Liliany Obando: Le carceri in Colombia sono luoghi disumani

Intervista pubblicata nel nuovo numero del magazine internazionale Global Rights, interamente dedicato al carcere e ai diritti dei reclusi nel mondo nel tempo della pandemia da coronavirus

Orsola Casagrande * • 11/5/2020 • Carcere & Giustizia, Contenuti in copertina, Global Rights • 225 Viste

Liliany Obando ha 48 anni ed è una delle ex guerrigliere delle FARC-EP che partecipa al processo di reinserimento alla vita civile.

Liliana ha iniziato la sua militanza di sinistra a 19 anni. Si è unita alle FARC occupandosi di questioni internazionali. è stata 4 anni in carcere senza processo. Fa parte del gruppo di 100 ex guerrigliere che dall’ETCR (Spazio territoriale per la formazione e il reinserimento) di Icononzo,  che lavora sulla memoria storica e documenta le esperienze e la situazione delle donne nella guerriglia e il loro processo di reinserimento nella società dopo la firma dell’accordo di pace tra farc-ep e governo colombiano il 24 novembre 2016.

 

Cominciamo da una fotografia del sistema carcerario in Colombia.

Si tratta di un sistema che viola totalmente i diritti delle persone private di libertà, un sistema non garantista. Le carceri colombiane sono luoghi indegni e disumani. Basta del resto guardare gli edifici che le ospitano per rendersene conto: interi reparti che crollano, costituendo un rischio per la popolazione privata di libertà, oltre a cattive condizioni di salute, presenza di roditori, presenza di insetti nel cibo e condizioni deplorevoli nelle celle. Il sovraffollamento nelle carceri colombiane è storico, e supera il 53% e in alcune carceri il 200%.

A questo va aggiunta la mancanza di garanzia di accesso al servizio di acqua potabile durante la maggior parte della giornata in vari centri di detenzione. Altri centri penitenziari sono considerati luoghi di punizione in cui vengono inviati detenuti ritenuti insubordinati o che rivendicano diritti. In questi luoghi hanno inviato vari prigionieri politici come una sorta di punizione aggiuntiva per aver rivendicato i diritti umani dall’interno. La popolazione carceraria in questo momento in Colombia supera le 184.000 persone e circa il 3-4% di questa popolazione è rappresentata da donne.

La situazione delle donne detenute è molto grave ed è la più vulnerabile. La maggior parte delle donne si trova detenuta per reati legati alla povertà, alla situazione di fame in molti casi, che spinge molte donne ad infrangere la legge per mantenere se stesse, i loro figli, le loro famiglie. L’irresponsabilità di uno stato che non garantisce praticamente nulla alle donne e le lascia senza protezione, fa sì che molte madri finiscano dietro le sbarre, con conseguente abbandono forzato dei loro figli. La privazione della libertà delle madri colpisce seriamente i bambini.

Ci sono donne in prigione che sono rimaste incinte o che sono entrate incinte, ci sono madri che allattano, altre che tengono i bambini con loro fino ai 3 anni. La separazione è crudele. Né le madri né i minori che soffrono questa brusca separazione ricevono assistenza psicologica. Non vi è alcuna reale possibilità nelle carceri poiché l’offerta di lavoro offerta è praticamente nulla, l’offerta di studio è molto scarsa e i prigionieri politici non sono autorizzati a partecipare a questi corsi di formazione, poiché sono considerati prigionieri altamente pericolosi.

Nelle carceri colombiane ci sono ancora oltre 300 prigionieri politici delle FARC-EP, oltre a prigionieri dell’ELN e prigionieri dell’EPL. Delle 184.000 persone private di libertà che si trovano in tutte le carceri in Colombia, sotto la protezione o la custodia della prigione e dell’istituto penitenziario IPE ci sono circa 124.000 persone, e di queste, circa il 41%, sono ancora in attesa di giudizio. Di conseguenza ci sono migliaia di persone che trascorrono anni in prigione in attesa che termini il loro processo e questo evidentemente rappresenta un attacco ai diritti umani, perché è un prolungamento arbitrario della detenzione preventiva.

A tutti questi problemi dobbiamo  anche aggiungere quello del cibo: non solo la dieta alimentare è pessima, ma le razioni sono anche scarse. Uno dei problemi più delicati nelle carceri colombiane è il problema della salute, perché la prestazione del servizio è inefficiente. Le persone muoiono prima di essere assistite. Le visite specialistiche sono una chimera e chi riesce ad ottenere un appuntamento è considerato estremamente fortunato, anche se spesso l’appuntamento salta perché i detenuti non vengono portati agli ospedali in tempo (evidentemente questo accade spesso deliberatamente).

