione pro-curda e di sinistra al monopolio politico ed economico dell’Akp del presidente Erdogan.

    Tra loro sette ex deputati (per cui è stato già chiesto di rimuovere l’immunità parlamentare), ex e attuali membri del comitato esecutivo dell’Hdp e il co-sindaco di Kars, Ayhan Bilgen. All’alba i primi arresti in sette province, le accuse sono per tutti le stesse: incitamento alla violenza, saccheggio, danneggiamenti, omicidio, vilipendio della bandiera turca in riferimento alle proteste per Kobane dell’autunno di sei anni fa.

    L’inchiesta è stata aperta circa un anno fa, ribattezzata «Operazione Pkk/Kck», il Partito curdo dei Lavoratori e l’Unione delle Comunità del Kurdistan, la federazione-ombrello di cui fanno parte i vari movimenti curdi di Turchia, Siria, Iraq e Iran che si ispirano alla teorizzazione di Abdullah Ocalan. L’Hdp, considerato da Ankara braccio politico del Pkk, è accusato di aver ordito manifestazioni con obiettivi terroristici.

    La grande mobilitazione curda era iniziata la sera del 6 ottobre 2014, tre settimane dopo l’ingresso dell’Isis a Kobane, il 13 settembre. Al governo turco era stato dato “tempo”, era stato chiesto di intervenire in difesa della città.

    Ma all’assenza totale di intervento Ankara aveva sommato ostacoli a chiunque tentasse di portare aiuto: volontari, medicinali, cibo. Il confine sbarrato, presidiato dall’esercito turco, mentre a pochi chilometri si alzava il fumo nero degli scontri strada per strada tra Isis e Ypg/Ypj.

    Si protestò ovunque per settimane, nelle principali città del sud-est, ma anche a Istanbul con una manifestazione di massa il primo novembre. Il bilancio finale non è stato mai confermato, si parlò di 46, forse 53 manifestanti uccisi da soldati, poliziotti, guardie di villaggio. Tantissimi i feriti, da Diyarbakir a Batman.

    Nel pomeriggio di ieri l’agenzia curda Anf ha riportato la notizia di un ulteriore divieto, stavolta per i legali degli arrestati: per «evitare il rischio di distruzione delle prove», ha fatto sapere la procura, non sarà possibile per gli avvocati vedere i loro assistiti per almeno 24 ore.

    La guerra aperta all’Hdp prosegue spedita: con i due ex-co-leader, Demirtas e Yuksekdag in prigione dal novembre 2014, continua a salire il numero di membri del partito dietro le sbarre. E di sindaci rimossi.

    Bilgen è l’ultimo di una lunga serie: considerando anche gli arresti perpetrati nel maggio scorso, 47 dei 65 comuni vinti alle elezioni del 2019 dall’Hdp sono stati commissariati dal ministero degli Interni; 95 su 102 i sindaci rimossi dai municipi vinti nel 2014. Piccoli golpe locali, così li ha definiti il partito, che mirano a modificare la geografia politica del sud-est ribelle

    * Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto

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  • Germania. Scandalo per i neonazisti nelle forze armate

    26/9/2020 • Internazionale • 114 Viste

    BERLINO. La “testa” eccellente a rotolare è quella di Christof Gramm, da gennaio 2015 presidente del Mad: il servizio di controspionaggio militare della Repubblica federale. Quarantotto ore fa la ministra della difesa Annegret Kramp-Karrenbauer ha deciso di sollevarlo improvvisamente dall’incarico «con il suo consenso».

    Ufficialmente, la lotta contro il neonazismo incistato nelle forze armate richiede «ulteriori sforzi e dinamiche» come tiene a precisare l’ex delfina di Angela Merkel.

    Di fatto, invece, la clamorosa decapitazione dell’intelligence verde oliva si deve agli scarsi risultati nella caccia agli estremisti di destra mimetizzati sotto le mostrine di esercito, aeronautica e marina. Mele marce? Mica tanto: attualmente sono oltre 700 i neonazisti “infiltrati” nella Bundeswehr secondo il più recente rapporto del Mad al Parlamento.

    Così, rivela lo Spiegel, la ministra Cdu giovedì ha raggiunto il quartiere generale del Mad a Colonia con la propria automobile per «una lunga conversazione» con Gramm, prima di assumere l’irrevocabile decisione di sostituirlo entro trenta giorni. Per il capo del servizio significa pensione anticipata e fine della lunga carriera all’ombra delle forze armate.
    «Il mio obiettivo è che il Mad diventi la punta di diamante nella lotta contro l’estremismo nella Bundeswehr» ha riassunto ieri Kramp-Karrenbauer agli elicotteristi della base militare di Fassberg, in Bassa Sassonia. Provando a convincere non solo i soldati che la situazione non è affatto fuori sotto controllo.

    Peccato che l’ultimo caso risalga ad appena dieci giorni fa, con la sospensione dal servizio di un sottufficiale delle forze speciali sospettato di simpatie nazi. Fa il paio con altri due ufficiali immortalati mentre si esibiscono nel “saluto a Hitler” durante una festa, e collima con altri venti casi analoghi registrati nei reparti di élite dell’esercito.

    Un vero e proprio virus che il presidente del Mad non è riuscito a debellare nonostante i 1.255 dipendenti e il budget annuale di oltre 113 milioni di euro. Un’epidemia partita da lontano e sviluppata nelle più disparate forme di contagio: dalle minacce a Merkel di un carrista della Panzerdivision («bisogna metterla al muro») al razzismo tra le reclute in libera uscita («sparare ai negri») fino agli avieri dell’aeroporto di Neuburg pronti a commemorare il maggiore Werner Mölders che nel 1936 con la “Legione Condor” massacrò i civili spagnoli.

    * Fonte: Sebastiano Canetta, il manifesto

     

    ph by Pudelek (Marcin Szala) / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)

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  • Parigi, torna la paura davanti per accoltellamenti dov’era Charlie Hebdo

    26/9/2020 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 107 Viste

    PARIGI. Un atto fortemente simbolico, anche se l’inchiesta non ha ancora stabilito fino a che punto fosse volontario: un giovane di 18 anni ha ferito ieri gravemente due persone, con un coltello da macellaio, nell’11° arrondissement ai piedi del condominio di rue Nicolas-Appert, dove c’era la sede di Charlie Hebdo, fino al giorno dell’attentato del 7 gennaio 2015, che ha decimato la redazione. Per il ministro dell’interno Darmanin si tratta di «un atto di terrorismo islamista».

    PIÙ O MENO alla stessa ora dell’attentato di cinque anni fa, alle 11.45, sono stati feriti un uomo e una donna, dipendenti di una società di produzione televisiva, Premières Lignes, che lavora al programma Cash Investigations di France2, vicino al mural che rappresenta dal 2018 i volti dei morti del settimanale satirico.

    L’ATTACCO ha avuto luogo mentre al palazzo di giustizia di Parigi si sta svolgendo il processo degli attentati del 7-9 gennaio 2015 contro Charlie Hebdo e il supermercato kosher a Porte de Vincennes. Un ragazzo di 18 anni, di origine pachistana, già noto alla polizia per porto d’armi illegale ma non schedato “S” (sospetto di derive terroriste), è stato fermato poco dopo alla Bastiglia, sui gradini dell’Opéra, con i vestiti macchiati di sangue. Un altro sospetto, un uomo di 33 anni di origine algerina, è stato arrestato poco dopo, verso le 13.30, alla stazione della metropolitana Richard Lenoir.

    Ieri sera, era in corso una perquisizione al domicilio presunto del giovane, nel Val d’Oise, alla periferia di Parigi. Il quartiere dove ha avuto luogo l’attacco è stato bloccato. In 250 scuole, in un perimetro ampio (11°, 4° e 3° arrondissement) gli allievi dai nidi ai licei, sono rimasti confinati fino a metà pomeriggio.

    La Procura anti-terrorismo è stata incaricata dell’indagine. Il primo ministro, Jean Castex, e il ministro degli Interni, Gérald Darmanin, si sono subito recati sul posto. Il quartiere ha rivissuto i momenti terribili, prima dell’attacco a Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015, poi del massacro del Bataclan, il 13 novembre dello stesso anno.

    Molte minacce sono arrivate ai giornalisti di Charlie Hebdo da quando è iniziato il processo, il 2 settembre scorso. L’avvocato del settimanale, Richard Malka, ha denunciato a più riprese questa situazione. La scorsa settimana, la direttrice delle risorse umane di Charlie Hebdo, è stata costretta in tutta fretta ad abbandonare il proprio domicilio, dopo aver ricevuto minacce specifiche. Un appello, «Insieme, difendiamo la libertà», è stato firmato da un centinaio di redazioni di quotidiani e periodici, di diverse tendenze, per difendere la libertà di espressione e i rischi a cui continua a essere sottoposta: «La violenza delle parole poco per volta si è trasformata in violenza fisica».

    IN OCCASIONE del processo per gli attacchi terroristici del 7-9 gennaio 2015, Charlie Hebdo ha ripubblicato le caricature di 5 anni fa. Il processo, che aveva ripreso ieri mattina, dopo una piccola sospensione dovuta a sospetti di Covid per uno degli accusati, è stato interrotto solo per 5 minuti. Poi ha ripreso, con le deposizioni delle due compagne dei fratelli Kouachi, i responsabili del massacro di Charlie Hebdo, dove 10 persone sono state uccise nella redazione e altre due, un tecnico e un agente di polizia, assassinate prima e dopo l’attacco nella sede del settimanale.

