Il piano Trump sul Medio Oriente coinvolge Serbia e Kosovo, pagano i palestinesi

«Non mi sorprende che i riflessi dell’accordo di cooperazione tra Serbia e Kosovo arrivino fino in Israele. È un nuovo capitolo, successivo alla normalizzazione tra Emirati e Israele (annunciata a metà agosto, ndr), del piano dell’Amministrazione Trump per il Vicino oriente e il Mediterraneo». Analista esperto della regione mediorientale, Ghassan al Khatib, ha una lettura lucida dell’ultima «sorpresa» partorita da Donald Trump. La Serbia, ha annunciato due giorni fa il presidente Usa, sarà il primo Stato europeo che sposterà dal luglio 2021 la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme (violando le risoluzioni internazionali). E così farà il Kosovo, primo paese a maggioranza musulmana che aprirà la sua sede diplomatica nella città santa e non a Tel Aviv. Comprensibile la soddisfazione del premier israeliano Netanyahu. Appena qualche giorno fa aveva celebrato l’accordo con Abu Dhabi – di grande rilievo strategico – e applaudito all’apertura a Israele dei cieli di Arabia Saudita e Bahrein.

«Il coinvolgimento di Israele (nelle intese tra Belgrado e Pristina, ndr) è centrale nella strategia di Washington nell’area tra il Mediterraneo e il Medio oriente» spiega Khatib «Trump sta formando un fronte con i suoi alleati, nuovi e vecchi, nel mondo arabo e nei Balcani. Gli Emirati, l’Arabia saudita e una parte delle monarchie sunnite, facendo capo a Israele, pilastro a difesa degli interessi statunitensi nella regione, potranno fronteggiare il loro nemico comune, l’Iran». Serbia e Kosovo, prosegue l’analista, «da oggi si aggiungono agli Stati (dell’Europa orientale) che si oppongono alle ambizioni di Mosca. Anche in questo caso Israele è la potenza regionale che garantisce un ombrello protettivo per conto di Washington». Questa analisi si rafforza se si tiene conto dell’appoggio di Tel Aviv alla coalizione Grecia-Cipro-Egitto schierata contro la Turchia nella disputa per lo sfruttamento dei giacimenti di gas (nel Mediterraneo orientale)». I palestinesi, sottolinea Khatib, «sono il sacrificio che Trump offre sull’altare di questo nuovo ordine. Il riconoscimento di Israele e di Gerusalemme come sua capitale è una sorta di condizione che Trump pone agli alleati». Il rinvio dell’annessione (prevista a luglio) di ampie porzioni di Cisgiordania è un prezzo che Netanyahu paga volentieri, di fronte agli sviluppi in atto. In ogni caso quel territorio sotto occupazione militare è già nelle mani di Israele.

I palestinesi ingoiano un altro boccone amaro. «Trump continua a violare il diritto internazionale» ha protestato Saeb Erekat, il segretario generale dell’Olp, «la Palestina è vittima delle sue ambizioni elettorali. Questo sviluppo nei Balcani, come l’accordo Emirati-Israele, non porta la pace in Medio Oriente». I palestinesi si aspettano altri annunci di Trump nelle prossime settimane. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman sarà a Washington poco prima delle presidenziali e in quella occasione potrebbe ufficializzare la normalizzazione tra Riyadh e Tel Aviv. È la fase più negativa da un punto di vista diplomatico e politico che i palestinesi affrontano nella loro storia recente. Una sfida di eccezionale difficoltà che affrontano con leadership litigiose e deboli in Cisgiordania come a Gaza. A metà settimana i capi di tutte le formazioni politiche palestinesi, fuori e dentro i Territori occupati, si sono parlati in videoconferenza tra Ramallah e Beirut. All’incontro presieduto da Abu Mazen ha preso parte anche il leader di Hamas Ismail Haniyeh. Dagli interventi però non è emersa una immagine di unità e determinazione. Piuttosto di debolezza e inadeguatezza. I palestinesi hanno visto sullo schermo dei dirigenti politici ottantenni, rare le eccezioni, che ripetevano frasi rituali. Soprattutto hanno visto un presidente, Abu Mazen, stanco, privo della freschezza necessaria per difendere concretamente i diritti del suo popolo.

* Fonte: Michele Giorgio, il manifesto

 



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