Le medicine sono piuttosto limitate, al momento ci sono più di 200.000 persone prive di libertà con malattie gravi. Ci sono poi detenuti che soffrono di disturbi mentali che invece che in prigione, dovrebbero essere in un ospedale specializzato.

Quando succede qualcosa, come la protesta pacifica avvenuta di recente organizzata dal movimento carcerario nazionale per chiedere misure rigide per la prevenzione del coronavirus, la risposta delle autorità carcerarie e la violenza.

 

Qual è la situazione dei detenuti e detenute delle vecchie FARC-EP? Nonostante l’amnistia, lo dicevi poc’anzi, rimangono in carcere oltre 300 detenuti delle FARC.

Come è noto, in Colombia c’è stato un lungo processo di pace che si è concluso con la firma all’Avana, il 24 novembre 2016, dell’Accordo Finale di Pace tra le FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane – Esercito del Popolo) e il governo, allora guidato dal presidente Juan Manuel Santos.

Al momento della firma dell’accordo, c’erano nelle carceri colombiane circa 3000 uomini e donne delle FARC. La Legge di Amnistia 1820 che è parte dell’Accordo di Pace, entra in vigore nel 2017. La legge concede l’amnistia non solo ai guerriglieri delle FARC ma anche a coloro che hanno avuto un rapporto diretto di collaborazione con la guerriglia.  Tuttavia, a tre anni dall’entrata in vigore di questa legge, ci sono 326 prigionieri politici legati alle FARC.

Le FARC hanno stilato un elenco di guerriglieri detenuti e di militanti relazionati con la guerriglia. Ma il governo rifiuta di riconoscere alcuni di questi prigionieri. Altri si trovano in un limbo, a causa della mancanza di testimoni che potrebbero e dovrebbero accreditare detti prigionieri come vincolati alle FARC. Per il momento questi ultimi sono ‘sotto osservazione’ poiché non sono stati accreditati dall’ufficio dell’Alto Commissariato per La Pace, e di conseguenza rimangono dietro le sbarre.

 

In questo scenario già oscuro si innesta la crisi del coronavirus.

Ora con la crisi di coronavirus, è chiaro che i detenuti sono tra i gruppi di popolazione più a rischio.

Ecco perché il 21 marzo scorso la popolazione carceraria di più di 14 istituti penitenziari, coordinata dal Movimento Nazionale delle Carceri (che è la forma organizzativa che i prigionieri comuni e politici si sono dati per rivendicare i loro diritti)hanno inscenato una protesta per denunciare le condizioni disastrose. Nel carcere Modelo di Bogotà la protesta è stata brutalmente repressa nel sangue. Le forze armate sono state autrici di un verso massacro, uccidendo 23 detenuti.

Non è la prima volta che si verifica un massacro nel carcere Modelo di Bogotà: 22 anni fa, infatti, c’è stata una strage e i sopravvissuti raccontano storie orribili.

Quello che i prigionieri chiedevano a marzo era fondamentalmente misure di prevenzione per poter affrontare la pandemia del coronavirus per lo meno con qualche strumento igienico adeguato. Stiamo parlando di guanti, maschere, vitamina C, acqua potabile permanente, perché se il virus fosse entrato in carcere ci sarebbe stata una strage. Questo è quello che chiedevano i prigionieri e invece che una risposta umanitaria, il ministero della giustizia ha risposto con una violenza inaudita. Dopo la strage del carcere Modelo a Bogotà, le forze di sicurezza dello Stato hanno adottato misure ancor più repressive nei confronti dei prigionieri, cercando di avere dalla loro l’opinione pubblica con la pubblicazione di notizie false come quella secondo la quale la rivolta sarebbe in realtà stata un tentativo di fuga.

I responsabili del massacro de La Modelo di Bogotà dovrebbero essere chiamati a rispondere davanti alla giustizia.

 

Come è prassi, le autorità carcerarie hanno trasferito quelli che identificano come leader delle rivolte in altri istituti.

In questo caso, sono stati trasferiti 4 firmatari dell’Accordo Finale di Pace dell’Avana che erano in prigione, 3 dei quali nel patio 4 di Picota, che è uno dei cortili dove, per un accordo tra governo e le FARC i detenuti FARC che attendono il trasferimento alla JEP (Giurisdizione Speciale di Pace) come previsto dalla legge sull’amnistia 1820.