    DAL MONDO POLITICO, non solo condanne, ma anche attacchi al governo. Destra ed estrema destra unite nell’accusa di «lassismo» a Macron, che tra una settimana, il 2 ottobre deve pronunciare un importante discorso sulla lotta ai “separatismi”. In primavera sono previste le elezioni regionali. Marine Le Pen ha subito stabilito un legame tra terrorismo e immigrazione.

    La destra dei républicains non è da meno, accusando governo e presidente di perdere tempo invece di organizzare la “lotta all’islamismo”.

    I socialisti, che erano al potere nel 2015, hanno soprattutto sottolineato il ritorno di un incubo. Per l’ex presidente, François Hollande, «una volta ancora la libertà è bersaglio della barbarie». Manuel Valls, che nel 2015 era primo ministro, ha sottolineato «l’incubo» di «rivivere» quei momenti. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel (che era primo ministro in Belgio ai tempi dell’ondata degli attentati nel suo paese), ha inviato un messaggio di «piena solidarietà» ai francesi: «Il terrorismo non ha posto sul territorio europeo». Solidarietà alla Francia anche da Giuseppe Conte.

    * Fonte: Anna Maria Merlo, il manifesto

     

    ph by Jwh at Wikipedia Luxembourg / CC BY-SA 3.0 LU (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/lu/deed.en)

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  • Migranti. Il governo Conte fa guerra alle Ong e blocca anche Mediterranea

    26/9/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 115 Viste

    «La verità è che c’è una persecuzione amministrativa contro alcune organizzazioni che operano in mare con grande dignità», afferma il comandante Gregorio de Falco, senatore del gruppo misto. Intanto le partenze non si fermano: 13 dispersi e 3 morti in un naufragio; 135 persone catturate dai libici

    Il governo italiano sta provando a bloccare anche Mediterranea. Mentre i preparativi per la partenza del rimorchiatore Mare Jonio volgevano al termine, la capitaneria di porto di Pozzallo ha negato l’autorizzazione all’imbarco di due «tecnici»: Fabrizio Gatti e Iason Apostolopoulos. Il primo è un medico e il secondo un esperto in diritti umani in attività di monitoraggio. Nel documento firmato dal comandante della guardia costiera Donato Zito si legge: «trattasi di due profili che non hanno alcuna attinenza con la tipologia di servizio svolto dal rimorchiatore».

    Tecnicamente la questione affonda in una disputa tra il registro italiano navale (Rina) e la guardia costiera: il primo ha certificato che la nave può svolgere attività Sar (di ricerca e soccorso); la seconda ha contestato tale decisione. Su questa base la guardia costiera ha ripetutamente diffidato Mediterranea dallo svolgimento di attività «preordinate e continuative» identificabili come Sar. Dalle diffide è poi passata al divieto di imbarco delle due figure professionali. Il provvedimento, però, è giudicato estremamente debole da esperti e avvocati, che presenteranno ricorso.

    «MANCA QUALUNQUE riferimento normativo – afferma il comandante Gregorio de Falco, senatore del gruppo misto – Affinché un tecnico possa salire su una nave sono richieste solo due cose: contratto con l’armatore e assicurazione. La natura dell’imbarcazione non c’entra nulla. La verità è un’altra: c’è una persecuzione amministrativa contro alcune organizzazioni che operano in mare con grande dignità». La questione, insomma, è tutta politica.

    «Il nostro non è un caso eccezionale: il governo ha bloccato sistematicamente tutte le presenze in mare», afferma Alessandro Metz, armatore di Mediterranea. Al momento non ci sono navi umanitarie: Sea-Watch 3, Sea-Watch 4 e Ocean Viking sono sottoposte a fermo amministrativo; Alan Kurdi è a Olbia in attesa di istruzioni; Open Arms è in quarantena, una misura imposta solo alle imbarcazioni delle Ong (la Asso Ventinove dell’Eni ha salvato 95 migranti, li ha sbarcati a Trapani il 16 settembre ed è ripartita subito dopo verso la Libia). «Nei nostri confronti non hanno trovato cavilli a cui appigliarsi e quindi dicono: potete partire, ma senza le figure necessarie ai soccorsi», continua Metz.

    IL CASO HA FATTO ESPLODERE nuovi malumori nella maggioranza. Il parlamentare Pd Matteo Orfini parla di «ennesimo atto di boicottaggio a chi salva vite». «Ho dato la fiducia a questo governo per una discontinuità che non si vede. Con altri colleghi facciamo sempre più fatica», dice de Falco. Dure le accuse degli esponenti di Liberi e Uguali, che si trovano nella difficile posizione di sostenere il governo ma essere anche attivi dentro Mediterranea come garanti.

    «Aver impedito l’imbarco dei soccorritori per fare in modo che non possa riprendere le missioni di salvataggio è un’autentica carognata», ha twittato il portavoce nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni. Per l’onorevole Rossella Muroni: «mentre a Roma facciamo annunci (sulle modifiche ai decreti sicurezza, ndr) a Pozzallo la capitaneria di porto di fatto impedisce alla Mare Jonio di salpare. Contraddizioni e ipocrisie che non possiamo più permetterci».

    LA DISCUSSIONE sulle possibili modifiche alle leggi Salvini e la prosecuzione della guerra alle Ong viaggiano paradossalmente su binari paralleli. Il governo Pd-5S ha neutralizzato la presenza umanitaria nel Mediterraneo attraverso misure di carattere amministrativo che nulla hanno a che vedere con i contestati decreti sicurezza. Potrebbe cancellarli completamente e continuare comunque a bloccare tutta la flotta civile. L’esecutivo, infatti, non ha mai messo in discussione i discorsi e le prassi che criminalizzano la solidarietà, una vicenda che ha ormai radici profonde.

    LA STORIA DI APOSTOLOPOULOS ne riflette bene l’evoluzione. L’ingegnere greco ha lasciato tutto nell’ottobre 2015 per andare su una spiaggia di Lesbo e aiutare, insieme ad altri militanti del movimento greco, i profughi che arrivavano dalla Turchia. Da allora ha partecipato, a bordo di navi appartenenti a diverse Ong, a centinaia di operazioni di soccorso che hanno coinvolto migliaia di persone. All’inizio erano coordinate dalla guardia costiera italiana.

    Nel 2017 il coordinamento è diventato silenzio. Con il codice Minniti e i porti chiusi di Salvini il silenzio si è trasformato in contrasto. A maggio 2017 i libici hanno sparato sulla nave da cui tentava di salvare dei naufraghi, l’Aquarius. Ora il governo italiano gli dice che non può tornare in mare.

    NONOSTANTE NON CI SIANO ONG le partenze dalla Libia continuano. Mentre sul Mediterraneo centrale è in arrivo una bufera, ieri l’Oim ha comunicato un naufragio avvenuto vicino Tripoli: tre morti; 13 dispersi; 22 persone salvate dai pescatori. Seabird, l’ultimo aereo che documenta ciò che accade in mare, ha assistito nel pomeriggio alla cattura di 135 persone. Sul gommone c’erano due morti. La cosiddetta «guardia costiera libica» riporterà i sopravvissuti nei centri di prigionia.

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  • Ritorno a scuola con scioperi e cortei: «Ora la svolta»

    25/9/2020 • Istruzione & Saperi • 179 Viste

    Nell’anno del Covid quello a scuola è stato il più lungo e accidentato rientro della storia. Ieri sono ritornati in classe dopo sei mesi circa due milioni di studenti in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e hanno ripreso le attività anche i 5,6 milioni che avevano iniziato il 14 settembre e le hanno interrotte in presenza a causa delle elezioni e del referendum convocate domenica e lunedì dopo le necessarie operazioni di «sanificazione». La riapertura è iniziata il 7 settembre in Alto Adige e si prolungherà a Napoli fino al 28 settembre e in altre città fino al 29 e addirittura il primo ottobre.

    OLTRE OTTO MILIONI di studenti e un milione tra docenti e personale Ata hanno fatto ripartire la didattica in presenza mescolata con quella online,lezioni a giorni alterni in classe e da casa, orari frazionati e uscite anticipate. Mentre il governo ha passato mesi a evocare il rinnovo delle suppellettili a cominciare dai banchi con o senza rotelle continuano ad esserci problemi di spazi. A lezione si sta con le mascherine o con le finestre aperte anche d’inverno, si firma per andare in bagno e vige il divieto di scambi di matite e quaderni: è la disciplina del «distanziamento sociale». Nel frattempo la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha rinviato l’abolizione delle «classi pollaio» al Recovery Fund. Sindacati e movimenti hanno formalizzato la richiesta: il 20% dei 209 miliardi previsti, dunque 41 miliardi, vadano a tutto il ciclo dell’istruzione e poi il fondo diventi strutturale dopo che dal 2008 si sono fatti almeno 8 miliardi di tagli all’anno solo alla scuola.

