Francia&Germania. Divorzio all’europea

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PARIGI. L’intesa franco-tedesca, considerata la spina dorsale dell’Europa, si è inceppata. Si è sfilacciata. È una macchina in panne. La polemica sull’austerità , giudicata benefica per Berlino e paralizzante per Parigi, è il principale e attuale motivo della tensione, giudicata amichevole dagli ottimisti o profonda da coloro che ottimisti non sono. Questi ultimi considerano superata l’intesa nella versione esclusiva, ormai vecchia: per intenderci l’“asse franco-tedesco“ dei momenti euforici. Il rapporto deve essere allargato. Rinnovato. Il principio di un’intesa tra le due sponde del Reno resta irrinunciabile per il bene dell’Europa. Una rottura è impensabile anche perché accenderebbe il rischio di veder riaffiorare antichi pregiudizi, espressione di sospetto e di rivalità . Una crisi può mettere a nudo le sensibilità  lasciate dalla storia, dice Gerhard Cromme, grande industriale e intellettuale tedesco. Il quale cita Emmanuel Kant, secondo il quale la pace non è mai naturale, e quindi necessita un’analisi lucida della situazione, una volontà  politica forte e un impegno emotivo indispensabile.
Equesti sono gli ingredienti per ravvivare l’inceppata cooperazione tra Parigi e Berlino. L’avvento di Franà§ois Hollande ha modificato l’intesa. L’ha estesa. Annacquata. Il neo presidente francese ha trasformato il faccia a faccia Parigi- Berlino, in un cerchio al fine di allargare il dialogo preferenziale a Italia e Spagna. La polemica sull’austerità  a senso unico, senza efficaci aperture alla crescita, ha favorito, intensificato i rapporti tra i paesi dell’Europa del Sud, nei limiti consentiti dalla lunga crisi italiana. Ma nonostante la difficoltà  nel mantenere l’intimità  franco-tedesca, i rapporti con altri paesi rappresentano un complemento, non un’alternativa. La Francia non può girare del tutto le spalle alla Germania, può estendere l’intimità  ad altri partner, con i quali può contrastare, contenere l’egemonia tedesca. Già  questo cambia la faccia dell’Europa.
La posizione dei principali protagonisti pesa sull’intesa che da calorosa, ricca di complicità , è diventata polemica. Sull’orlo del litigio. I tedeschi amano più Angela Merkel del suo governo: lo cambierebbero volentieri confermando tuttavia la cancelliera nel suo incarico. In concreto può significare la voglia di una grande coalizione, cristiano—democratici e socialdemocratici insieme, con lei alla testa. Qualcosa può sempre mutare nei prossimi cinque mesi, ma è quel che si ricava per ora dagli umori dell’opinione pubblica, nell’attesa del voto federale di settembre. La Germania vive comunque un clima elettorale.
I francesi invece non sembrano soddisfatti di Franà§ois Hollande, presidente da un anno. L’hanno appena scelto ma soltanto poco più di un cittadino su cinque si esprime in suo favore. Gli altri, quando sale la collera, praticano uno sport molto seguito nella Quinta repubblica semipresidenziale: la decapitazione politica del monarca in carica per cinque anni.
Lo scontento si riversa sul presidente, eletto al suffragio universale diretto ed effimera incarnazione di un ampio potere. A Hollande non è stato neppure concesso di godere il passeggero idillio iniziale di cui hanno usufruito i predecessori. Le critiche l’hanno investito subito con una violenza simile a un linciaggio politico.
Un recupero della popolarità  non è escluso nel corso del mandato. Ma per ora Hollande paga a caro prezzo il fatto di essere un presidente riservato, rispettoso, se non proprio dimesso. Pareva una virtù e invece è una delusione. Non lo favoriscono l’aumento dei disoccupati e i conti nazionali e privati che non tornano, il debito sovrano in crescita, il deficit di bilancio sopra il tre per cento consentito, la bilancia commerciale in difficoltà .
Sono tempi incerti sulle due sponde del Reno e l’intesa franco-tedesca ne risente. Si dice che fosse in crisi da un pezzo. In effetti si era diluita nell’Europa allargata a ventisette paesi. Ed era risultata squilibrata subito dopo la riunificazione tedesca e lo spostamento a Est dell’asse europeo, e il recupero, al centro, di Berlino capitale. La lunga superiorità  politica francese di fronte a una Germania divisa si è afflosciata con la riunificazione; perché alla forza economica tedesca si è affiancata quella politica; una fusione naturale che ha ridotto o annullato i complessi della nazione ormai assolta; quindi meno legata all’Europa, servita nel postnazismo come patria adottiva.
Un quarto di secolo dopo, la crisi economica e finanziaria ha sorpreso un’Europa ormai adulta ma non matura, incompiuta (che non sa ancora quel che farà  da grande benché abbia più di sessant’anni), e ha inserito tra il presidente e la cancelliera il problema dell’austerità . Angela Merkel vi si è arroccata perché abbandonarla significherebbe per gli elettori tedeschi, chiamati tra poco alle urne, un cedimento della Germania forte, superba, non più svizzera, di fronte ai paesi deboli della zona Euro. Franà§ois Hollande si vuole al contrario liberare di quell’austerità  per rilanciare l’esausta economia francese in bilico tra stagnazione e recessione. Alla vigilia di un voto importante la cancelliera può centellinare soltanto vaghe concessioni; e immerso in un’impopolarità  che gli lascia uno scarso spazio di manovra, il presidente cerca di abbassare i toni, parla di tensione amichevole con i tedeschi, ma alle sue spalle la polemica imperversa. Nel suo partito c’è chi esige un «confronto» aperto con la Germania. Quasi riaffiorassero, appunto, i nascosti, occulti, a lungo innominabili, pregiudizi.
