Colombia. Mario Paciolla, assassinato poiché abitante del nostro oblio

Intervista a Manuel Rozental, attivista di Pueblos en Camino, sul clima da guerra civile in Colombia. In 4 anni assassinati mille attivisti, compreso Paciolla: «Ucciso perché era come noi»

Gianpaolo Contestabile, Simone Scaffidi * • 8/10/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 346 Viste

Nelle ultime settimane un nuovo picco di violenza si è abbattuto contro la popolazione colombiana che dall’inizio della crisi sanitaria cerca di resistere all’emergenza del Covid-19 e alla repressione che colpisce i leader sociali e i giovani che si ribellano alla corruzione del governo. Omicidi selettivi, massacri e spari sui manifestanti stanno generando un clima da guerra civile che rappresenta solo l’ultima ondata di violenza che, dalla firma degli Accordi di Pace del 2016 ad oggi, ha ucciso più di mille attivisti ed attiviste sociali. Tra i territori più colpiti c’è la regione del Cauca dove si è sviluppata una delle resistenze indigene più importanti del paese e un modello di governo autonomo e alternativo alla violenza dello Stato e dei gruppi armati.

Abbiamo intervistato Manuel Rozental, attivista dell’organizzazione Pueblos en Camino, che proprio dai territori del Cauca tesse alleanze con altre lotte comunitarie e in difesa della terra del Paese e del continente.

Come si interpreta questa nuova ondata di violenza e in che modo si vincola con gli scandali giudiziari che stanno travolgendo l’establishment politico colombiano?
L’ex-presidente Uribe Vélez è la personificazione di un sistema di potere che si sostiene grazie all’appropriazione dei terreni per produrre cocaina e che con la scusa della guerra alle Farc ha creato organizzazioni paramilitari che sono diventate gigantesche strutture del traffico di droga.

Grazie al controllo sui partiti politici e sulle elezioni questo modello può assicurarsi sia il potere legale che quello illegale per generare ingenti profitti e transazioni economiche verso il Nord. Tutto questo viene messo a rischio ora, nel momento in cui Uribe Vélez potrebbe essere finalmente processato e l’intera struttura che lo sostiene inizia a sentirsi minacciata. Come conseguenza ricominciano ancora una volta gli omicidi selettivi e i massacri. Se si cerca di comprendere le stragi che stanno avvenendo in diverse parti del territorio provando a identificarne gli artefici si rischia di cadere nella trappola dell’establishment che spinge a focalizzarsi sugli esecutori materiali.

Quando invece ci si domanda chi sono coloro che beneficiano di quest’ondata di violenza diventa perfettamente chiaro che uccidere giovani e commettere massacri ogni giorno sia un meccanismo per generare terrore nella popolazione e legittimare l’uso della forza pubblica. Nessuno ha le informazioni e la capacità di agire in questa maniera se non le autorità statali legate ai militari, ai paramilitari e ai narcotrafficanti che vogliono controllare i territori. Siamo di fronte a una strategia mafiosa e fascista volta a soggiogare l’intero territorio nazionale con la forza del terrore, in particolare nelle regioni dove ci sono maggiori risorse naturali e dove sta crescendo la resistenza dei processi di autonomia territoriale.

Quale ruolo giocano le Farc in questa nuova fase del conflitto?
Quando le Farc hanno firmato gli Accordi di Pace pensavano di poter diventare immediatamente un partito politico con una forza elettorale di massa, ma il popolo non gli ha mostrato sostegno e anche in termini elettorali non hanno ottenuto un risultato significativo. In altre parole, il sostegno politico di cui godono le Farc è molto debole e, in questa situazione di tremenda vulnerabilitá, sono state attaccate violentemente.

Da un lato vi è il mancato rispetto degli Accordi di Pace e dall’altro gli ex-combattenti vengono chiamati banditi e assassini nonostante abbiano avuto il coraggio di riconoscere i crimini di guerra commessi durante il conflitto. Lo Stato invece, e chi detiene il potere economico in Colombia, non ha riconosciuto nessuno dei suoi crimini. Si è quindi alimentata una strategia di persecuzione e isolamento ai danni delle Farc che si è sommata al problema delle lotte interne all’organizzazione. Di conseguenza il partito delle Farc ha subito un processo di indebolimento e isolamento impressionante che ha portato coloro che hanno guidato il processo di pace, come per esempio Iván Márquez, a riprendere le armi ingrossando le fila delle dissidenze armate.

Esistono inoltre un certo numero di fazioni che nel nome delle Farc hanno intessuto legami con il narcotraffico e cercano di sottomettere con l’uso della forza e delle armi la popolazione civile, i movimenti sociali e le autonomie pur non avendo nessuna legittimità politica. A ciò si aggiungono diverse azioni terroristiche e di guerra che vengono attribuite ai dissidenti delle Farc ma esiste il sospetto che in realtà siano compiute dai paramilitari o dall’esercito dato che sono loro coloro che ne beneficiano. Ci troviamo quindi in una situazione di guerra tra diversi attori e le Farc, che in questo momento non possono contare con una forza politica importante soprattutto perché gli Accordi di Pace non sono stati rispettati e continuano a essere violati.