    SUL PRECARIATO e i supplenti la situazione più grave è a Milano e in Lombardia. Il caos riguarda le cattedre ancora vuote e le irregolarità dei punteggi nelle graduatorie online. «Sono state pubblicate con ampio ritardo, il 7 settembre, graduatorie piene di errori – spiega il Coordinamento nazionale precari scuola – Molti docenti con pluriennale servizio si sono visti scavalcare in graduatoria da assegnisti universitari senza alcun giorno di servizio o da colleghi inseriti in prima fascia senza abilitazione». L’Unione sindacale di base (Usb), Unicobas Scuola e Università, Cobas Scuola Sardegna e Cub scuola hanno scioperato ieri contro gli «investimenti scorretti e inadeguati, interventi sull’edilizia scolastica praticamente nulli, complicazioni derivanti dalle innovazioni al sistema di reclutamento dei supplenti» spiega Usb. In un presidio a piazza Montecitorio a Roma è stata citata anche la situazione in cui si andrà a trovare il cosiddetto «personale Covid», docenti e personale Ata pari a 70 mila persone, licenziabili senza indennità in caso di lockdown. Crisi profonda sul sostegno dove circa 158 mila alunni con disabilità, su 285 mila previsti attenderanno la nomina del supplente restando a casa o in classe ma affidati agli altri docenti.

    OGGI saranno gli studenti a manifestare in tutta Italia, a cominciare da Milano (largo Cairoli dalle 9,30) e piazza Montecitorio a Roma. «Non c’è stato alcun rientro a scuola in sicurezza. La pandemia – spiega la Rete degli studenti medi romani – ha reso evidenti le contraddizioni che gli studenti vivono quotidianamente». «L’unica cosa che emerge è che le nostre scuole sono in ginocchio a causa di un piano di riapertura inadeguato» sostiene l’Unione degli studenti (Uds).

    DOMANI a Piazza del popolo a Roma dalle 15 ci sarà il movimento dei genitori e docenti «Priorità alla scuola» che ha indetto una manifestazione per una svolta sull’istruzione e la ricerca alla quale hanno aderito Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda e Cobas e l’Uds. «L’azione di governo – sostengono i sindacati – è stata contrassegnata da incertezze e ritardi anche nella finalizzazione delle risorse stanziate». «Appoggiamo gli scioperi e le manifestazioni perché fanno parte della vita della scuola – sostiene Priorità alla scuola – Noi non siamo un sindacato e non indiciamo scioperi. La manifestazione di domani è uno “sciopero sociale”, formula che non ha implicazioni tecniche né giuridiche, ma che vuole evidenziare che la scuola è una questione aperta di tutta la società. Senza scuola non ci sono diritti».

    Non c’è stato alcun rientro a scuola in sicurezza. Il piano di riapertura è stato inadeguato

    * Fonte: Roberto Ciccarelli, il manifesto

     

    foto: cantiere.org

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  • Stati uniti, cresce la rivolta in nome di Breonna Taylor

    25/9/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 103 Viste

    È finita a botte, il gran giurì sull’omicidio di Breonna Taylor – due poliziotti assolti per la sua morte in un’irruzione antidroga, uno accusato per i colpi finiti nella casa accanto. Botte distribuite dopo cortei sempre più arrabbiati a Louisville, Kentucky. E a Washington, New York, Chicago, Oakland, Seattle, Los Angeles, Las Vegas, Atlanta, Philadelphia, Nashville… Vibrano per simpatia, le città americane, con poco orgoglio e molta rabbia.

    A LOUISVILLE IL COPRIFUOCO dalle 21 all’alba è servito solo a moltiplicare gli arresti, circa 130 al termine della notte, con due agenti feriti a colpi di pistola mentre inseguivano manifestanti in fuga. «Say her name», dite il suo nome, hanno cantato per tutto il giorno migliaia di persone superando le barricate fatte ereggere dal sindaco democratico Fischer, prima che con il buio divampassero gli scontri e 500 soldati della Guardia nazionale venissero liberati per le strade. Guardia nazionale sguinzagliata anche a Chicago (qualcuno li odiava, i nazisti dell’Illinois). Molotov e arresti a Portland, sgomberi violenti a San Diego.

    Donald Trump celebra: «Decisione brillante», il procuratore di Louisville «è una stella nascente» del Partito repubblicano, se serve l’esercito «basta chiedere». Il ticket democratico Joe Biden-Kamala Harris non riesce a schiodarsi da una moderazione imbarazzante, «è stata una tragedia» e «la violenza non è una risposta» le sole banalità che propone. Non riesce e non vuole, spaventata di spaventare tutti quei bei voti moderati se solo ammettesse il legame che esiste tra disordine e ingiustizia. Un legame che ormai marcia in ogni città d’America.

    LA RABBIA INFIAMMA I SOCIAL media. La rabbia cieca di Colin Kaepernick, il quarterback di San Francisco che per primo mise un ginocchio a terra per i neri ammazzati (e da allora non trova una squadra): «L’istituzione suprematista bianca poliziesca va abolita». Quella di LeBron James: «Volevamo giustizia per Breonna, abbiamo avuto giustizia per i muri di casa dei vicini». Justin Bieber: «Vergognati, Kentucky». George Clooney, che in Kentucky è nato: «Breonna è stata uccisa da tre agenti bianchi».

    Agenti che torneranno utili molto presto. Ieri Donald Trump ha clamorosamente evitato di impegnarsi per una transizione pacifica dopo le elezioni, vinca chi vinca.

    IL PRESIDENTE USCENTE già diffonde l’idea dei brogli, dovesse impugnare il risultato di qualche grosso stato gli servirà ogni poliziotto d’America per non far esplodere il paese. Come gli servirà ogni giudice e soprattutto la Corte suprema. Fischiato ieri mentre rendeva omaggio alla salma di Ruth Ginsburg, domani Trump dovrebbe nominare la sostituta. Saranno suoi 6 giudici su 9, mai successo. Non è giustizia, è politica.

    Ed è stata tutta politica la scelta del gran giurì. Il procuratore capo che ha selezionato le prove per il giurì è un nero conservatore, David Cameron, eletto solo dieci mesi fa e pupillo del leader repubblicano al senato Mitch McConnell (l’uomo che ha spianato la strada a Trump per il prossimo giudice supremo), oratore all’ultima convention repubblicana. Sua facoltà era scegliere quali elementi fornire al giurì e quale reato ipotizzare. Su entrambe le questioni ha rifiutato ogni domanda, in una conferenza stampa di oltre un’ora iniziata con «gli agenti erano autorizzati a sparare».

    DOPO OLTRE 100 GIORNI anche le prove sono materiale controverso, due o tre ritocchi e un omicidio diventa una tragedia senza colpevoli. Un misterioso testimone di cui si è appresa l’esistenza solo ora ha detto di aver sentito la polizia qualificarsi prima di sfondare la porta di Breonna Taylor. Fino a ieri i vicini l’avevano negato, come pure il fidanzato di Breonna. L’uomo, Kenneth Walker, che terrorizzato per l’irruzione sparò un colpo e ne ricevette indietro 32, non ha mai avuto precedenti e aveva il porto d’armi. L’ex fidanzato ricercato per spaccio, Jamarcus Glover, era stato già catturato: lo avevano trovato a mezzanotte a un altro dei cinque indirizzi di cui era stata autorizzata l’irruzione no knock, senza annunciarsi. Ma sul verbale qualcuno ha (malamente) grattato 12,00 facendolo diventare 12,40 (alle 12,45 l’irruzione da Breonna, alle 12,50 Breonna era morta). Infine, due diverse perizie – la scientifica di Louisville e Fbi – hanno studiato il proiettile che ha ucciso Breonna: per la scientifica non si può capire chi l’ha sparato, per il Fbi è stato l’agente Cosgrove.

    Molto opportuno, visto che quello che ha sparato alla cieca, è stato licenziato ed è l’unico incriminato (per «negligenza») è il collega Hankison.

    * Fonte: Roberto Zanini, il manifesto

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  • Addio a Rossanda, il ricordo di Étienne Balibar: sempre controcorrente

    25/9/2020 • Addii & Anniversari • 115 Viste

    È stato tramite Louis Althusser, di cui fu amica fedele nel periodo più difficile e interlocutrice senza concessioni negli anni di crisi del comunismo occidentale, che ho incontrato Rossana Rossanda, poco dopo il «convegno di Venezia» su «Potere e opposizione nelle società post-rivoluzionarie» del 1978.

    Presto la nostra relazione divenne più personale, coinvolgendo altri compagni e amici, alcuni dei quali sono ancora in vita e non hanno rinunciato alle speranze che convividevamo : « trasformare il mondo» e «cambiare la vita». Ho rispettato in lei una persona più anziana, un’ispiratrice, una guida ad un tempo esperta e benevola.

    Ho imparato da lei a tenere assieme, nei limiti del possibile, il rigore di una posizione di partito e l’apertura alle novità della storia, a tutte le sorprese buone e cattive del mondo contemporaneo.

    Con lei e alcuni altri, ho cercato «controcorrente» di immaginare un’Europa dei lavoratori emancipati dallo sfruttamento, donne e uomini in cerca di autonomia e eguaglianza, della solidarietà tra i cittadini di una nazione e gli stranieri che la abitano, un’Europa che resiste a tutti i populismi, in breve un’Europa comunista.

