Prigionieri baschi: vittime di una politica di vendetta

Le autorità di Francia e Spagna hanno escluso i prigionieri politici baschi dalle misure destinate ad alleggerire la popolazione carceraria di fronte alla grave pandemia di coronavirus

José Miguel Arrugaeta * • 16/5/2020 • Contenuti in copertina, Global Rights, Le interviste di Diritti Globali • 280 Viste

Il rifiuto da parte delle autorità di Francia e Spagna di includere i prigionieri politici baschi nelle misure destinate ad alleggerire la popolazione carceraria di fronte alla grave pandemia di coronavirus, è, finora, la risposta alla richiesta avanzata da Etxerat (che riunisce i familiari dei detenuti politici) e appoggiata da numerose organizzazioni basche, sia sociali che di diritti umani e politici.

Secondo gli ultimi dati di Etxerat attualmente ci sono 236 prigioniere e prigionieri politici baschi, raggruppati nel collettivo del PPEK: 119 si trovano in carceri dello stato spagnolo e 37 in carceri dello stato francese.

Il rifiuto di includerli nelle scarcerazioni che Spagna e Francia stanno effettuando è l’ultima prova di una discriminazione aperta e mancanza di volontà politica proprie di una visione carceraria intransigente e vendicativa. I dati confermano questa politica di vendetta, poiché, secondo i criteri con cui viene applicata la liberazione anticipata dei prigionieri, una parte significativa dei detenuti baschi avrebbe più che soddisfatto i requisiti: l’86% ha infatti già scontato oltre tre quarti della pena. Inoltre, tre prigionieri hanno più di 70 anni, 36 ne hanno più di 60, 13 soffrono di malattie gravi, difficili da curare a causa delle terribili condizioni di assistenza sanitaria nelle carceri di entrambi i paesi.

I prigionieri politici baschi e le loro famiglie devono inoltre subire l’ulteriore punizione imposta dalla dispersione: sono infatti detenuti in carceri lontane dai Paesi Baschi, fino a 1.200 km di distanza. La dispersione è un’altra politica punitiva che cerca spezzare la volontà dei detenuti tenendoli lontani dalle loro famiglie e dai loro ambiente sociale.

Nel caso francese c’è da sottolineare che negli ultimi due anni, il governo ha messo in moto un processo graduale per avvicinare i prigionieri baschi alle prigioni di Mont de Marsan e Mannemezan, situate a circa 250 km dal Paese Basco. Qui si trovano attualmente la maggior parte dei prigionieri di sesso maschile. Le prigioniere, invece, continuano a essere soggette a un regime di dispersione, con la scusa che non esiste una prigione femminile nelle vicinanze del Paese Basco.

L’argomentazione ufficiale per la non scarcerazione, ripetuta sia dalle autorità spagnole che da quelle francesi, è che questa produrrebbe “allarme sociale”. Un’argomentazione a dir poco confutabile, visto che la stragrande maggioranza dei detenuti baschi sta scontando condanne per appartenenza all’organizzazione indipendentista ETA, che 8 anni fa ha pubblicamente e unilateralmente rinunciato alla lotta armata e l’8 aprile 2017 ha altrettanto pubblicamente proceduto alla dismissione delle armi, consegnandole alla società civile basca. ETA ha poi proceduto alla sua dissoluzione come organizzazione armata, sostenendo esclusivamente mezzi politici per il raggiungimento dei suoi obiettivi, l’indipendenza dei Paesi Baschi e il socialismo, attraverso l’esercizio dell’autodeterminazione e della sovranità.

In recenti dichiarazioni a Mediabask, Jean René Etchegaray, presidente della Mancomunidad basca (che riunisce i comuni del Paese basco francese) e uno degli architetti della decomissione degli arsenali di ETA, ha dichiarato: «Qualcuno dovrebbe spiegare perché queste misure [di scarcerazione] non possono essere applicate ai prigionieri politici». Una petizione che sia da parte spagnola che da parte francese continua a non avere risposta. In questi tempi di confinamento la rivendicazione per i prigionieri politici baschi continua a essere portata avanti attraverso le reti sociali.

Global Rights Magazine ha parlato con una portavoce di Etxerat.

Qual è la situazione attuale delle detenute e dei detenuti?