Personalmente credo che non siano stati rispettati proprio per alimentare questo scenario di guerra permanente tra i gruppi insurrezionali, tra le altre fazioni armate e tra i narcotrafficanti, e di conseguenza per legittimare il modello mafioso e fascista di occupazione del territorio e di guerra totale.

Qual è il ruolo delle Organizzazioni non governative e delle Nazioni unite in questo contesto?
C’è una grande varietà di organizzazioni non governative in Colombia e anche se gran parte delle Ong hanno buone intenzioni, si tratta di un settore istituzionale parastatale che finisce per smantellare i processi di resistenza e autonomia in cambio di risorse e progetti in aree specifiche. In alcuni casi denunciano violazioni dei diritti umani in determinati territori ma in generale non sono in grado di fare un’analisi e promuovere una strategia che consenta e incoraggi l’organizzazione e l’autonomia delle popolazioni.

Ci sono eccezioni a questa regola, ma questa è in linea di massima la norma. Le Ong ti assumono per il tuo impegno nelle lotte sociali ma quando sei dentro ti scontri con i limiti legati alle risorse economiche e l’orientamento politico di chi le finanzia e ti dirà che lavorerai solo in questo settore, solo con queste persone e solo con questo preciso obiettivo. Queste limitazioni si scontrano con le logiche territoriali regionali delle popolazioni e dei loro processi e finiscono per creare divisioni.

Le Nazioni Unite sono entrate come organizzazione multilaterale dopo la firma degli Accordi di Pace e hanno una presenza gigantesca per quanto riguarda l’osservazione del processo di pace e la smobilitazione e il reintegro degli ex-combattenti. Come dimostrato dall’inchiesta sul caso Mario Paciolla però, all’interno delle Nazioni Unite e di tutto il processo di osservazione, ci sono una serie di questioni che limitano l’autonomia dell’Onu nell’adempiere alla sua missione di difendere il processo di pace.

Ad esempio Claudia Juieta Duque ha rivelato che una persona che ricopriva un’alta carica dell’intelligence militare stava ricevendo tutti i rapporti interni secretati che le Nazioni Unite producono sul processo di smobilitazione. Ci sono quindi una serie di cose che non sono note e che frustrano molte brave persone che lavorano all’interno delle Nazioni Unite e che non possono essere rese pubbliche perché se le Nazioni Unite abbandonassero questo processo gli ex-combattenti smobilitati rimarrebbero senza nessun tipo di protezione.

Come si inserisce il caso di Mario Paciolla in questo contesto?
Molte persone credono che il caso di Mario Paciolla sia importante solo perché Mario era uno straniero, mentre non viene prestata altrettanta attenzione ai colombiani che vengono uccisi quotidianamente. Ma questo è ingiusto oltre che sbagliato. Mario Paciolla rappresenta come pochi tutte quelle persone meravigliose con cui sentiamo un certo tipo di connessione che viene dal cuore e dalla vita stessa, quel tipo di persone che non credono nella nazionalità italiana, colombiana, francese, ecuadoriana o qualunque essa sia, ma credono che la vita debba essere costruita prendendoci cura gli uni degli altri , riconoscendoci, essendo critici e autocritici e costruendo alternative concrete di fronte a ciò che sta accadendo.

Attraverso il suo sentire e il suo cuore Mario, il poeta, non ha mai voluto apparire o sostituirsi alle persone con cui lavorava, anzi, Mario voleva imparare, ascoltare e partecipare, e lo ha fatto.

L’omicidio di Mario ci dimostra cosa si nasconde dietro la perversità degli omicidi di leader sociali e nelle stragi di giovani. Mario non era uno straniero che ci è venuto ad aiutare, Mario è stato un compagno che si è innamorato delle persone che lottano per l’autonomia, che credono in questo territorio e che sono state costrette ad abitare nell’oblio. Mario è un abitante dell’oblio, è andato a vivere in quell’oblio pieno di memorie ed è proprio per averlo vissuto e averci creduto fino in fondo che lo hanno perseguitato, lo hanno emarginato e lo hanno ucciso. Mario è la nostra poesia, Mario è la nostra parola e Mario non è qualcuno che viene da fuori.

Non è uno qualsiasi che è stato ucciso, Mario è uno di noi, uno che fa parte di quel mondo che verrà dove le barriere che ci allontanano scompariranno. Questa morte fa molto male e fa male perché lo Stato normalmente non osa toccare persone straniere, ma Mario aveva smesso di essere straniero, era diventato territorio, era diventato autonomia, era diventato pace. Per questo lo hanno ucciso, perché questo è quello che stanno uccidendo in Colombia

* Fonte: Gianpaolo Contestabile, Simone Scaffidi, il manifesto

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This