    Non siamo sempre stati d’accordo al 100% – e per fortuna ! – ma credo che abbiamo coltivato il rispetto, l’ascolto reciproco, la fiducia intellettuale, cose così rare nelle lande della politica, a cui continuerò ad ispirarmi con lei e in sua memoria.

    * Fonte: Étienne Balibar, il manifesto

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  • Hong Kong. L’attivista Joshua Wong fuori su cauzione: «Vogliono svuotare la piazza»

    25/9/2020 • Diritti umani & Discriminazioni • 118 Viste

    Arrestato e subito dopo rilasciato. Potrebbe suonare come un epilogo glorioso quello di Joshua Wong, il noto attivista democratico di Hong Kong che ieri è stato trattenuto dalle autorità per poche ore.

    SI TROVAVA NEL DISTRETTO di polizia del quartiere Central per i controlli programmati nell’ambito del regime di libertà vigilata in cui si trova. È stato accusato di aver partecipato a una manifestazione non autorizzata lo scorso 5 ottobre e di aver violato la legge che vieta l’uso di maschere, indossate spesso dai manifestanti nelle proteste per proteggere la loro identità dagli agenti di polizia.

    Wong, dopo esser stato rilasciato su cauzione, ha detto ai giornalisti che i tempi e le modalità dell’arresto fanno pensare a un’azione politica. L’intenzione delle autorità, secondo il 23enne, sarebbe quella di spingere gli hongkonghesi a non partecipare alla protesta del prossimo 1° ottobre, nel giorno della festa nazionale della Repubblica popolare cinese.

    NON A CASO LA SUA SENTENZA è stata fissata proprio il giorno prima, il 30 settembre. Davanti ai magistrati, Wong dovrà rispondere dei suoi reati, rischiando fino a cinque anni di carcere per manifestazione non autorizzata e un anno per aver indossato una maschera durante la protesta del 5 ottobre: la manifestazione si era tenuta all’indomani dell’entrata in vigore della norma di epoca coloniale, introdotta per limitare la partecipazione dei manifestanti alle proteste.

    DA QUANDO È IN VIGORE la legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, Wong sa che potrebbe essere fermato in qualsiasi momento e processato in un tribunale in Cina, a causa anche dei suoi forti legami con i governi stranieri. Le accuse confermano la pressione giudiziaria a cui è sottoposto ormai da anni.

    La sua partecipazione alle elezioni del Consiglio legislativo, come quella di altri 11 attivisti, è stata annullata lo scorso luglio – prima ancora che il voto fosse rinviato ufficialmente per il Covid-19 – perché i candidati non si sono mostrati leali alla costituzione e al governo di Hong Kong.

    Le autorità della città hanno deciso di punire anche chi ha voluto ricordare i tragici fatti di Piazza Tiananmen del 1989, definito dal Partito cinese un «incidente». Con la scusa del Covid, il governo dell’ex colonia britannica aveva vietato la commemorazione che si tiene a Victoria Park ogni 4 giugno: nonostante il divieto, migliaia di hongkonghesi hanno acceso una candela per chiedere giustizia. C’era anche Wong quella sera e la sua partecipazione gli è costato l’ennesimo arresto ad agosto e poi il rilascio su cauzione.

    WONG IERI HA ANCHE lanciato un appello alla comunità internazionale per accendere i riflettori su attivisti meno noti di lui. Il prossimo 30 settembre compariranno davanti ai magistrati anche i 12 hongkonghesi arrestati dalla Guardia costiera cinese mentre cercavano di raggiungere Taiwan in barca. Le autorità cinesi hanno assegnato ai 12 fuggitivi, che Pechino definisce «separatisti», dei legali d’ufficio e nulla esclude che saranno giudicati in un tribunale cinese. Stavano scappando da Hong Kong per cercare la democrazia altrove, ma la Cina ha interrotto il loro viaggio verso la libertà

    * Fonte: Serena Console, il manifesto

     

    ph by Seader / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

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  • Stati Uniti, poliziotti impuniti: «Giustificati a sparare» su Breonna Taylor

    24/9/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 194 Viste

    Altissima tensione nelle strade, c’è anche la «black militia»

    Due agenti «erano giustificati a sparare», il terzo sarà incriminato per «condotta pericolosa» e rilasciato con una ragionevole cauzione, qualche testimone dice che i poliziotti avrebbero persino avvisato prima di buttare giù la porta. La morte di Breonna Taylor è tutta qui. E centinaia di manifestanti riuniti a Louisville, Kentucky in attesa del Gran giurì hanno cominciato a urlare, incolonnarsi, dirigersi downtown, verso il centro di una città da ore in stato d’assedio. Ancor prima che calasse la sera si registravano i primi contatt con le forze di sicurezza e i primi arresti.

    Lo stato di emergenza deciso da un terrorizzato sindaco democratico, Greg Fischer, è scattato preventivamente a mezzanotte. Barricate lungo le arterie principali, i 25 isolati del centro chiusi al traffico tranne poche aperture pedonali, polizia precettata in turni di 12 ore, uffici pubblici e tribunali chiusi fino a nuovo ordine, quelli principali sbarrati da assi inchiodate – come molti negozi del centro. La Guardia nazionale mobilitata, fortunatamente nelle caserme. Coprifuoco dalle 9 di sera.

    Louisville non aspettava un uragano. Aspettava la decisione sul caso di Breonna Taylor. Aspettava di sapere se quei tre poliziotti bianchi dell’antidroga che avevano fatto irruzione nella casa di un’infermiera nera di 26 anni (in borghese, in piena notte e fino a ieri anche senza traccia di avvertimenti preventivi) avevano motivo di ucciderla sparandole addosso otto volte.

    Breonna Taylor è diventata una causa celebre. Lewis Hamilton è sceso dalla sua Mercedes al Mugello con una maglietta per lei («arrestate quei poliziotti», e la Fia gli ha anche graziato la multa), la rivelazione del tennis mondiale Naomi Osaka ha vinto agli Us Open con il suo nome scritto sulla mascherina, celebrità e normal people si sono mobilitati e hanno continuato anche quando il tribunale della contea di Jefferson ha condannato la polizia a pagare alla famiglia 12 milioni di dollari di danni. Stabilita una colpa, mancavano i colpevoli.

    Nell’attesa l’agente Brett Hankison, il solo incriminato, che ha sparato 10 colpi alla cieca finiti anche nell’appartamento vicino, è stato licenziato, l’agente Miles Cosgrove che ha sparato 16 colpi tra cui il solo colpo fatale è stato messo dietro una scrivania, il sergente Jonathan Mattingly, che ha sparato 6 volte, ha scritto una email a tutti i colleghi in blu: «Quella notte abbiamo fatto la cosa legale, morale e etica, i buoni vengono criminalizzati».

    Tutta colpa dei fidanzati di Breonna: quello di prima era il ricercato, quello di adesso, terrorizzato dall’irruzione notturna, aveva sparato per primo.

    Dopo cento giorni di manifestazioni e 118 giorni di ininterrotta occupazione del centrale Jefferson Square Park, Louisville non è più da un pezzo la città dove nacque Cassius Clay, o quella del letale pollo fritto del Colonnello, o delle venerande mazze da baseball Louisville Slugger che l’interbase dei Cardinals Honus Wagner pubblicizzò per la prima volta al mondo, inventando nel 1905 il concetto di sponsor. La più grande città del Kentucky, che porta il nome di un re che perse la testa sulla ghigliottina, è ormai una capitale delle proteste nere d’America, e gli oltre 700mila louisvillers devono districarsi tra l’indecenza di un omicidio di polizia, le proteste che ha scatenato e – se non bastasse –  i gruppi armati che si sono mobilitati.

    Non più solo bianchi, i portatori di schioppo nelle strade, e questa è una relativa novità. Proprio a Louisville si sta facendo un nome la Nfac, Not Fucking Around Coalition, si potrebbe tradurre «Quelli che fanno sul serio», un gruppo paramilitare che si definisce black militia («non dimostranti, non manifestanti»). Sono nati in Ohio andando a disturbare una marcia del Ku Klux Klan e sono arrivati a Louisville quando il movimento nero ha deciso di manifestare contro il Kentucky Derby, la celeberrima corsa di purosangue che normalmente è il paradiso dell’alta società bianca, dei cappellini e del mint julep, discutibile beverone a base di bourbon, soda, zucchero e menta.

    Quest’anno no, dopo 150 anni i proprietari hanno dovuto superare un cordone di manifestanti e di megafoni, e questo era scontato, e gruppi di neri in abiti militari neri e dotati di fucili automatici – vietatissimi persino nel paese più armato del mondo, ma cambiare l’otturatore singolo con uno a raffica è quasi uno scherzo e tra un po’ i kit li venderanno da Walmart.  Quel giorno Grandmaster Jay, il leader e unico portavoce del Nfac, ha chiarito: «Non punteremo mai un’arma su nessuno… per primi». È gente a cui la pervicace nonviolenza unilaterale di Black Lives Matters va sempre più stretta, e lo squilibrio tra destre militarmente libere e politicamente coperte e sinistre ingessate o timide appare sempre più odioso. E ce n’è già tanta dalla parte opposta, all’estrema destra: Bogaloo Bois, Oath Keepers, 3 Percenters… le sigle si stanno moltiplicando.