Oltre ai tre della Picota è stato trasferito anche un detenuto nel carcere di Eron, che è uno di quei nuovi edifici, queste mega carceri che il governo colombiano ha costruito copiando quelle nordamericane. Non abbiamo saputo per giorni dove avessero trasferito questi 4 compagni nonostante il fatto che il partito FARC abbia chiesto ripetutamente a tutte le istanze del caso di dire dove fossero stati condotti.

Dopo vari giorni abbiamo scoperto che erano stati trasferiti nel penitenziario di Cohiba, che si trova a Ibaguè. Erano detenuti in condizioni disumane, in torri del carcere abbandonate da tempo, senza luce, senza acqua nei bagni, senza acqua potabile.  Per diversi giorni sono rimasti senza lavarsi, completamente al buio. C’è da dire che abbiamo scoperto dove si trovavano grazie ai nostri detenuti che ci hanno inviato informazioni raccolte da loro.

Come molti punti dell’Accordo di Pace dell’Avana,  anche quello relativo alla liberazione dei prigionieri langue. La legge di amnistia per esempio stabilisce che una volta richiesta l’amnistia, la risposta deve essere data al massimo dopo 10 giorni, ma ci sono casi in cui i detenuti stanno aspettando da 6 mesi ad un anno prima di avere una risposta. Davvero è del tutto incomprensibile che dopo 4 anni dalla  firma dell’accordo all’Avana, ci siano ancora detenuti della FARC in carcere.

 

Purtroppo come si temeva e si denunciava da settimane, il peggio è avvenuto e ci sono stati i primi casi di coronavirus in alcune carceri del paese e anche i primi morti.

L’Istituto Nazionale Penitenziario e Carcerario (INPEC) ha infatti annunciato il 10 aprile scorso di aver avviato il protocollo d’emergenza nella prigione di Villavicencio.

La decisione è stata presa dopo la morte di un prigioniero di 63 anni per coronavirus. L’uomo era stato rilasciato il primo aprile e il 7 è morto nell’ospedale di Villavicencio.

I detenuti non sono stati ascoltati quando chiedevano le condizioni minime di sicurezza per cercare di prevenire il contagio in carcere.

I video che sono circolati, fatti uscire dagli stessi prigionieri di Villavicencio, sono strazianti e rivelano in tutta la sua drammaticità la situazione delle carceri del paese, sovraffollate, sporche, dove non c’è nemmeno acqua spesso.

Come dicevo sono state 14 le prigioni in cui ci sono state proteste, tra cui quella che è stata definita come la Guantanamo colombiana, ossia il carcere di Tramacua. Un’altra è la prigione Modelo di Bogotà e poi il carcere di Cucuta, La Picota, Medellín…

In tutto il paese ci sono state proteste pacifiche, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale.

Oggi la situazione è di calma tesa, ma potrebbe esplodere nuovamente da un momento all’altro. Ancora una volta però ci troviamo di fronte alla non volontà politica da parte dello Stato.

Il partito FARC ha proposto che quei prigionieri che si trovano nelle carceri e che rientrano nella legge di amnistia vengano rilasciati ma ciò non è accaduto.

Post Scriptum 

Dopo le proteste, il 15 aprile scorso finalmente il presidente colombiano Iván Duque ha deciso di scarcerare circa 4.000 persone private della libertà mandandole agli arresti domiciliari per contenere la pandemia.

Il decreto 546 rientra nel quadro di misure prevista dallo stato di emergenza dichiarato dall’esecutivo. Il presidente ha detto: “Questo decreto ha un grande valore umanitario in quanto permette alle  persone che potrebbero essere esposte, a causa della loro maggiore vulnerabilità, al virus, potranno lasciare le carceri per continuare a scontare la loro pena a casa.”

La misura riguarda, con alcune eccezioni, le persone di età superiore ai 60 anni (eccetto quelli accusati di stupro, violenza contro le donne), le persone con pene fino a 5 anni, le donne in gravidanza o i bambini di età inferiore ai tre anni e i detenuti malati di tumore o con malattie gravi.

Oltre ai detenuti accusati violenza di genere, anche quelli accusati di traffico di droga, sfollamento forzato e sequestro non potranno godere dei benefici del decreto. Così come gli ex guerriglieri e i paramilitari.

I detenuti a cui è stato diagnosticato il Covid-19 saranno trasferiti in luoghi più idonei alla cura, anche se “non saranno concessi gli arresti temporanei o gli arresti domiciliari fino a quando le autorità mediche e sanitarie non lo autorizzeranno”.

Gli arresti domiciliari rimarranno in vigore, in principio, per sei mesi.

 

* Intervista curata da Orsola Casagrande pubblicata nel nuovo numero del magazine internazionale Global Rights. Il magazine è scaricabile gratuitamente in .pdf dal sito Global Rights

 

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