Ieri cari alleati i tedeschi sono diventati cari nemici? Gli altri europei hanno subito e criticato a lungo l’egemonia franco—tedesca, al tempo stesso auspicandola, a volte invocandola, quando non operava con efficacia. L’intesa Parigi-Bonn e poi Parigi—Berlino era insomma in egual misura sofferta e necessaria, giudicata troppo esclusiva ma, insomma, accettata come indispensabile, imposta dalla geopolitica, dalla storia e dall’economia. Adesso non si è spezzata, ma non è più quella di un tempo.
A enfatizzare il disaccordo, già  evidente ma non gridato, è stato un forte personaggio del partito socialista, il presidente dell’Assemblea Nazionale, terza carica dello Stato, Claude Bartolone, il quale ha invitato a promuovere un aperto confronto sull’austerità  con la Germania. E il ministro dell’industria, Arnaud Montebourg, ha detto che è giunto il momento di «cominciare a battersi» con l’Unione europea (in questo caso sinonimo di Germania) per arrivare a un vero rilancio dell’economia.
In un progetto di documento del partito socialista si usa un linguaggio ancora più polemico, si parla dell’«egoismo intransigente» di Angela Merkel. Il primo ministro Jean-Marc Ayrault, un germanista cui spetta di curare i rapporti con Berlino, cerca in mille modi di calmare la polemica, ma con scarso successo, perché nel partito cresce la frustrazione verso la Germania. Anche perché tarda a concretizzarsi la grande promessa elettorale di puntare sulla crescita (sia pure senza abbandonare il rigore, diverso dall’austerità ), grazie alla quale Franà§ois Hollande ha conquistato la presidenza. Da qui la ribellione della sinistra del partito, che vede nell’intransigenza tedesca sull’austerità  l’ostacolo a una ripresa economica nella Francia delusa e in collera col troppo esitante Franà§ois Hollande. Al quale per la verità  non danno troppo fastidio le intemperanze di alcune correnti del suo partito, perché riflettono gli umori di larga parte dell’opinione pubblica.
Steffen Seibert, il portavoce di Angela Merkel, ha minimizzato l’impatto delle critiche provenienti dall’altra sponda del Reno. Ma tra i socialdemocratici non sono mancate le reazioni. Franck—Walter Steinmeier, presidente del gruppo Spd al Bundestag, ha ricordato alla cancelliera le «responsabilità  devanti alla Storia», che impongono di preservare i rapporti con la Francia. Per il deputato conservatore Andreas Shockenoff, presidente del gruppo parlamentare per l’amicizia francotedesca, «gli attacchi infondati di responsabili socialisti francesi di alto rango contro la cancelliera sono insoliti e non giustificati». E Shockenoff impartisce poi una lezione sostenendo che quegli attacchi rivelano tutta la disperazione dei socialisti francesi che un anno dopo il loro arrivo al potere non trovano risposte convincenti ai problemi economici e finanziari del loro paese. E ricorda, sempre ai socialisti francesi, che anche dopo le elezioni di settembre (Shockenoff dà  per scontato la vittoria di Angela Merkel) essi dovranno collaborare con la cancelliera per il bene dell’Europa. È quindi inutile che sperino in un cambio della guardia a Berlino, con i socialdemocratici al governo più propensi a ad allentare l’austerità  per favorire la crescita.
Il rapporto franco-tedesco è un misto di fascinazione e di antagonismo, spesso diventato un’ossessione. Ancora oggi, con i numerosi conflitti ormai relegati nella storia, le due società  si distinguono per le profonde differenze. Limitandosi alla concezione dello Stato, da un lato quello francese è unitario e centralizzato (è l’erede dell’assolutismo e del prevalere dei giacobini durante la Rivoluzione); mentre quello tedesco è scandito in Laender che sono veri e propri Stati regionali. Alcuni giudicano deboli le forze intermediarie tra lo Stato e i cittadini in Francia; e invece molto fitta la rete di organizzazioni, associazioni e federazioni in Germania.
Questo avrebbe favorito, oltre alla ricostruzione post bellica e al recupero dell’Est comunista, le riforme attuate da Gerhard Schroeder (con “l’Agenda 2010 “). Il cancelliere socialdemocratico adeguò il paese alla mondializzazione, attorno al 2000, quando la Germania era giudicata «la grande malata d’Europa». I risultati di quelle riforme, aggiunti ad altri fattori, hanno favorito la società  tedesca al momento della crisi rispetto alla Francia e agli altri paesi europei.
Anche nel comportamento politico tedesco, affiora quel che si può riassumere in relativismo culturale e che è in netta opposizione all’universalismo di origine francese. Ed è forse azzardato aggiungere, ma non tanto, che se la letteratura è considerata dai francesi, sia pure senza trascurare altre discipline, come la massima espressione della loro esistenza (secondo Ernst-Robert Curtius), i tedeschi mettono in prima linea la filosofia, la scienza e la musica.


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