    Una gioia per il presidente Trump e gli armatissimi seguaci, che battono su legge & ordine mentre il Klan e i suprematisti bianchi imbracciano qualsiasi cosa e i media trumpisti parlano indecentemente di opposti estremismi

    * Fonte: Roberto Zanini, il manifesto

     

    ph by Fibonacci Blue from Minnesota, USA / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)

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  • Migranti. L’inferno libico va oltre i campi, la denuncia di Amnesty

    24/9/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati, Studi, Rapporti & Statistiche • 120 Viste

    Mentre il vice-presidente della commissione europea Margaritis Schinas e la commissaria per gli affari interni Ylva Johansson presentano a Bruxelles il patto Ue sui migranti voluto dalla presidente Ursula von der Leyen nella stanza si agita un elefante. Il suo nome è Libia. Ciò che accade nel paese nordafricano lo sanno tutti. È così noto che ha quasi smesso di fare notizia. Un nuovo tentativo di squarciare il velo di ipocrisia dei governi europei, che negli ultimi 20 anni hanno scommesso proprio su Tripoli per contrastare i flussi, viene da Amnesty International che pubblica oggi il rapporto «Tra vita e morte. Rifugiati e migranti intrappolati nel ciclo di abusi libico».

    Dentro risuonano le testimonianze di 43 persone, intervistate a distanza tra maggio e settembre 2020, che hanno subito o assistito ad arresti arbitrari, stupri, torture, sparizioni, lavoro forzato, detenzioni indefinite. «Mi picchiano, mi danno scosse elettriche. Soprattutto di notte e all’alba, quando i membri delle organizzazioni internazionali non ci sono», racconta Emmanuel. Nel suo paese era un avvocato, in Libia è stato detenuto per tre mesi in una struttura governativa.

    L’inferno, spiega Amnesty, non è solo dentro i centri: minacce, furti, rapimenti, violenze, sfruttamento sono all’ordine del giorno anche per i migranti a piede libero. «Le milizie ci derubano per strada. Ci picchiano con le armi o minacciano con i coltelli. Le donne impiegate come governanti spesso lasciano il lavoro dopo pochi giorni per le molestie o gli stupri», racconta Zahra. Quando i rappresentanti delle istituzioni europee parlano di «solidarietà» e «responsabilità», più che ai rimpatri, è alla Libia che dovrebbero pensare

    * Fonte: Giansandro Merli, il manifesto

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  • Regolamento di Dublino. Migranti, in Europa passa la linea Visegrad

    24/9/2020 • Europa, Immigrati & Rifugiati • 144 Viste

    Le prime parole sono l’ammissione di una sconfitta: «Gli Stati Ue non accetteranno mai i ricollocamenti obbligatori» avverte il greco Margaritis Schinas, vicepresidente della Commissione Ue. Un’affermazione che smorza subito e definitivamente le aspettative di quanti ancora speravano che il nuovo Patto su migrazioni e asilo avrebbe messo fine al Regolamento di Dublino. In realtà le nuove regole presentate ieri da Ursula von der Leyen con Schinas e la commissaria Ue agli Affari interni Ylva Johannson non sono niente di più di quello che la stessa presidente della Commissione aveva anticipato la scorsa settimana: un compromesso, per non dire un cedimento, che va incontro alle richieste di quei Paesi – blocco di Visegrad in testa – che da cinque anni si rifiutano di accogliere richiedenti asilo. Al punto da costringere i vertici della Commissione a un salto mortale parlando di «solidarietà obbligatoria» o «flessibile» per non dire che invece, come previsto, ogni Stato membro sarà lasciato libero di comportarsi come vuole: accogliere i richiedenti asilo oppure impegnarsi economicamente per rimandarli a casa loro.

    Insomma, un’Europa à la carte con un più all’orizzonte un pericoloso restringimento del diritto di asilo, con screening veloci delle domande di protezione internazionale effettuati «in cinque giorni» alle frontiere esterne dell’Ue. «Questo deve essere un messaggio chiaro: siamo pronti ad accogliere chi ha diritto, ma coloro che non lo hanno devono tornare indietro», chiarisce a scanso di equivoci Johannson.

    Anche se la cancelliera Merkel vorrebbe portare a casa la riforma entro la fine dell’anno, quando avrà termine il semestre di presidenza tedesca, quello illustrato ieri rappresenta per ora solo una «base di partenza» come l’ha definito von der Leyen, più che sufficiente però a chiarire con quale spirito l’Europa si prepara a gestire il fenomeno migratorio nei prossimi anni. Con una premessa: nel piano non si parla di migranti economici – la stragrande maggioranza di quanti arrivano in Italia – se non per dire che vanno rimpatriati. Anche per questo resta il principio del Paese di primo approdo che i Paesi del Mediterraneo avrebbero voluto abolire.

    BLOCCATI ALLA FRONTIERA L’idea è che chi non ha diritto all’asilo non deve neanche entrare in Europa. Per questo sono previsti screening delle domande di asilo da effettuare al momento dell’arrivo, anche per chi sbarca dalla nave di una ong: «Durerà al massimo cinque giorni e comprenderà controlli di sicurezza, anche sanitari» ha spiegato Johannson. Tutte le persone verranno identificate, saranno rilevate le impronte digitali e i dati inseriti nella banca dati Eurodac. Trascorsi i cinque giorni dello screening, sono previste 12 settimane per esaminare la domanda di asilo, compreso l’eventuale ricorso. In caso di esito negativo ci sono altre 12 settimane di tempo. Le richieste di asilo «con basse probabilità di venire accettate – è scritto nel piano – devono essere esaminate rapidamente, senza che sia necessario l’ingresso nel territorio dello Stato membro».

    RICONGIUNGIMENTI FAMILIARI Se chi richiede asilo ha già un parente in Europa, verrà preso in carico dallo Stato in cui risiede il familiare, stessa cosa se in precedenza ha lavorato o studiato in uno Stato diverso da quello nel quale è entrato. Una novità, positiva, riguarda l’allargamento dei parenti che possono essere considerati parte della famiglia, esteso ora anche a fratelli, sorelle e alle famiglie che si sono formate durante il viaggio.

    RICOLLOCAMENTI E RIMPATRI Come si è visto non ci sarà nessun obbligo ad accogliere i richiedenti asilo. Gli Stati che non vorranno farlo potranno scegliere di finanziare i rimpatri di coloro che si sono visti respingere la domanda di asilo («rimpatri sponsorizzati») utilizzando anche gli accordi bilaterali stipulati in precedenza con i Paesi di origine. Esiste anche una terza possibilità, che prevede di «solidarizzare» con il Paese di ingresso fornendo attrezzature e personale.

    I PAESI TERZI Sono previste partnership con i paesi di origine dei migranti che si impegneranno a contrastare «il traffico di migranti» e per i quali sono previste quote di ingressi legali in Europa.

    FRONTEX L’agenzia per il controllo delle frontiere verrà rafforzata anche con mezzi aerei e navali e a partire dal 2021 interverrà a sostegno degli Stati di confine.

    La parola adesso passa la parlamento europeo e al Consiglio dove, anche se ieri il premier italiano Conte ha definito il patto un «passo importante», è sicuro che i Paesi del Sud Europa daranno battaglia. «Dovremo batterci in parlamento perché i ricollocamenti siano obbligatori», ha detto invece l’europarlamentare Pd Pierfrancesco Majorino. Per Oxfam, infine, il piano Ue è un «passo falso nella direzione sbagliata»

    * Fonte: Carlo Lania, il manifesto

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  • Iran/Usa. L’appello di Rohani all’ONU: «Il mondo fermi Trump»

    23/9/2020 • Internazionale • 184 Viste

    Pompeo in Italia tra una settimana per dissuadere il Vaticano e Roma dall’amicizia con Pechino

     

    Il Covid-19 ha sollevato Donald Trump dal rischio di un incontro faccia a faccia, nei corridoi del Palazzo di Vetro, con il presidente iraniano Hassan Rohani. Anche lui ha parlato ieri all’Assemblea generale delle Nazioni unite, in video, molto dopo il presidente Usa e a 24 ore di distanza dall’ennesima pioggia di sanzioni statunitensi, appuntamento ormai consueto tanto più con le presidenziali americane a un tiro di schioppo: ha chiesto al mondo di resistere al bullismo marchio di fabbrica trumpiano.

    Le nuove sanzioni, rese note lunedì dal segretario di Stato Mike Pompeo, colpiscono 27 cittadini ed enti iraniani (tra l’intera Organizzazione per l’Energia atomica iraniana) e chiunque venda armi convenzionali a Teheran, vendite che le Nazioni unite hanno «legalizzato» a partire dal prossimo ottobre.

    Stavolta, però, l’amministrazione Usa si è spinta un po’ più in là, rivolgendosi direttamente all’Onu per chiedere l’imposizione dell’embargo contro la Repubblica islamica e soprattutto all’Unione europea perché segua l’esempio di Washington: non solo rispettare le sanzioni, ma metterle in pratica. Trump finge di non vedere che i paesi europei (firmatari dell’accordo sul nucleare del 2015) quelle sanzioni non le mandano giù e cercano – con estenuante lentezza – di fermarle, per salvare i miliardi di euro in accordi commerciali rimasti a decantare da anni.