L’unica misura che le istituzioni penitenziarie hanno applicato con severità per prevenire la diffusione della pandemia nelle carceri dello stato spagnolo è stata la completa interruzione di tutte le comunicazioni, ordinarie e straordinarie. Etxerat mette in discussione la mancanza di alternative a questa misura. Le misure adottate per mantenere i contatti con le famiglie sono del tutto insufficienti. Finora, i prigionieri baschi sono stati in grado di effettuare videochiamate di durata compresa tra 10 e 15 minuti, attraverso il servizio WhatsApp, dalle carceri di Almeria, Cáceres (una a settimana), Castelló Mujeres, Granada (per situazioni eccezionali come la morte di familiari), Herrera, Jaén, Logroño Mujeres, Ocaña I, Puerto III, Teruel, Villabona (situazioni eccezionali), Villena e Zaballa. I prigionieri non hanno ricevuto nessuna comunicazione, a eccezione di due detenuti, che verrà loro applicata una riduzione di tariffa, come ha proposto Etxerat, visto l’aumento delle telefonate. Per quanto riguarda la corrispondenza, pur tenendo in conto i ritardi nella consegna da parte delle stesse poste durante l’emergenza coronavirus, sappiamo di almeno 20 carceri in cui non viene consegnata.

Siete stati in grado di verificare se e quali misure sono state prese nelle carceri per prevenire il contagio da Coronavirus?

La scarsa assistenza sanitaria pre-pandemia che caratterizzava alcune carceri non è stata affrontata, purtroppo. Nel resto delle carceri non si è provveduto ad adattare l’infermeria e le misure preventive alle circostanze attuali. Ci sono diverse carceri senza medico, in cui le richieste di visita non vengono accolte o vengono soddisfatte anche con otto giorni di ritardo. L’esposizione al contagio è molto alta. Le linee guida di base dell’OMS non vengono seguite. Chiediamo un rafforzamento delle squadre mediche 24 ore al giorno, oltre a fornire ai detenuti prodotti e misure di prevenzione e protezione.

Quali sono le principali preoccupazioni dei famigliari?

Prima di tutto c’è stato il profondo rammarico per essere pienamente consapevoli che sarebbero state sospese per un periodo non definito le comunicazioni ordinarie e straordinarie. Ora sappiamo che questo periodo di non contatto sarà più lungo del previsto, quindi la preoccupazione quotidiana delle famiglie per sapere se chi sta in carcere sta bene aumenta, anche perché sappiamo che il diritto alla salute non è rispettato in carcere. In questo momento ci stiamo battendo per ottenere il diritto in tutte le carceri di effettuare videochiamate.

Come valutate il rifiuto delle autorità spagnole e francesi a rilasciare i prigionieri politici baschi vista l’emergenza sanitaria?

Devono essere applicate le indicazioni di organizzazioni come l’OMS, le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa. Etxerat chiede con urgenza il rilascio immediato dei prigionieri gravemente malati, di quelli di età superiore ai 70 anni e di quelli che avrebbero già diritto a uscire in libertà condizionale e che sono già stati rilasciati con permessi di applicazione del terzo grado.

C’è qualche caso specifico che ritieni importante sottolineare per la sua gravità?

Siamo indignati per la decisione della Corte d’appello di Parigi di respingere la richiesta di rilascio provvisorio per il prigioniero politico basco Josu Urrutikoetxea, dato il suo delicato stato di salute. Urrutikoetxea si trova a La Santé, una prigione dove sono stati rilevati almeno 19 casi positivi di coronavirus. La nostra richiesta di scarcerazione aveva anche l’approvazione del direttore medico del centro. C’è stata una denuncia pubblica fatta sia dalla famiglia di Josu Urrutikoetxea, sia da BakeBidea e Artesanos por la Paz, che hanno definito la decisione come incomprensibile e un vero scandalo. A questa richiesta aggiungiamo quella per il rilascio di Jakes Esnal, Gurutz Maiza Artola, Jon Parot e Xistor Haramboure, tutti prigionieri in Francia e che hanno più di 65 anni.

Come valutate il sostegno sociale in queste circostanze speciali e pericolose per la salute e l’integrità dei detenuti?

A marzo c’è stato un programma online speciale, insieme alla piattaforma Sare, che ha sostituito le consuete mobilitazioni (ogni ultimo venerdì del mese) a favore della fine della dispersione e della risoluzione definitiva del conflitto. Sono iniziative che valutiamo molto positivamente, sia per l’ampia partecipazione che per la solidarietà mostrata. Non vi è dubbio che durante questo confinamento è il contatto permanente con i parenti e la comunicazione online che sostanzialmente ci consente di continuare a sviluppare il lavoro a favore dei prigionieri, logicamente, con i limiti che questi mezzi hanno.

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 * Questa intervista è pubblicato sull’ultimo numero del magazine internazionale Global Rights, interamente dedicato al carcere nel tempo della pandemia. Il magazine è liberamente scaricabile qui.

 

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