    In una nota congiunta Francia, Germania e Regno unito hanno ribadito che un ordine esecutivo interno non può avere effetti legali internazionali. La stessa Onu ha ricordato alla Casa bianca che decisioni simili – l’embargo, le sanzioni – non spettano all’amministrazione Usa. Se ne faccia una ragione.

    Poco importa, Trump balla da solo e i suoi obiettivi li ottiene comunque: la contrarietà di Onu e Ue non gli ha impedito di imporre un nuovo isolamento agli iraniani. E insiste: il 29 e il 30 settembre Pompeo arriva in Europa per convincerla di quanto la pax americana sia conveniente, la pace che prevede la guerra – non necessariamente militare – contro i nemici del trumpismo, che si tratti di Pechino o di Teheran.

    Il segretario di Stato farà visita anche a papa Francesco per «dissuaderlo» dall’amicizia con la Cina, per poi chiedere/imporre al governo italiano, riporta il South China Morning, di non intrattenere rapporti commerciali con Pechino, dal 5G alla Via della Seta

    * Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto

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  • Mediterraneo orientale. Gas, nel fronte anti-Erdogan anche l’Italia

    23/9/2020 • Europa, Internazionale • 166 Viste

    E’ stata la sottosegretaria allo sviluppo economico, Alessandra Todde, a rappresentare in videoconferenza il governo Conte alla cerimonia al Cairo della firma dello statuto dell’East Mediterranean Gas Forum (Emgf) che include Italia, Egitto, Grecia, Cipro, Israele, Giordania e l’Autorità nazionale palestinese. Sostenuto dalla Commissione Europea e dalla Banca mondiale, l’Emgf promuove, sulla carta, la cooperazione fra paesi produttori, acquirenti e di transito, e punta ad attirare investimenti dell’industria del gas e del settore privato. In buona sostanza vuole valorizzare le risorse del gas, in qualche caso ingenti, scoperte in questi ultimi anni nel bacino del Levante. Al gruppo di lavoro dei sette paesi partecipano anche Eni, Saipem e Snam. «In una fase di difficoltà dell’economia globale – ha spiegato Todde – gli investimenti nel settore dell’energia possono contribuire a sospingere la ripresa economica post Covid-19 e a raggiungere gli obiettivi sia del Piano Nazionale Clima ed Energia italiano, sia del Green Deal europeo. Questo Forum può perciò promuovere un modello sostenibile per lo sviluppo della regione Mediterranea». La sottosegretaria Todde ha sorvolato sul fatto che nelle acque del Mediterraneo orientale è in corso uno  scontro, dagli esiti incerti, tra due blocchi contrapposti che si combattono per lo sfruttamento del gas e su altre questioni di eccezionale rilevanza in Medio oriente.

    Il governo Conte pensa di fare gli interessi dei colossi italiani dell’energia, l’Eni in testa. E Todde ha descritto l’Emgf come se fosse una organizzazione umanitaria, incaricata di creare un «clima di fiducia e buone relazioni nel settore energetico». In realtà l’Italia ha aderito consapevolmente a uno dei due schieramenti impegnati nella lotta per il controllo del gas. E il futuro potrebbe riservare sorprese non proprio piacevoli. L’accordo arriva in un momento di tensioni forti tra Atene e Ankara. Grecia e Cipro che hanno forgiato un’alleanza, di fatto militare, con Israele con l’intento di frenare le esplorazioni e le trivellazioni nel Mediterraneo condotte, spesso in modo provocatorio, dalla Turchia. «L’Emgf si occuperà di promuovere la cooperazione e di sviluppare un dialogo politico organizzato sul gas naturale» ha proclamato il ministro egiziano del petrolio, Tarek al Mulla, senza nascondere la soddisfazione del Cairo per la costituzione di un fronte contro l’accordo che Ankara ha firmato lo scorso dicembre con il Governo di accordo nazionale libico, suo alleato. Quel Memorandum d’intesa è ritenuto dall’Egitto, così come da Grecia e Cipro, una sfida e una minaccia, non solo economica. Prevede la costituzione di una “zona economica speciale” che va dalla Libia fino alla Turchia, in modo da consentire alle due parti lo sfruttamento delle risorse marittime in un’area tanto vasta.

    Il leader turco Erdogan continua ad usare il bastone e la carota. Da un lato non esclude la possibilità di un conflitto armato con la Grecia e Cipro; dall’altro, nel suo discorso ieri all’Onu, propone una conferenza regionale per risolvere le dispute sul gas attraverso «dialogo e cooperazione». Non ha mancato però di condannare apertamente la Grecia che ha accusato di aver agito in maniera unilaterale. Ieri sera era previsto un colloquio telefonico tra Erdogan e il presidente francese Emmanuel Macron, dopo la videoconferenza avuta dal presidente turco con il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e con la cancelliera tedesca Angela Merkel, presidente di turno della Ue e che si è assunta il compito di mediare tra Atene e Ankara

    * Fonte: Michele Giorgio, il manifesto

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  • Nazioni disunite. Trump attacca Xi Jinping: «Virus cinese»

    23/9/2020 • Internazionale • 169 Viste

    «La Cina ha permesso ai suoi voli di infettare il mondo. Deve essere ritenuta responsabile della diffusione di questa piaga». Donald Trump ci mette pochi minuti a macellare ogni e qualsiasi possibilità di multilateralismo, parola d’ordine desueta che l’epidemia di Covid 19 aveva fatto tornare d’attualità – niente come un virus obbligherebbe alla risposta unitaria globale, a parte il clima.

    Benvenuti alla 75esima assemblea generale dell’Onu, cifra tonda che normalmente evoca bilanci, vecchi sogni e buoni propositi, ma di normale il presidente degli Stati uniti non ha nulla, e nemmeno il momento elettorale del paese che ospita la casa comune di 193 nazioni.

    In molto meno del quarto d’ora assegnato a ogni leader, il presidente degli Stati uniti in versione videoregistrata spende parole di fuoco contro il «China virus», l’Organizzazione mondiale della sanità «marionetta della Cina» e la Cina in prima persona: «A 75 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla fondazione dell’Onu ci troviamo ancora impegnati in una battaglia globale (…) e abbiamo lanciato la mobilitazione più aggressiva dalla seconda guerra mondiale».

    Parole che rimbalzano in una stanza vuota: il massimo vertice dei leader mondiali avviene infatti senza i leader mondiali, tutti impediti dal Covid e dalla quarantena prevista per chi avesse avuto l’originale pensata di partecipare all’appuntamento.

    Niente assembramenti televisivi davanti al venerando Palazzo di Vetro, niente carovane di limousine che sfrecciano impunite lungo l’East River (i newyorkesi le odiano perché parcheggiano ovunque e non pagano mai le multe), niente mandrie di burocrati ad alto reddito a occupare militarmente hotel e ristoranti stellati – stimate diecimila presenze in meno nelle due settimane di assemblea generale – e nessuna impennata di escort, genere di consumo particolarmente apprezzato dai diplomatici in trasferta. Un rappresentante accreditato per ogni paese, e stop.

    È la «Zoom diplomacy», dal nome dell’applicazione cellulare per le videoconferenze e dell’omonima società californiana che ne ha riempito il mondo: solo interventi registrati, nessuna interlocuzione, mucchi di «ti dirò il resto più tardi». Le corse notturne del presidente francese Macron tra le suites di Trump e dell’iraniano Rohani per strappare un accordo sul nucleare, un anno fa, sono passato remoto.

    Dopo Trump è andato in onda il presidente cinese Xi Jinping, ed è toccato ai cronisti incrociarli tra loro, in una specie di ping pong in cui gli avversari giocavano a 11mila chilometri di distanza tra loro. «La pandemia va affrontata insieme, uniti e seguendo la scienza. Ogni tentativo di politicizzare la pandemia deve essere respinto – ha detto Xi dal teleschermo – Non vogliamo guerre fredde e nemmeno calde, con nessun paese».

    Trump: «Sono orgoglioso di aver messo al primo posto l’America. Distribuiremo un vaccino, sconfiggeremo il virus, metteremo fine alla pandemia e entreremo in un’epoca di pace e prosperità». Xi: «I vaccini della Cina saranno resi disponibili come bene pubblico globale, e saranno forniti ai paesi in via di sviluppo».

    Trump: «Solo quando ti occupi prima dei tuoi propri cittadini puoi trovare le vere basi per la cooperazione». Xi: «Il mondo non deve cadere nella trappola dello scontro di civiltà e deve dire no all’unilateralismo». E via così, nel giorno in cui gli Usa raggiungono il 200millesimo morto di Covid e superano i 6 milioni e 860mila infetti, in questo indiscussi leader mondiali.

    Sempre più potenza regionale, il presidente russo Putin chiede di «eliminare le sanzioni illegittime» e di «mantenere il diritto di veto» ai membri del consiglio di sicurezza e anzi di «convocare un G5 per le questioni più scottanti», insomma un oligolateralismo.

    In apertura il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres aveva chiesto di «evitare a tutti i costi una nuova guerra fredda». Ma la Zoom diplomacy non sembra meno calda delle precedenti

    * Fonte: Roberto Zanini, il manifesto

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  • Europa, oggi il nuovo piano su immigrazione e asilo

    23/9/2020 • Europa, Immigrati & Rifugiati • 126 Viste

    Rimandato per mesi prima per l’emergenza Covid e poi per la discussione sul recovery fund, il nuovo piano europeo su immigrazione e asilo verrà presentato questa mattina dalla presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen e dalla commissaria agli Affari interni, la svedese Ylva Johannson, in una conferenza stampa che si terrà alle 12 a Bruxelles. «Aboliremo il regolamento di Dublino», ha promesso Von der Leyen nel discorso tenuto la scorsa settimana sullo stato dell’Unione. Un annuncio che ha ovviamente alimentato le speranze dei Paesi del Mediterraneo, Italia in testa, che da anni chiedono una più equa distribuzione del peso dei migranti che arrivano in Europa.

    In realtà c’è più di una possibilità che le cose possano andare diversamente. Come ammesso dalla stessa Von der Leyen, in questi mesi la Commissione ha dovuto lavorare alla ricerca di un compromesso con i Paesi dell’Europa centro orientale da sempre contrari ad accogliere richiedenti asilo. Le possibilità che si possa quindi arrivare finalmente a un meccanismo obbligatorio di ricollocamento dei profughi tra i 27 Stati – come più volte sollecitato negli ultimi anni da Italia, Malta, Grecia e Spagna – è quindi molto labile. Più facile che la Commissione, venendo incontro alle richieste di Austria, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, proponga la cosiddetta «solidarietà flessibile» offrendo a chi non vuole accogliere richiedenti asilo la possibilità di intervenire in aiuto ai Paesi di primo approdo stanziando fondi oppure fornendo mezzi e personale specializzato. Un po’ come accaduto nelle scorse settimane dopo l’incendio del campo profughi di Moria, sull’isola greca di Lesbo, dove anziché farsi carico delle famiglie di profughi alcuni Paesi hanno preferito offrire tende e coperte per allestire un nuovo campo. Non a caso proprio ieri, ai giornalisti che lo interrogavano in proposito, un portavoce della Commissione Ue ha liquidato l’eventuale abolizione e o riforma del regolamento di Dublino come un semplice «questione semantica». Discorso diverso, invece, per quanto riguarda i rimpatri dei migranti ai quali non verrà riconosciuto il diritto ad avere la protezione internazionale: verranno intensificati e saranno a carico degli Stati membri.

    La presentazione di oggi è comunque solo l’avvio di un percorso che già si annuncia difficile. Il piano, composto da cinque regolamenti, dovrà essere discusso dal parlamento europeo prima di approdare in Consiglio Ue (il prossimo, previsto per domani e venerdì è slittato perché il presidente Charles Michel è in quarantena dopo essere entrato in contatto con una persona positiva al Covid) dove è previsto che Italia, Grecia e Spagna daranno battaglia per vincere le resistenze del blocco di Visegrad e dei suoi alleati.
    Intanto mentre l’Europa discute nel Mediterraneo la nave Alan Kurdi attende da giorni di poter sbarcare i migranti tratti in salvo. Ieri due donne, un uomo, quattro bambini e un neonato sono stati evacuati dalla Guardia costiera che li ha trasportati a Lampedusa. A bordo restano ancora 125 persone

    * Fonte: Leo Lancari, il manifesto

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  • Thailandia in rivolta. I giovani di Bangkok sfidano il re, i militari e i tycoon

    22/9/2020 • Internazionale • 174 Viste

    Ieri Bangkok è tornata la città di sempre. Traffico, caldo e il lento scorrere del Chao Phraya, il «fiume dei re» che attraversa la capitale tailandese anche conosciuta come Krung Thep, la Città degli Angeli.

    Ma tra sabato e domenica, Bangkok e stata davvero la città degli angeli e assai meno la capitale del re di una delle monarchie più longeve (e autoreferenziali) del pianeta. Sabato diverse decine di migliaia di abitanti – in gran parte giovani studenti ma non solo – si sono riversati in centro per tenere l’ennesima manifestazione di protesta che chiede di cambiare la Costituzione, le dimissioni del premier e un ridimensionamento del ruolo della corona, cui non dovrebbero competere ingerenze politiche.

    La novità del corteo, protrattosi nella notte con concerti e balli e terminato domenica mattina con la posa di una placca metallica con la data «20 settembre» (sostituisce l’originale del 1932 per la fine della monarchia assoluta rimosso nottetempo nel 2017), non sono solo i numeri e la partecipazione mai vista così di massa.

    Le novità sono la possibile creazione di un partito – per ora semplicemente People’s Party – e la presenza in piazza dell’opposizione parlamentare (il Pheu Thai che sostiene gli ex premier Shinawatra, all’inizio tiepido con la protesta) e delle nuove stelle della politica “tradizionale” tra cui spiccava il milionario modernista e progressista Thanathorn Juangroongruangkit (espulso dal parlamento con un cavillo) del Future Forward Party (sciolto nel 2020 dopo gli ottimi risultati alle elezioni del 2019).

    Non solo: l’agenda delle prossime mosse è piena. Il nuovo appuntamento davanti al parlamento è per domani, mercoledì, per chieder conto di una lista di domande per ora solo consegnate dai leader studenteschi sabato alla polizia che li aveva dissuasi dal marciare verso gli uffici del premier Prayut Chan-o-cha. E in piazza il 14 ottobre quando il Paese sarà chiamato a uno sciopero generale.

    Gli studenti hanno chiesto intanto che il loro manifesto sia sottoposto anche al Privy Council, il Consiglio del re, una sorta di Camera privata eletta dal monarca, segnatamente uno degli oggetti delle richieste del movimento. Movimento variegato ma in grado di originare consenso e che ha già dei leader noti e agguerriti come Parit “Penguin” Chiwarak o Panusaya Sithijirawattanakul dell’United Front for Thammasat and Demonstration e più in generale del cosiddetto Free Youth Movement.

    I loro simboli sono il saluto con tre dita – mediato dal film del 2012 di Gary Ross Hunger Games – e la partecipazione alla Milk Tea Alliance, che riunisce le proteste di Thailandia, Taiwan e Hong Kong da cui è forse arrivata la maggior ispirazione per il movimento.

    Un movimento eminentemente politico – sempre meno solo giovanile – con idee chiare: contestare la casta militare ma anche quella dei tycoon, avere libertà di critica anche su quel che fa il monarca, cambiare una Costituzione voluta dai militari che dà loro potere di veto (la Camera Alta non viene eletta ma scelta) in Parlamento

    * Fonte: Emanuele Giordana, il manifesto

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  • Clima. Il Pianeta distrutto dai ricchi: l’1% inquina il doppio dei poveri

    22/9/2020 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Studi, Rapporti & Statistiche • 149 Viste

    I ricchi stanno distruggendo il Pianeta a colpi di CO2. Ogni appartenente all’élite globale, l’1% più ricco della popolazione mondiale, emette ogni anno 74 tonnellate di biossido di carbonio, mentre coloro che fanno parte della metà più povera si fermano ad appena 0,69 tonnellate. I dati, che fanno riferimento al 2015, sono tratti dal rapporto «The Carbon Inequality Era», che Oxfam ha presentato ieri, in occasione dell’Assemblea generale della Nazioni Unite. L’organizzazione ambientalista internazionale lo ha realizzato in collaborazione con lo Stockholm Environment Institute, incrociando i dati relativi a reddito ed emissioni nel 1990, nel 2010 e nel 2015.

    L’ANALISI È IMPIETOSA: come sappiamo, le emissioni annuali sono aumentate del 60% tra il 1990 e il 2015, ma non sapevamo che il 5% della popolazione più ricca ha determinato oltre un terzo (37%) di questo aumento, e che l’1% più ricco ha aumentato la propria quota di emissioni tre volte di più rispetto al 50% più povero della popolazione. In 25 anni, in pratica, l’1% più ricco della popolazione mondiale – pari a 63 milioni di abitanti, nei dati analizzati dai ricercatori – ha emesso in atmosfera il doppio di CO2 rispetto alla metà più povera del pianeta.

    QUESTO SIGNIFICA che i poveri sono costretti a subire l’impatto dello stile di vita insostenibile di pochi milioni di persone, noi che voliamo low cost o consumiamo carne in ogni giorno dell’anno. «Lo stile di vita, di produzione e di consumo di una piccola e privilegiata fascia di abitanti del Pianeta sta alimentando la crisi climatica e a pagarne il prezzo sono i più poveri del mondo e saranno, oggi e in futuro, le giovani generazioni», commenta Elisa Bacciotti, responsabile campagne di Oxfam Italia.

    I DATI PRESENTATI nel rapporto sono la dimostrazione che la disuguaglianza sta soffocando il Pianeta, ed è per questo che «ripartire dal vecchio modello economico, quello pre-Covid, iniquo e inquinante, non può essere un’opzione». conclude Bacciotti. Secondo Oxfam, «i governi devono cogliere l’opportunità di ridisegnare le nostre economie e costruire un futuro possibile e migliore, e possono farlo ponendo un freno alle emissioni dei più abbienti, investendo in settori a basso consumo di CO2. Allo stesso tempo è sempre più determinante che i leader mondiali raccolgano l’appello lanciato dal movimento Fridays for Future: milioni di persone che in tutto mondo il 25 settembre faranno sentire la propria voce in occasione della Giornata mondiale di azione per il clima, per chiedere un cambio di rotta alle istituzioni globali e ai governi».

    IN ITALIA (E IN EUROPA) il primo banco di prova sarà Next Generation EU, il nuovo strumento temporaneo per la ripresa dotato di una capacità finanziaria di 750 miliardi di euro. Lo sottolinea anche Enrico Giovannini, portavoce di Asvis (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile), da oggi impegnata nella quarta edizione del proprio Festival: «La crisi ci offre l’irripetibile opportunità di scegliere un nuovo modello di sviluppo sostenibile per abbandonare quello che sta portando ad un punto di rottura gli attuali sistemi socio economici di fronte alla crisi climatica e la distruzione degli ecosistemi. Il Festival raccoglierà idee e proposte per progettare la transizione verso un nuovo paradigma, che sia giusto e inclusivo e che si basi sul principio di giustizia intergenerazionale. Spingere i decisori a creare un piano strategico per la ripresa e il futuro del Paese e dare voce ai giovani coinvolgendoli nelle scelte che li riguardano, sono i due pilastri fondamentali di questa edizione».

    IL TEMPO A NOSTRA DISPOSIZIONE per frenare l’innalzamento delle temperature globali sotto la soglia di 1,5 gradi centigradi è quasi scaduto, e con l’allentamento delle restrizioni imposte dalla pandemia di Covid-19 le emissioni di CO2 torneranno a crescere. «È essenziale perciò – sottolinea Oxfam – ridurre del 30% le emissioni globali per non esaurire, entro il 2030, la quota di emissioni massima che possiamo permetterci di produrre senza far aumentare la temperatura globale oltre 1,5 gradi centigradi. Questo implica una modifica profonda delle abitudini della fascia più ricca del Pianeta: oggi la disuguaglianza da CO2 è talmente profonda che, anche se il resto del mondo adottasse un modello a emissioni zero entro il 2050, il 10% più ricco potrebbe esaurire le sue riserve entro il 2033»

    * Fonte: Luca Martinelli, il manifesto

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  • Referendum. Stravince il Sì, affluenza al 54%, il governo tiene

    22/9/2020 • Politica & Istituzioni • 120 Viste

    Affluenza alta, quasi il 54% (53,84%), superiore alle previsioni, e vittoria netta del Sì al taglio dei parlamentari con quasi il 70% (69,6%). Il No è cresciuto nell’ultimo mese, praticamente raddoppiando rispetto ai sondaggi di inizio campagna elettorale, ma non ha sfondato. Solo in una regione i contrari alla riforma costituzionale hanno raggiunto il 40%, il Friuli Venezia Giulia, e solo in due provincie su tutto il territorio nazionale, Udine ancora nel Friuli che è una delle regioni più penalizzate dal taglio (e dove il presidente leghista Fedriga si è schierato per il No) e Belluno, provincia veneta dove il candidato leghista Zaia ha fatto il pieno sfiorando l’80%.

    NON C’È STATA la fuga dai seggi per la paura del Covid né ci sono stati, in generale e salvo episodi, grossi problemi per l’accesso ai seggi e l’organizzazione del voto. La scelta dei 5 Stelle di accoppiare regionali e referendum non è servita a trainare il consenso alle liste grilline, ma ha funzionato per tenere su l’affluenza. Le prime otto regioni per partecipazione sono le sette in cui si è votato anche per i presidenti – nell’ordine Valle d’Aosta, Veneto, Marche, Toscana, Puglia, Campania e Liguria – più il Trentino, per affluenza subito prima del Veneto. Ma il Sì ha vinto ovunque e ha vinto specialmente al sud.

    Passando infatti dall’affluenza allo scrutinio, la mappa d’Italia si rovescia: al primo posto per il Sì ci sono le regioni del sud, primo il piccolo Molise con quasi l’80% – è anche la regione meno penalizzata in assoluto dal taglio dei parlamentari. A seguire Calabria, Sicilia, Basilicata, Campania, Puglia, Abruzzo.

    PRINCIPALMENTE AL NORD, invece, le regioni dove il No ottiene il risultato migliore, in testa come già detto il Friuli e poi Veneto e Liguria. Sopra la media dei No anche Lazio, Toscana, Sardegna, Lombardia e Piemonte. Al sud c’è però anche l’affluenza più bassa: in Sicilia e Sardegna si è fermata poco sopra il 35% quasi venti punti sotto la media nazionale. La partecipazione al voto è rimasta bassa in tutto il Mezzogiorno, in Calabria, Molise, Abruzzo, Basilicata. Bassa affluenza ha significato spesso vittoria più netta del Sì, con percentuali altissime nelle provincie di Crotone (81,94%), Agrigento (80,69%), Foggia (80,11%) e Campobasso (80,62%).

    Questo può voler dire che al sud sono andati a votare principalmente i favorevoli al taglio dei parlamentari, più motivati dei contrari. Il dato potrebbe non sorprendere, visto che il sud nel 2018 è stato il granaio dei voti per i 5 Stelle, ma che si accompagna adesso a un ripiegamento dei grillini nelle preferenze. Come confermano i cattivi risultati del Movimento in Puglia e in Campania e, per quanto riguarda la Calabria, dall’exit poll sulle comunali di Reggio.

    UNA PRIMA SOMMARIA ANALISI sembrerebbe suggerire allora che il seme anti parlamentare piantato dai 5 Stelle germogli adesso malgrado l’insuccesso elettorale dei grillini. È come se il Movimento avesse compiuto la sua missione, e le campagne dei 5 Stelle sopravvivano al loro ciclo elettorale (facendo proseliti altrove, per esempio nell’elettorato Pd). L’analisi dei risultati nelle sei grandi regioni dove si è votato per i presidenti mostra una correlazione positiva tra il voto per i candidati presidenti 5 Stelle e la percentuale di Sì al referendum – solo la Liguria sfugge al trend, probabilmente non a caso perché è la regione dove il candidato grillino era espressione della coalizione con il Pd.

    Osservando i dati di affluenza e l’esito degli scrutini nel referendum costituzionale, salta agli occhi il caso dell’Emilia Romagna. La regione della resistenza del Pd è anche la regione «media» del paese. L’affluenza del 55,37% al referendum ha lo scarto minore rispetto a tutte le altre regioni rispetto al dato nazionale (+1,53%). Il risultato del Sì praticamente coincide con quello nazionale (69,55% Emilia Romagna, 69,62 Italia). E forse non è un paradosso che la regione rossa sia adesso il campione perfetto della risposta nazionale al quesito dei 5 Stelle.

    SCAVANDO NEI DATI delle regioni e delle città, un altro risultato interessante è quello dei grandi capoluoghi. Roma, Milano, Napoli, Torino hanno registrato tutte un’affluenza al referendum inferiore rispetto al dato regionale rispettivamente di Lazio, Lombardia, Campania, Piemonte. Non così Firenze e Bari, le due città decisive nel decidere la vittoria di Giani ed Emiliano: a dimostrazione che dove la partita era aperta l’effetto traino delle regionali è stato più forte. Il Sì infatti è stato in buona parte un successo delle periferie e dei piccoli centri rispetto alle grandi città che hanno risposto più freddamente. E non in maniera uniforme.

    ANCHE IL TAGLIO dei parlamentari ha confermato infatti lo scarto che c’è tra i centri storici, i quartieri «alti» e le periferie. I primi dati dai comuni sono univoci. A Torino il Sì ha vinto con il 60,75%. Ma nelle seggi di piazza Cavour, via Po, via Biancamano o in collina il risultato è rovesciato: 70% per il No. A Firenze il Sì ha vinto con uno scarto minore rispetto alla media nazionale (55,45% contro il 44,5% del No) ma nel Quartiere 1 ha vinto il No con il 52% mentre nel quartiere 4 ha vinto il Sì con il 61%.

    Anche a Milano ha vinto il Sì, ma nel Municipio 1 ha vinto il No con il 56,54%. A Napoli il Sì ha vinto con una percentuale superiore a quella nazionale, il 74,5% ma nel quartiere bene di Chiaia si è fermato al 54% mentre a Scampia ha toccato l’85,6%. A Roma il Sì e il No hanno rispettato la media nazionale (60% a 40%) ma questo risultato medio tiene insieme la vittoria del No con il 56% nel Municipio 1 e la vittoria del Sì con il 73% nel Municipio 6 (Torre Angela e Tor Bella Monaca).

    INFINE UN DATO sulla partecipazione degli elettori all’estero. Con la metà delle schede ancora da conteggiare nel centro di Castelnuovo di Porto, l’affluenza ieri sera era ferma al 20,5%, molto al di sotto di tutti i precedenti. All’estero hanno vinto il Covid e il lockdown: su 4,5 milioni di elettori iscritti all’Aire avranno votato meno di un milione di connazionali

    * Fonte: Andrea Fabozzi, il manifesto

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